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Cerqueto InForma

Storia, cultura e vita di un paese

Cerqueto: specchio del cuore

Bisogna essere muniti di lente d’ingrandimento e vivacità di cuore per restare conquistati dalle piccole, vere, delicate cose del minuscolo, grande mondo di Cerqueto. Non ho vissuto l’infanzia in questo paesino, periodo della vita in cui l’incanto è infinito e i primi ricordi rimangono impressi forti, profumati, indelebili (come quelli che Lena mi ha raccontato: il vento forte, le bufere, la neve che chiudeva gli usci, il fuoco del camino che rischiarava la cucina della casa-museo, i tantallinghe, che facevano capolino dal soffitto, il cambio scarpe, dopo le corse giù per i prati a  prendere il postale  per recarsi a scuola).

Ma pur con questa importante mancanza, tornando per trentacinque anni in macchina da Treviso o dalla Sicilia, appena imbocco il bivio di cinque chilometri in salita, mi sento a casa, lo sguardo, il cuore entrano in sintonia con il cielo azzurrissimo, la danza delle nuvole, la quiete delle case di Poggio Umbricchio che arriva ai tornanti, il verde e le poche querce (purtroppo!) maestose e centenarie che hanno dato il nome al borgo. Ogni tratto  a Cerqueto ha una storia, ogni angolo, ogni zolla quasi hanno un nome, proverò a dare il nome corretto ai luoghi in simbiosi coi miei ricordi legati al rione Piano. Incisa nella luce fioca dell’imbrunire, l’indomabile, brevilinea, Isabella mia suocera, ha ripetuto per anni infiniti a Fercheine, a lato della sua casa, il rito di chiudere il pollaio per la notte e a Pitremberna, un metro più in alto mio suocero, il mitico Quintino, penso il più vecchio del paese, dopo il pascolo con gesti sapienti ha munto le pecore (conservo con cura questa foto che gli ho scattato all’improvviso, con gli occhi della pecora, fosforescenti, al lampo del flash in un contorno di fieno e tepore).Un anno, complice la luna, qualche metro distante dai luoghi nominati, a Biangheine (Isabella ha un piccolissimo orto costeggiato dalla salita verso Piano Santo), con Lena abbiamo rubato tanti buonissimi ceci che mia suocera aveva dimenticato? diregalarci. Dopo un po’ ritornato a Treviso, ho telefonato a Isabella chiedendole dei ceci, non vi dico l’implosione di risate quando mi diceva con rassegnata tristezza che era stata una scarsissima annata.Quello che ho scritto forse interesserà a pochi, è una minima operazione al microscopio, ma ringrazio Adina e Angelo che offrono il regalo di farmi ripensare a fatti, profumi, sapori, episodi di folgorante tenerezza e magia.

Saro Gianneri