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	<title>Cerqueto InForma</title>
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	<description>Storia, cultura e vita di un paese</description>
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		<title>Paesaggio: storia e memoria del tempo &#8211; Le cascate del Fosso di Cerqueto</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 17:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Curiostà d'altri tempi]]></category>
		<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel sito di Antonio Palermi “auaa.it” (espressione ascolana, città dell’autore, ma anche cerquetana, usata per esprimere stupore di fronte ad un avvenimento o panorama di particolare bellezza) si parla delle  “cascate del fosso di Cerqueto”. Le cascate si trovano in un luogo impervio ai confini dei territori di Cerqueto e Pietracamela.  In inverno sono spesso ghiacciate a causa della  perfetta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/googlerid.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/google2rid.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/cerquetodint-Copia1.jpg"><img class="size-medium wp-image-8131 alignleft" title="Cerqueto e paesi limitrofi - Ph. Google Earth" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/cerquetodint-Copia1-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" /></a>Nel sito di Antonio Palermi “<strong>auaa.it”</strong> (espressione ascolana, città dell’autore, ma anche cerquetana, usata per esprimere stupore di fronte ad un avvenimento o panorama di particolare bellezza) si parla delle  “cascate del fosso di Cerqueto”. Le cascate si trovano in un luogo impervio ai confini dei territori di Cerqueto e Pietracamela.  In inverno sono spesso ghiacciate a causa della  perfetta esposizione a Nord. Sono  posizionate non lontano dalla fonte de <em>“li Urë”,</em> che, come suggerisce il nome, ha la stessa  esposizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-7823"></span>Le acque di questa sorgente sono freddissime sia in inverno che in estate, segno che sono profonde e per secoli hanno refrigerato i cerquetani che lavoravano o passavano in quei luoghi, specie in estate, nei periodi di falciatura dell’erba. La fontana, in ombra perchè circondata dai faggi, era luogo di sosta durante l&#8217;ora di pranzo e quindi punto di ritrovo comune per tutti i cerquetani che lavoravano nella zona. </p>
<p style="text-align: justify;">Il territorio di Cerqueto è delimitato da due grandi torrenti: il Rio Maggiore a est, tra Cerqueto e Cusciano, e il Rio San Giacomo ad ovest, tra Cerqueto e Pietracamela.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Rio san Giacomo è più conosciuto a Cerqueto come <em>“fosso del mulino”,</em> perché fino alla seconda metà dell’ottocento vi funzionò un mulino comunale, ora completamente in rovina.<br />
Risalendo il Rio San Giacomo dalla SS 80, si incontra prima la confluenza con il<em> fosso di Santa Riparata</em>, che nasce a monte della omonima chiesa, poi la confluenza con il torrente affluente <em>Rio Ferroni,</em> che si origina nel punto di incontro, a <em>&#8220;Vena di Corvo&#8221;,</em> di due profondi torrenti partiti a loro volta tra la <em>“Malafede”</em> e <em>“Colle Castello”.</em> Poi si incontra il torrente affluente <em>Rio Macinelle</em>, che si origina molto in alto, nella estremità superiore del bosco di <em>“Collembresco”</em> alla confluenza, detta <em>“della Crocifossa”,</em> di due piccoli torrenti nati un po’ più a monte e che raccolgono le acque di tutta la vallata dei <em>“Prati”</em> di Cerqueto della <em>&#8220;bbannë del Casale&#8221;</em>, fino a <em>&#8220;Colle Venaverio&#8221;.</em> Risalendo ancora si incrocia un altro notevole affluente, chiamato  <em>“Fosso della Montagna”,</em><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immag001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8195" title="Le cascate a primavera - Ph. Giuseppe mastrodascio" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immag001-240x300.jpg" alt="" width="240" height="300" /></a>fino ad arrivare alle vere sorgenti del Rio San Giacomo, una originatasi nel bacino del <em>“Cavone”</em> e l’altra direttamente alimentata dalla <em>“Laghetta”,</em> proprio ai piedi del Gran Sasso, nel punto più alto della montagna di Cerqueto. Dal Gran Sasso quindi il Rio San Giacomo scorre a valle, attraversando tutto il crinale di <em>“Di Contro”</em> e riversandosi infine nel fiume Vomano a quota 450 mt s.l.m., nei pressi dell’ingresso alla grande centrale idroelettrica, chiamata anch’essa <em>“di San Giacomo”</em>.<br />
Il corso del  Rio San Giacomo può essere risalito utilizzando solo qualche precauzione. Spesso ci si va a pesca e la zona del “mulino” fino a qualche anno fa era piena di orti. I laghetti naturali formatisi lungo il corso sono stati spesso utilizzati come “piscina” per imparare a nuotare.<br />
Il torrente è stato però teatro anche di alcune sciagure costate la vita a diversi paesani.<br />
Uno di questi drammi avvenne proprio nella zona delle cascate illustrate sul sito “auaa.it”.<br />
La mattina del 22 agosto del 1948, Peppe Zaccagnini, abitante nel Rione Piano, condusse le pecore al pascolo nella zona della <em>“casetta di Carino”,</em> sulla sponda destra del torrente, a poca distanza dalle cascate. Tornò poi  a Cerqueto con lo scopo di recarsi a Montorio, dove in quel giorno si teneva una grande fiera. Tornato da Montorio, nel tardo pomeriggio  salì di nuovo in montagna per controllare i propri animali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/googleridnew.jpg"></a>Probabilmente per raggiungere alcune pecore che si erano portate a rido<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine2colledellupo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8125" title="&quot;La 'bbannë del Piano&quot; sulla montagna di Cerqueto - Ph. Google Earth" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine2colledellupo-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a>sso delle cascate,  Peppe, seguito dal suo cane,  scivolò sull’erba umida oppure su qualche masso e, in un lungo tragitto mortale, rotolò molto più in basso lungo il letto del torrente. Aveva solo cinquanta anni.<br />
Nei paraggi si trovava un altro pastore, Beniamino Di Matteo, il quale fu allertato dal continuo abbaiare del cane di Peppe.  All’inizio pensò che il cane stesse abbaiando contro un animale selvatico che si era avvicinato troppo a qualche gregge, ma poi decise di andare a controllare di persona. Attraversò il <em>&#8220;passo di Sant&#8217;Antonio&#8221;</em> e arrivato sul luogo, vide il corpo dell’amico con il viso rivolto verso  terra e con la testa a lambire l’acqua. Il cane si trovava al suo fianco. Capì subito che non c’era più nulla da fare e partì per cercare aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando era ormai notte, un triste corteo illuminato dalle lampade a petrolio riportò il corpo, posto sopra una scala adibita a barella, verso Cerqueto. Arrivati vicino al paese, i soccorritori non passarono però lungo il normale tragitto di Rio Ferroni, ma deviarono in alto, verso la fontana del Castello, <em>&#8220;Fontecchio&#8221;,</em> perché la famiglia, moglie e sette figli, ancora non sapeva della sorte del proprio caro e nessuno fino a quel momento aveva avuto il coraggio di informarli. Lo portarono così nei locali del “Monte”, adiacenti la chiesa di Sant’Egidio, e lì lo vegliarono. Il pomeriggio successivo si ebbero i funerali.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutta questa tragedia, fu impressionante il comportamento del cane, molto legato al suo padrone. Tutta la notte si aggirò intorno all&#8217;edificio della chiesa e lo sentirono abbaiare e guaire. Il giorno dopo lo videro seguire  la processione funebre fino al cimitero. Lì  rimase ad abbaiare davanti alla terra smossa.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Angelo Mastrodascio</em></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Le cascate del Fosso di Cerqueto</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 17:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[  Le cascate del Rio San Giacomo permettono di passare una giornata arrampicando su salti di varia difficoltà. La zona è stata attrezzata con fix e catene e permette anche di effettuare le salite assicurati dall&#8217;alto. Le difficoltà sono molto varie e vanno dal III al 5 e oltre se andiamo a cercare le candele. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/3319224735_ba51c88603_b1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7673" title="Il salto superiore - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/3319224735_ba51c88603_b1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Le cascate del Rio San Giacomo permettono di passare una giornata arrampicando su salti di varia difficoltà. La zona è stata attrezzata con fix e catene e permette anche di effettuare le salite assicurati dall&#8217;alto. Le difficoltà sono molto varie e vanno dal III al 5 e oltre se andiamo a cercare le candele. E&#8217; stata attrezzata anche una linea in dry-tooling con fix sulla parete, proprio a sinistra della cascata bassa. I salti sono 2, abbastanza simili, quello più alto ha uno sviluppo superiore ed è anche più difficile.<span id="more-7601"></span> </p>
<h4>ACCESSO</h4>
</p>
<p style="text-align: justify;">Da Pietracamela proseguire per Prati di Tivo e lasciare l&#8217;auto poco dopo l&#8217;ultimo tornante prima dei Prati (1300 m circa).<br />
Ridiscendere verso il tornante e proprio prima di questo prendere a destra una pista che si inoltra nel bosco.<br />
Seguirla per poco e, in corrispondenza di una pianta con segno rosso, scendere a sinistra.<br />
Senza un percorso ben definito si scende ripidi verso destra fino a scendere nel fondo del fosso. La cascata è poco più in basso (1225 m circa, 15 min.). </p>
<h4 style="text-align: justify;">RELAZIONE</h4>
<p>Salto superiore<br />
Al centro IV, all&#8217;estrema sinistra V.<br />
Salto inferiore III+ </p>
<p><strong>DISCESA</strong> </p>
<p>Al contrario della maggior parte delle cascate, qui occorre scendere prima di poter effettuare la salita. I salti sono attrezzati per la discesa in corda doppia. Il salto superiore ha catene su piante sulla sinistra (faccia a valle).<br />
Il salto inferiore ha una sosta su fix sulla parete del grosso masso alla base del salto superiore oppure può essere aggirato sulla destra. </p>

<a href='http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-cascate-del-fosso-di-cerqueto/3319203385_2c43ce3d28_b/' title='Sulla candela del salto inferiore - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it'><img width="150" height="150" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/3319203385_2c43ce3d28_b-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Sulla candela del salto inferiore - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it" title="Sulla candela del salto inferiore - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it" /></a>
<a href='http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-cascate-del-fosso-di-cerqueto/3319204611_33a60ea550_b/' title='Sulla difficile candela del salto inferiore - Ph. Antonio Palermi  www.auaa.it'><img width="150" height="150" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/3319204611_33a60ea550_b-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Sulla difficile candela del salto inferiore - Ph. Antonio Palermi  www.auaa.it" title="Sulla difficile candela del salto inferiore - Ph. Antonio Palermi  www.auaa.it" /></a>
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<a href='http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-cascate-del-fosso-di-cerqueto/3320035304_fd7d53900d_b-1/' title='Il salto inferiore - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it'><img width="150" height="150" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/3320035304_fd7d53900d_b-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Il salto inferiore - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it" title="Il salto inferiore - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it" /></a>
<a href='http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-cascate-del-fosso-di-cerqueto/3320038460_31fef2b563_b-1/' title='Il salto superiore, a destra 4 a sinistra 5 - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it'><img width="150" height="150" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/3320038460_31fef2b563_b-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Il salto superiore, a destra 4 a sinistra 5 - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it" title="Il salto superiore, a destra 4 a sinistra 5 - Ph.  Antonio Palermi  www.auaa.it" /></a>
<a href='http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-cascate-del-fosso-di-cerqueto/3320039694_e5fd48b43e_b-2/' title='Sulla candela del salto inferiore - Ph. Antonio Palermi  www.auaa.it'><img width="150" height="150" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/3320039694_e5fd48b43e_b1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Sulla candela del salto inferiore - Ph. Antonio Palermi  www.auaa.it" title="Sulla candela del salto inferiore - Ph. Antonio Palermi  www.auaa.it" /></a>
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<a href='http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-cascate-del-fosso-di-cerqueto/cartagoogle/' title='Carta Google - Dal sito di Antonio Palermi  www.auaa.it'><img width="150" height="150" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/cartaGoogle-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Carta Google - Dal sito di Antonio Palermi  www.auaa.it" title="Carta Google - Dal sito di Antonio Palermi  www.auaa.it" /></a>

<p style="text-align: right;"><em>Dal sito di <strong>Antonio Palermi   www.auaa.it</strong></em> </p>
<h3 style="text-align: right;">ANTONIO PALERMI</h3>
<ul style="text-align: right;">
<li>Accompagnatore di Media Montagna (vedi: <a href="http://www.guidealpinemarche.com/">Albo Accompagnatori della Regione Marche</a>)</li>
<li>Co-Autore di aluni libri di escursionismo e alpinismo (vedi: <a href="http://www.edizioniser.com/">Società Editrice Ricerche</a>)</li>
<li style="text-align: right;">Istruttore di Alpinismo del CAI (vedi: <a href="http://www.cnsasa.it/home/scuola_centrale_alpinismo.asp">Scuola Centrale di Alpinismo e Arrampicata Libera</a></li>
</ul>
<p style="text-align: right;">Un sito dove si raccolgono informazioni<br />
che riguardano principalmente il mondo della montagna,<br />
in particolare l&#8217;Alpinismo, l&#8217;arrampicata, l&#8217;escursionismo, lo scialpinismo, le cascate di ghiaccio, ecc..<br />
L&#8217;area interessata è l&#8217;Appennino Centrale, più o meno, dalle Marche al Molise. </p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;">
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		<title>Prossimi laboratori con la popolazione di Fano Adriano e Cerqueto, previsti dal progetto &#8220;Borghi attivi&#8221;</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/prossimi-laboratoricon-la-popolazione-di-fano-adriano-e-cerqueto-previsti-dal-progetto-borghi-attivi/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 17:28:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[REGOLAMENTO Laboratorio fotografico “mi piace non mi piace” L&#8217;attività consentirà a tutti i partecipanti di esprimere il proprio punto di vista sugli aspetti graditi e sgraditi del territorio del comune di Fano Adriano e Cerqueto attraverso la realizzazione di immagini fotografiche. La raccolta di Tutti i contributi saranno raccolti e montati in un video finale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>REGOLAMENTO<span id="more-7939"></span><br />
</strong></p>
<h2 style="text-align: justify;">Laboratorio fotografico “mi piace non mi piace”</h2>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attività consentirà a tutti i partecipanti di esprimere il proprio punto di vista sugli aspetti graditi e sgraditi del territorio del comune di Fano Adriano e Cerqueto attraverso la realizzazione di immagini fotografiche. La raccolta di Tutti i contributi saranno raccolti e montati in un video finale che verrà proiettato il giorno del 12 maggio 2012 in occasione della festa di Borghi Attivi.</p>
<ul>
<li>
<div style="text-align: justify;">Ogni partecipante potrà inviare tre immagini per la categoria MI PIACE e tre immagini per la categoria NON MI PIACE.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;">Le immagini dovranno essere inviate all&#8217;indirizzo e-mail: fotofanoadriano@gmail.com in formato JPEG entro le 23.30 di martedì 8 maggio.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;">Nell&#8217;e-mail dovrà essere specificata la categoria di appartenenza di ciascuna foto.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;">Non saranno accettate foto riguardanti persone fisiche.</div>
</li>
</ul>
<h2 style="text-align: justify;">Laboratorio fotografico “com&#8217;era – com&#8217;è”</h2>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attività si svolgerà nella giornata del 12 maggio 2012 alle ore 15.00 in occasione della festa di Borghi Attivi. Coloro che parteciperanno al laboratorio, sono invitati a portare foto (max 3) scattate in periodi passati nell&#8217;abitato di Fano Adriano e Cerqueto. Le foto potranno riguardare il paesaggio, le strutture architettoniche (chiese, vicoli, fontane, case, ecc., ma anche persone ritratte sullo sfondo di Fano Adriano o Cerqueto.  Con le foto raccolte, si andrà tutti insieme nei vari luoghi in esse ritratti e si “scatterà” nuovamente una foto. Questa sarà messa a confronto con l&#8217;originale per vedere i cambiamenti intervenuti nel tempo. Le vecchie e le nuove foto saranno poi esposte su un pannello e rappresenteranno occasione di riflessione e discussione tra i partecipanti.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; consigliata la preiscrizione al laboratorio all&#8217;indirizzo e-mail: <a href="mailto:fotofanoadriano@gmail.com">fotofanoadriano@gmail.com</a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Giuseppe Mastrodascio</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Da Canili a Cerqueto</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/da-canili-a-cerqueto/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 17:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Di Baldassarre</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Diceva bene Giulio Di Nicola in una sua poesia,  Ma cerchi e rovisti indarno storia che fu, Cerqueto non trovi giammai;. Ricostruire la storia di Cerqueto e le sue relazioni con l’insediamento abbandonato di Canili con la sua chiesa di S. Maria, presenta molte difficoltà proprio per l’assenza di saggi archeologici e specifici studi. Altra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/CERQUETO003-2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/CERQUETO003-2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/CERQUETO003-2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/CERQUETO003-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7508" title="Carta topografica - Disegno di  Domenico Di Baldassarre" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/CERQUETO003-2-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>Diceva bene Giulio Di Nicola in una sua poesia,  <em>Ma cerchi e rovisti indarno storia che fu, Cerqueto non trovi giammai;.</em> Ricostruire la storia di Cerqueto e le sue relazioni con l’insediamento abbandonato di Canili con la sua chiesa di S. Maria, presenta molte difficoltà proprio per l’assenza di saggi archeologici e specifici studi.<span id="more-7506"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Altra difficoltà deriva da leggende di Cerqueto riguardanti alla distruzione di Canili da parte di formiche e il suo nome derivante dalla rimessa di cani nella chiesa di S. Maria da parte della famiglia feudale degli Orsini. La ricerca dovrebbe iniziare cercando di localizzare l’insediamento dell’età del bronzo che dovrebbe sussistere nel territorio di Cerqueto tra le Piane, Colle Tablò e Fonte Impreta in virtù delle abbondanti aree idonee ai pascoli. Presso Canili una ricerca archeologica dovrebbe portare alla luce un insediamento dell’età del ferro o romano.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente il territorio iniziò ad assumere l’attuale configurazione insediativa in epoca longobarda quando il territorio faceva parte del Ducato di Spoleto. I segni che portano a quest’asserzione sono dovuti alla ricca toponomastica e ai resti di balconi detti <em>gafii</em> di tipologia longobarda presenti a Cerqueto e a Canili. Il vero nome dei Longobardi era Winnili e Ca’vinnili, località presso S. Croce significa case dei Vinnili e con una successiva trasformazione di sintesi si arriva al nome Canili.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-060.jpg"><img class="size-medium wp-image-7965 alignleft" title="Santa Maria dei Canili - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-060-282x300.jpg" alt="" width="282" height="300" /></a>Lame, Guardiola, Trocco, e Mastresca sono toponimi longobardi, S. Angelo presso Poggiombricchio, S. Angelo a monte di Cusciano rappresentano il loro santo protettore e Case Venane, Ca’vinnili, Colle Vernilli e Canili sono toponimi che rinviano ad insediamenti longobardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Rovistando in una macerina di Canili è stata rinvenuto un frammento di vassoio stampigliato con simboli solari di sicura fattura longobarda che testimonia la loro presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’altomedioevo Canili era un insediamento aperto senza difese e collegato alla strada romana che correva lungo il fiume Vomano. Nel 873 la chiesa di S. Maria dipendeva da Montecassino tramite S. Michele Arcangelo di Barrea così come risulta da un privilegio dell’imperatore franco Lodovico II. Nel 953 tale situazione veniva confermata da Berengario e Adalberto. Nel 1047 altra conferma dall’imperatore Enrico III e nel 1137 anche il re franco Lotario III confermava la dipendenza della chiesa a Montecassino. Nel medioevo aumentava l’esigenza di difesa del territorio e in questa fase si sviluppa Cerqueto, in un luogo più elevato e inaccessibile, con il trasferimento degli abitanti di Canili. Solamente una ricerca archeologica potrebbe rivelare un vecchio insediamento longobardo inserito nel pendio come tutti gli insediamenti tipici di quel popolo.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-061.jpg"><img class="size-medium wp-image-7968 alignright" title="Santa Maria dei Canili - lato nord - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-061-300x205.jpg" alt="" width="300" height="205" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’attuale borgo antico, denominato castello, presenta una planimetria anulare e la via principale può essere chiusa con portoni. Fuori le mura del castello sorge la chiesa di S. Egidio, un santo vissuto in epoca longobarda, che nel 1324 pagava le decime alla curia pontificia. Nel 1419 Cerqueto fu venduto a Riccardi d’Ortona da parte della Regina Giovanna II. Nel 1432 il papa Eugenio IV emanava una bolla pontificia che raccomandava il restauro della chiesa di S. Egidio. Nel 1454 Cerqueto passava agli Orsini governatori della Valle Siciliana. Nel 1526 l’imperatore spagnolo Carlo V nominava marchese della Valle Siciliana Ferdinando de Alarcon y Mendoza e nel 1586 il governatore Gabriele Yllane De Castro teneva Cerqueto così come dimostrato dal suo stemma posto presso la chiesa di S. Maria dei Canili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><em>Ing. Domenico Di Baldassarre </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Oblio dei secoli</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/oblio-dei-secoli/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 17:24:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra immensa selva di querce Cerqueto sta, E giù per la china del monte In forte discesa Occhieggia, Con le sue case lucenti: E sembra ripeta La storia sua antica Disseminata nel tempo Che fu. Ma cerchi e rovisti tu indarno Storia che fu, Cerqueto non trovi giammai; Da tutti obliato E appare Come un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/cerqueto.jpg"></a><span id="more-7614"></span>Tra immensa selva di querce<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/5.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7910" title="Cerqueto anni '40 - Ph. Profeta Di Profeta" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/5-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/cerqueto.jpg"></a><br />
Cerqueto sta,<br />
E giù per la china del monte<br />
In forte discesa<br />
Occhieggia,<br />
Con le sue case lucenti:<br />
E sembra ripeta<br />
La storia sua antica<br />
Disseminata nel tempo<br />
Che fu.<!--more--></p>
<p>Ma cerchi e rovisti tu indarno<br />
Storia che fu,<br />
Cerqueto non trovi giammai;<br />
Da tutti obliato<br />
E appare<br />
Come un virgulto improvviso<br />
Che spunta a ridirci:<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/0911.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7854" title="Il costone di Colle Piano -  Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/0911-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></a><br />
Son tanti paesi<br />
Che furon belli e felici<br />
Con me.</p>
<p>Ma tanti paesi ignorati<br />
Vissero già:<br />
La storia giammai ti conobbe;<br />
Ed anzi negletti,<br />
Felici,<br />
Gli anni trascorsero belli<br />
Più ancora beati<br />
Perché, fortunati;<br />
Vennero popoli amici<br />
Sol qui&#8230;</p>
<p>E ancora nel tempo venturo<br />
Si vede già<br />
Che prospera e bella, Cerqueto,<img class="alignright size-medium wp-image-7855" title="Il Gran Sasso visto da Cerqueto. Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/171-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" /> In forte salita<br />
Riguarda:<br />
Sarà senz&#8217;altro il futuro A darmi la gloria,<br />
A darmi la gioia<br />
Cui tutti guardan fidenti<br />
Quaggiù!&#8230;</p>
<p><strong>Poesia tratta da:</strong><strong> <em>La mia terra &#8211; Paesi d&#8217;Abruzzo</em> </strong><strong>di</strong><strong> Giulio Di Nicola, p</strong>adre passionista , poeta e studioso di antichi documenti.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Longobardismi nel nostro dialetto</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/longobardismi-nel-nostro-dialetto/</link>
		<comments>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/longobardismi-nel-nostro-dialetto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:42:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. . Salviamo il nostro dialetto]]></category>
		<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Numerosi studi storici del Medioevo dimostrano la presenza, importante e intensa, dei Longobardi  in gran parte delle contrade abruzzesi. Le opinioni circa l’occupazione della provincia romana Valeria, e della V Regio, Picenum, da parte dei Longobardi sono contrastanti ma, con certezza, sappiamo che, provenendo dalla base di Rieti,  si stanziarono molto facilmente tra le nostre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/anno591g.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7723" title="L'Italia longobarda " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/anno591g-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a>Numerosi studi storici del Medioevo dimostrano la presenza, importante e intensa, dei Longobardi  in gran parte delle contrade abruzzesi. Le opinioni circa l’occupazione della provincia romana Valeria, e della V Regio, Picenum, da parte dei Longobardi sono contrastanti ma, con certezza, sappiamo che, provenendo dalla base di Rieti,  si stanziarono molto facilmente tra le nostre montagne,  lasciando ai Bizantini solo sporadici presidi lungo le coste. La dominazione longobarda durò ufficialmente dal 571 al 774 ma, in Abruzzo, il longobardo ducato di Spoleto, con i sette gastaldati iniziali (circoscrizioni amministrative: Marsi, Amiterno, Penne, Chieti, Forcona, Aprutium, Valva), con gli stessi  confini delle giurisdizione diocesane, ebbe una a vita molto più lunga.<span id="more-7600"></span>Il potere locale continuò ad essere in mano a funzionari longobardi, come risulta dai nomi longobardi dei successivi duchi. I gastaldi diventarono dieci intorno all&#8217;anno mille e il ducato di Spoleto, seppur in forma ridotta, con esclusione delle nostre terre, fu annesso allo Stato Pontificio solo nel 1198. Nel corso dei secoli, i Longobardi, inizialmente casta militare rigidamente separata dalla massa della popolazione romanica, si integrarono progressivamente con il tessuto sociale italiano, grazie all&#8217;emanazione di leggi scritte in latino (Editto di Rotari, 643), alla conversione al cattolicesimo alla fine VII secolo e allo sviluppo di rapporti sempre più stretti con le altre componenti sociali e politiche della penisola, bizantine e romane. Come gran parte dei popoli nomadi, i Longobardi assimilarono culture, credenze, usanze e religione. La contrastata fusione tra l&#8217;elemento germanico longobardo e quello romanico rappresentano  le basi della  nostra società  dei secoli successivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Appare chiaro che anche il contributo linguistico dato dalla dominazione longobarda al nostro dialetto, come pure all&#8217;italiano, fu importante e decisivo; molte infatti delle parole che noi usiamo quotidianamente e delle quali non sapremmo più fare a meno, sono riconducibili ai longobardi. Da sottolineare il fatto che quasi tutte le parole longobarde, o più in generale germaniche, entrate nel nostro dialetto, rimandano all&#8217;esperienza quotidiana, agli aspetti della vita pratica, che venne in molti casi riorganizzata al contatto con la civiltà longobarda. Molto spesso di fronte al corrispondente termine latino la parola germanica ha ancora oggi un qualcosa di eccessivo, come per esempio nel caso di  trincare rispetto a bere, sguazzare rispetto a bagnarsi, russare rispetto a dormire, arraffare rispetto a prendere. La stessa sfumatura negativa si riscontra spesso anche in numerosi aggettivi italiani formati con i suffissi germanici -aldo (spavaldo), -esco (animalesco rispetto ad animale, militaresco rispetto a militare), -ingo (ramingo, guardingo, casalingo), -ardo (beffardo, bugiardo). Grande successo ebbero anche i nomi di persona germanici; alcuni sono ancora oggi comunissimi: Aldo, Corrado, Guglielmo, Roberto, Guido, Carlo, Federico. Lo stesso nome Adina potrebbe derivare da Odino , germanico Wotan, longobardo Gòdan, il più antico degli dèi e il creatore del mondo e di tutte le cose, signore e conoscitore delle cose antiche e profonde.</p>
<p style="text-align: justify;">I massari longobardi delle nuove curtes, poderi agricoli, coltivati dai coloni locali, ricchi o poveri, al servizio dei longobardi, ed il loro quotidiano contatto nella comune fatica della coltivazione della terra, resero naturale il passaggio di numerosi vocaboli longobardi nel lessico di quel nuovo linguaggio volgare che andava pian piano formandosi, con voci per lo più legate al mondo rurale, passate poi anche nell&#8217; italiano. Nel nostro lessico rimangono comunque tracce di tre sedimentazioni principali germaniche, dovute a ciascuna delle genti che ci hanno dominato: ai Goti, ai Longobardi, ai Franchi. Non è sempre facile distinguere fra loro questi tre strati.  Un termine cerquetano che ricorda un termine germanico può darsi, così, che non sia da addebitare ai Longobardi, ma ai tedeschi stessi ed essere giunto da noi usando le più varie strade&#8230; Le lingue, come è a tutti noto, si parlano ed i vocaboli viaggiano e si fondono con altri termini. L’obiettivo di questa ricerca, è solo un punto di partenza, un tentativo di ricognizione su quanto è sopravvissuto nel nostro dialetto dell&#8217;antica cultura germanica (sia essa gotica,  longobarda o franca) in aggiunta alla cultura già esistente. Sicuramente Cerqueto,  il castrum Querquetum,  con la sua posizione di difesa naturale, rappresentò  un posto tranquillo e più sicuro per la popolazione che cercava scampo dalle nuove scorrerie barbariche, ungare, saracene o normanne. In un modo o in un altro le origini o l&#8217;evoluzione del nostro paese sono legate  alla cultura longobarda, ancora dominante intorno all&#8217;anno mille.  Se direttamente o indirettamente, attraverso gli altri dialetti, i longobardismi o più in generale i germanismi siano entrati a far parte del cerquetano è impossibile stabilirlo, certamente hanno influenzato in maniera evidente il nostro dialetto, come pure tutti gli altri dialetti abruzzesi.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/spoleto11.png"><img class="alignleft size-full wp-image-8140" title="Ducato di Spoleto nell'anno 1000" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/spoleto11.png" alt="" width="224" height="167" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La dominazione longobarda ha sicuramente lasciato numerosi toponimi del tipo SCULCOLA (<em>skulk,</em> posto di guardia), da cui Scurcola Marsicana, Monte Scurcola, GUARDIA (<em>warda</em>, posto di vedetta), da cui Guardia Vomano, Guardiagrele, Guardialfiera, FARA (un insieme di famiglie), da cui Fara Filiorum Petri, Fara San Martino, e alcuni toponimici in -ISCUS, da cui Pescosansonesco, Serramonacesca, Notaresco o in -INGUS, da cui Civitaretenga, LAME e il suo plurale LIME  (acqua, stagno), termini abbastanza diffusi tra le nostre montagne. Anche il toponimo CANILI (case dei Winili) può essere sicuramente associato ai Longobardi.  È certo, infatti, che i Longobardi, più anticamente  erano chiamati <em>Winili </em>(vincenti), furono chiamati Longobardi solo in un secondo tempo. Infatti nella loro lingua <em>lang</em> significa lunga e <em>bart</em> barba, come attestato da Paolo Diacono nella sua <em>Historia Langobardorum</em>. Ma Diacono scrive che “<em>abitualmente si radevano fino alla nuca, mentre i capelli divisi in due bande, spiovevano ai lati fin quasi alla bocca”. </em>A spiegare il nome longobardi sarebbe, secondo Paolo Diacono, il mito di <strong>G</strong>ambara, regina longobarda, che, dietro consiglio di Frea, moglie di Wotan (Odino), avrebbe consigliato ai Winnili di presentarsi all’alba alla vista di Wotan, accompagnati dalle proprie donne camuffate dai lunghi capelli, avvolti intorno ai volti, al fine sembrare di numero superiore e  di avere la meglio sui Vandali. Da qui l’espressione di Wotan longobardi, la conseguente assegnazione del nome ed anche della vittoria.   Altri fanno derivare questo secondo nome dalle lunghe lance <em>alabarde</em> di cui erano armati. Ma a noi interessa il loro antico nome Winili. E poi è certo che la chiesa di Santa Maria dei Canili,  a nord-est di Cerquet0, come  la maggioranza dei monasteri sorti in Italia prima dell’anno mille, affonda le sue origini nell&#8217;età longobarda, per il suo collegamento al monastero di S. Angelo a Barrea e alla Abbazia di Montecassino.  Passando dai toponimi ai nomi comuni, e rimanendo sempre nel nostro dialetto,  l’ elenco dei termini, assolutamente non esaustivo, di seguito riportato,  è abbastanza cospicuo in considerazione dei radicali mutamenti,  il graduale disuso di alcuni termini e la mancanza di tradizione scritta.</p>
<p><strong>‘mbasciatë</strong> ambasciata, dal longobardo <em>ambacthia</em><em> </em>(servizio) o dal gotico -<em>baths</em> (servitore)</p>
<p><strong>‘mbastò</strong><strong> </strong>imbastire, dal longobardo  <em>bastan</em> (cucire, dare punti)</p>
<p><strong>abblaccatë</strong><strong> </strong>= afflosciato, stancato , dal longobardo <em>blaich</em><em> </em>(pallido, sbiadito)</p>
<p><strong>aggranfå</strong><strong> </strong>aggrappare<em>,</em><em> </em>dal longobardo <em>grampf</em><em> </em>(uncino)</p>
<p><strong>allaccàtë</strong> stanco, dal germanico <em>slack</em> (debole  o floscio)</p>
<p><strong>allappå</strong><strong> </strong>fare l&#8217;orlo<em>, </em>dal germanico<em> </em><em>lappo  (</em><em>orlo)</em></p>
<p><strong>allücchë</strong> inefficiente, inattivo, stupido,  dal longobardo <em>luk</em> (incerto / vuoto / costretto a stare senza far niente)</p>
<p><strong>arraffå</strong> arraffare, dal longobardo <em>graffo</em><em> </em>(strappare)</p>
<p><strong>arruffitë</strong> disordinato, scomposto<strong>,</strong> dal longobardo <em>rauffen</em><em> </em>(arruffarsi dei capelli)</p>
<p><strong>arzuffitë</strong> arrabbiato per fare baruffa - dal long. <em>bihroffian  (</em>baruffa) o anche <em>biruffan</em> (litigare)</p>
<p><strong>ballë</strong><strong> </strong>balla , dal longobardo <em>balla (</em>merce avvolta e legata)</p>
<p><strong>biadë</strong><strong> </strong>= biada, da un germanico <em>blada</em> (cereale)</p>
<p><strong>baraondë </strong>via vai convulso, dal longobardo <em>bara-onda</em> (baraonda)</p>
<p><strong>bїrlicchë e bїrloccë</strong> dal germanico ber+ likke / lokke (richiamo di caccia, parlantina)</p>
<p><strong>boschë</strong><strong> </strong>bosco dal longobardo <em>busk</em><em> </em>(bosco)</p>
<p><strong>brodë</strong> = acqua in cui viene bollita la carne, dal longobardo <em>brod</em><em> (brodo)</em></p>
<p><em><strong>bruschë </strong>botte<strong>, </strong></em><em>(d</em>al germanico <em>brust  (</em><em>s</em><em>pazzola</em><em>), </em>da cui l&#8217;espressione tipica<em>, të passë la bruschë, </em>ti faccio sentire qualche ceffone</p>
<p><strong>camërlenghë</strong> = titolo di chi amministra un incarico per conto di una confraternita o di una comunità. In italiano il termine Camerlengo è usato esclusivamente per indicare il Cardinale che amministra la camera apostolica e rappresenta la Santa Sede nel periodo di vacanza conseguente alla morte del Pontefice. In passato il camerlengo era il capo delle nostre università agricole.</p>
<p><strong>catrafüssë/scatrafüssë</strong> luogo scosceso, burrone, dal longobardo <em>catro</em> (cancello rustico)</p>
<p><strong>ciangëchì</strong><strong> </strong>= masticare, da longobardo <em>zanka</em><em> </em>(tenaglia) incrociato con &#8220;biasciuare&#8221;. L’azione del masticare viene paragonata a quella di una tenaglia</p>
<p><strong>cianghë</strong> gamba, dal longobardo <em>ankja</em> (gamba)</p>
<p><strong>cianghettë</strong> <em>sgambetto</em>, dal longobardo  <em>zanka</em><em> </em>(tenaglia), da cui l&#8217;espressione tipica cerquetana <strong></strong><em>fa la cianghettë</em><em> </em>(fare lo sgambetto)</p>
<p><strong>cioncå</strong><strong> </strong>sciupare, sformare, troncare, dal longobardo <em>zanka</em><em> </em>(tenaglia)</p>
<p><strong>coppë</strong> salume fatto con la testa e il collo del maiale, dal germanico <em>kopf</em><em> ( salume)</em></p>
<p><strong>fazzëlettë</strong> fazzoletto, dal longobardo <em>fazzjo</em> (straccio)</p>
<p><strong>fedërë</strong> federa, dal longobardo<em> </em><em>fetzen</em> (sacchetto)</p>
<p><strong>fiaschë</strong> fiasco, dal germanico <em>fiask (fiasco) o </em><em>dal longobardo </em><em>flasko (</em>fiasco)</p>
<p><strong>freschë</strong> fresco, dal longobardo <em>frisk</em><em> </em>(fresco) da cui l’espressione tipica cerquetana  <em>sta a lu freschë (</em>stare al fresco)</p>
<p><strong>grintë</strong><strong> </strong>grinta<strong>,</strong><strong> </strong>dal longobardo<em> </em><em>grimmitha</em> (che fa paura).</p>
<p><strong>guadagnå</strong><strong> </strong>guadagnare da <em>waidnjan</em> (pascolare- fonte di guadagno)</p>
<p><strong>lappë</strong> orlo,<strong> </strong>dal germanico <em>lappo (orlo)</em></p>
<p><strong>léschë</strong> fetta di pane, da longobardo <em>liska</em> (per fetta di pane)</p>
<p><strong>lestë</strong> alla svelta, dal longobardo <em>list</em> (astuzia)</p>
<p><strong>mahaunë</strong> peso allo stomaco, dal longobardo <em>mago</em> (stomaco). Per estensione il termine magone è passato ad indicare anche il dispiacere (chi ha un dispiacere, infatti, ha un peso allo stomaco).</p>
<p><strong>&#8216;mbastó</strong> imbastire dal longobardo  <em>basta (</em>laccio)</p>
<p><strong>mèrchå</strong> segnare, dal  longobardo  <em>marka</em> (segno)</p>
<p><strong>&#8216;nzaccaràtë</strong> per sporco di fango, viene dalla parola longobarda  <em>zahar</em><em> </em>( liquido gocciolante)</p>
<p><strong>pacchë</strong><strong> </strong>schiaffo, dal longobardo <em>pakka </em><em>(coscia di cavallo)</em></p>
<p><strong>pallë </strong>palla,da  longobardo <em>bala </em><em>(</em><em>palla</em><em>)</em></p>
<p><strong>prïtëlë</strong> sgabello,  dal germanico <em>predil</em><em> </em>(tavoletta di legno)</p>
<p><strong>ranganëjtë</strong><strong> </strong>affetto da raucedine,  dal gotico <em>wranks</em> (avviticchiarsi)</p>
<p><strong>réppë</strong> mangiatoia, dal germanico <em>greppia (</em><em>mangiatoia)</em></p>
<p><strong>rigajë</strong> frattaglie di pollo. La tradizione medioevale delle &#8220;regalie&#8221; dovrebbe avere origine in ambito germanico (franco o longobardo) .</p>
<p><strong>scaffalë</strong> scaffale, dal longobardo <em>skaf</em> (armadio senza sportelli).</p>
<p><strong>scajjë</strong><strong> </strong>scagliette di pietra, dal longobardo <em>skalia</em> (squama, scheggia)</p>
<p><strong>scarpinitë</strong> = camminare a lungo con andatura sostenuta. Probabilmente dall&#8217;italiano scarpa a sua volta derivato da un germanico <em>skarp</em>a. In alternativa è possibile che il termine derivi dall&#8217;italiano scarpata a sua volta generato da un gotico <em>skrapa</em> (sostegno)</p>
<p><strong>schëjënë</strong> schiena,  dal germanico <em>schena </em><em>(schiena)</em></p>
<p><strong>schernó</strong> schernire,  dal germanico  <em>skernja </em><em>(schernire)</em><em>,</em><em> </em><em>d</em><em>a cui l&#8217;espressione tipica cerquetana </em><em></em><em>arfà li schërnë, </em>schernire</p>
<p><strong>schërzå</strong> scherzare dal germanico <em>skerzan </em><em>(scherzare)</em></p>
<p><strong>scheurë</strong> buio,  dal  longobardo <em>skur (</em><em>non esposto alla luce)</em></p>
<p><strong>schiribizzë</strong> = la voce è generalmente interpretata come l&#8217;italiano ghiribizzo (idea bizzarra, capriccio improvviso), rapportabile a due termini alto tedeschi  <em>krebiz</em> (gambero) e <em>bizzo</em> (morso)</p>
<p><strong>schurëjënë</strong> anta chiusa che non lascia filtrare la luce, dal longobardo <em>skur </em><em>(buio)</em></p>
<p><strong>sciankatë</strong><strong> </strong>zoppo, dal<strong> </strong>longobardo<strong> </strong><em>hanka</em> (anca)</p>
<p><strong>scürcë</strong><strong> </strong>buccia dal longobardo <em>stukjan</em></p>
<p><strong>sënàtë</strong> , qualcosa che si tiene in grembo, uno strofinaccio legato al giro vita, una specie di grembiule  usato per raccogliere qualsiasi cosa  dal termine longobardo  <em>zinna  (</em>mammella)</p>
<p><strong>sgamå</strong> , cercare di capire, accorgersi di qualche cosa  dalla parola longobarda <em>scamaras</em> (spiare, informarsi), da cui l&#8217;espressione cerquetana<em> </em><em>à sgamatë</em> (ha capito)</p>
<p><strong>spaccå</strong><strong> </strong>rompere,  dal longobardo <em>spahhan</em> (fendere). Il termine <em>spaccaunë</em> vale per &#8220;colui che si vanta&#8221;. Forma verbale molto usata, <em>spaccå lu pürchë (</em>dividere in due il maiale), <em>mo&#8217; të spàcchë  lu méusë&#8217; (</em>in tono minaccioso, ora ti spaccol il muso)</p>
<p><strong>sparagniå</strong> risparmiare, si mantiene inalterato il termine longobardo<em> </em><em>sparon </em><em>(risparmiare)</em></p>
<p><strong>staffë</strong> staffa, inalterato dal longobardo <em>staffa</em> (predellino).</p>
<p><strong>stallë</strong> stalla inalterato dal termine germanico (<em>stalla)</em></p>
<p><strong>stracchë,</strong><strong> </strong>stanco,  dal germanico <em>strak (teso, rigido)</em></p>
<p><strong>strufinì</strong> strofinare, dal longobrdo  <em>straufinon</em><em> </em>(strappare, grattare via).</p>
<p><strong>struzzå</strong><strong> </strong>strozzare , dal longobardo <em>strozza</em><em> </em>(gola), da cui l’espressione<strong> </strong><em>mó më strozzë (</em>sto soffocando)</p>
<p><strong>tanfë</strong><strong> </strong>puzz<strong>a</strong><strong> </strong>dal longobardo <em>thampf</em> (fumo, vapore)</p>
<p><strong>tappå</strong> chiudere un foro, una buca, un&#8217;apertura, forse dal longobardo <em>tappa </em>(chiudere)</p>
<p><strong>tràppùlë,</strong><strong> </strong>tagliola,  da long  <em>trappa</em><em> </em>(trappola)</p>
<p><strong>trëppìtë</strong><strong> </strong>usato per appoggiare le pentole sul fuoco del camino, dal longobardo <em>trippon</em><em> </em>(calpestare).</p>
<p><strong>treschå</strong> trebbiare, dal germanico <em>thriskan</em><em> </em>(trebbiare)</p>
<p><strong>tringhí</strong>,  trincare, dal germanico <em>trink</em><em> </em>(bere)</p>
<p><strong>trücchë</strong><strong> </strong>=  una specie  di vaso di legno molto lungo e poggiato su delle gambe per sollevarlo da terra, usato per dar da mangiare alle pecore,  dal longobardo  <em>trog</em><em> </em>(vasca di legno)</p>
<p><strong>tuàjjë</strong><strong> </strong>, asciugamano e non tovaglia per la tavola, dal longobardo <em>thwahlja (</em>panno per asciugarsi) , come per &#8220;tovagliolo&#8221;</p>
<p><strong>uangë</strong> guancia, dal longobardo <em>wankja</em> (guancia).</p>
<p><strong>uàntë</strong>,   guanti,  dal longobardo <em>want</em> (guanti)</p>
<p><strong>uardå,</strong><strong> </strong>guardare, dal longobardo  <em>wardon</em> (guardare)</p>
<p><strong>uazzë,</strong> guazza, indica il bagnato della rugiada da cui anche l’italiano sguazzare (agitarsi nell’acqua),  dal longobardo <em>wazzer</em> (acqua)</p>
<p><strong>uërcë</strong> strabica, cieco,  dal longobardo <em>dwerk (</em>strabico)</p>
<p><strong>zuppë</strong> zuppa, dal longobardo supfa (polenta tenera)</p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
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		<title>Il gafio</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:41:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra i rarissimi gafii ancora esistenti nei paesini della provincia di Teramo sicuramente un’ autentica testimonianza è rappresentata da lu gafië dë Ulimpië a Cerqueto. Quasi appollaiato sotto il tetto,  lu gafië dë Ulimpië è ancora lì a ricordarci il nostro  passato e la cultura longobarda, da cui le nostre case contadine hanno ereditato diversi elementi. Certo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><br />
</em></p>
<div style="text-align: justify;">
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/371.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-9651.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-9651.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7717" title="Lu gafië dë Ulimpië a Cerqueto. Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-9651-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Tra i rarissimi gafii ancora esistenti nei paesini della provincia di Teramo sicuramente un’ autentica testimonianza è rappresentata da <em>lu gafië dë Ulimpië</em><em> </em>a Cerqueto. Quasi appollaiato sotto il tetto, <em> </em><em>lu gafië dë Ulimpië</em><em> </em>è ancora lì a ricordarci il nostro  passato e la cultura longobarda, da cui le nostre case contadine hanno ereditato diversi elementi. Certo una struttura così perfetta nella sua semplicità, con il solo uso del legno e della pietra, una balconcino a sbalzo che si auto reggesse e proteggesse, composto dal piano di calpestio, balaustra e copertura, non sarebbe stata facilmente attuabile senza l’abilità di un popolo abituato ad operare con il legno, come era il popolo longobardo. <span id="more-7598"></span>Il gafio, apparentemente di scarso valore artistico,  è una struttura che meglio si adatta ai tradizionali solai in legno delle case contadine e conserva tutto il suo valore storico e culturale.  E così , fino a tutto l’800, a disposizione dell’edilizia povera  di Cerqueto, per gli amanti di luoghi esterni coperti, esistevano  solo i gafii. Nei primi decenni del novecento, con il rientro degli emigrati americani e le maggiori disponibilità economiche, cominciarono le prime sostituzioni. Facilmente riconoscibili erano le case degli americani  dai balconcini  in calcestruzzo e le balaustre in ferro.</p>
<p>Negli anni ’60 comunque esistevano ancora  diversi esemplari di gafii a Cerqueto. La scomparsa  quasi completa è dovuta naturalmente al degrado  del legno che ha accompagnato l’abbandono del paese e alle ristrutturazioni, intensificatesi a partire proprio dagli anni ’60, con materiali diversi, anche se meno adatti, come il cemento armato.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-9621.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7712" title="Lu gafië dë Ulimpië a Cerqueto. Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-9621-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Quale è l’origine e il significato della parola gafio? La parola, che ha assunto vari significati secondo le zone,  etimologicamente deriva dal termine longobardo <em>waifa</em> che vuol dire “<em>terra che non appartiene a nessuno</em>“, trasformatosi nei dialetti meridionali in <em>gafië</em>. Secondo attestazioni ufficiali  il significato del termine ha assunto nel corso del tempo un duplice significato: da un lato quello di “<em>vicolo, angiporto</em>“, dall’altro quello di  “<em>ballatoio, terrazzino pensile, bastione</em>” . Nelle Marche e nell’Umbria si incontra la <em>trasanna</em><em> </em>che era una specie di gafio. Nella provincia di Teramo la <em>yeifa</em><em> </em><em>(</em><em>con il significato di</em><em> </em><em>“spazio di suolo, recintato, presso alcune chiese, per tenerle isolate, per non impedire la luce e lo scolo delle acque” )</em><em> </em>è attestata con il significato di “<em>specie di lunga terrazza che dà sulla parte anteriore della casa dei contadini</em>”.</p>
<p>Ma il gafio non è solo una  semplice derivazione semantica. Esso è, in realtà, un elemento di unione  alla civiltà e alla cultura dei Longobardi e segna  una diretta continuità di questa consuetudine  edilizia. Il gafio conosce una diffusione molto ampia  negli antichi ducati  longobardi di Benevento e di Spoleto, di cui faceva parte l’Alta Valle del Vomano. Tale diffusione viene consolidata  dall’unità dell Regno di Napoli, come  si può concludere sulla base delle informazioni note. Sia gli Statuti di Teramo del 1440  che quelli del Castello di Ancarano, analizzati da Francesco Savini, il gafio era una costruzione molto utilizzata in tutta l’attuale provincia di Teramo. Secondo il Savini, esso sarebbe una tettoia posta sulla porta delle botteghe, oppure un verone o un pianerottolo  di scale esterna.<em> </em><em>” Era a tutti permesso avere innanzi le case e sopra le botteghe i gaffii e le  trasanne (gronde)</em><em> </em><em>nella maniera in cui li tenevano i vicini. Avevano però questi il diritto d’impedire siffatte costruzioni, purché abbattessero le proprie e pagassero insieme 20 libbre o lire al tesoro del Comune</em><em> </em><em>(IV, 16).</em><em> </em>Tuttavia  il gafio viene presentato come un elemento edilizio sporgente e di conseguenza ingombrante.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-7652" title="Fine anni '60- Preparazione del Tiro alla fune a Cerqueto- Ben visibile il gafio - Archivio Federico Mastrodascio" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/371-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" />La costruzione del gafio comincia ad essere soggetta a limitazioni, proprio a causa dell’ingombro, quando vengono definite,  in un primo momento nella sola capitale del Regno di Napoli, normative edilizie. Il vicerè Pedro de Toledo, al suo arrivo a Napoli,  diede inizio ad una completa ristrutturazione urbana della capitale, che si presentava troppo caotica e affollata. Nel 1533, Don Pedro stabiliva legislazioni edilizie  per rendere la capitale più vivibile, ripristinare un certo ordine pubblico, liberando molte strade anguste e buie. L”attenzione del vicerè si concentrò proprio su tutto ciò che  sporgeva  in modo vistoso e ingombrante dalla facciata di un edificio. L’iniziativa mirava a restituire una nuova luce alle vie che erano soffocate anche dall’ombra di tettoie, ballatoi, balconcini etc. “<em>A due maggio si buttò bando che tutti i gafii et intelaiature  della città si buttassero per terra, il che fu eseguito di tal manera che nello spazio d’otto giorni si trovarono buttati tutti per terra e per tutto il mese di Maggio si trovorono acconciate e fabricate le mura dove si levorono li gafii, e tutto ciò fu fatto per la pena, che vi si pose di 25 onze” (</em><em> </em>Sugli Statuti teramani del 1440: studi di Francesco Savini – Firenze, G. Barbera – 1889 p. 198)</p>
<p>Gli editti di Don Pedro vengono da Napoli estesi al resto del regno, o, almeno per quanto  più ci interessa, vengono sicuramente estesi a Teramo, come si può dedurre risalendo ad un’opera di Muzio Muzij, letterato ed erudito vissuto ed operante a Teramo tra  ‘500 e ‘600, conosciuto anche dal Savini.  (Della storia di Teramo: dialoghi sette di Muzio Muzij – Tipografia del Corriere Abruzzese 1893).   Nel 1893 l’opera del Muzij è stata edita a cura di G. Pannella, ed è  questa edizione che prendo in considerazione per conoscere in che modo, forse con metodi non del tutto graditi nel 1544, vengono applicate anche a Teramo le regole stabilite da Don Pedro.  <em>“L’anno seguente 44 furono alquanto travagliati i cittadini dal Mastro Portolano</em><em> </em><em>(responsabile</em><em> </em><em>edile)</em><em> </em><em>in far buttare a  terra  le scalate, ch’erano per le strade, e le trasanne (gronde), ed i Gaffii, ch’erano nella piazza sopra le botteghe, ed alcuno nelle strade, e se con destrezza dai Signori del Reggimento non si fosse avuto ricorso a S. E. </em><em>(il Vicerè di Napoli</em><em>) , avrebbe fatto assai peggio.” (Dialogo VII )</em></p>
<p>I gafii vengono però lasciati indisturbati nei paesi di montagna e nelle campagne, anche se la loro posizione è limitata nella parte alta delle case al fine di ridurne l’ingombro. Qui non costituivano nessun  ostacolo per carrozze  e uomini a cavallo perchè non esistevano carrozze e <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/37.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8107" title="Particolare del gafio della casa di Stanislao Mazzetta - Ph. Archivio Federico Mastrodascio" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/37-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a>non esisteva alcun centro trafficato ed è abbastanza naturale che la loro sopravvivenza sia stata possibile.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/gafio_chiesa.jpg"></a>Lu <em>gafië dë Ulimpië</em><em> </em>rappresenta, perciò, una testimonianza viva della storia, lunga e complessa, del nostro paese  e di una cultura millenaria e , purtroppo, si trova  in uno  stato di degrado  avanzato. Il recupero di quest’antica struttura  deve avvenire al più presto, al fine di evitare che  si deteriori ad un  punto tale da renderne  impossibile un restauro conservativo o un ripristino. E’ importante per noi salvaguardarlo e valorizzarlo,  come è necessario proteggere  le altre  strutture  esistenti  anche per stimolare nei nostri giovani il desiderio di conservazione.  Il degrado e la  conseguente perdita dei beni del proprio territorio rendono sicuramente  più povere le generazioni future!</p>
</div>
<div style="text-align: right;"><em>Adina  Di Cesare</em></div>
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		<title>Nel ricordo di un amico</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni tanto in questo periodo mi piace ascoltare un brano musicale chiamato “The sleeping sea” (il mare addormentato). E’ un pezzo per chitarra classica del musicista inglese Steve Hackett, pacato, sereno, ma allo stesso tempo drammatico. L’autore rivela che nel comporre il brano ha  immaginato il particolare contesto della città di Troia la sera precedente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/saroJPG.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/saroJPG.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7550" title="Estate 2011 - Saro e Blek in Sicilia " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/saroJPG-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>Ogni tanto in questo periodo mi piace ascoltare un brano musicale chiamato “The sleeping sea” (il mare addormentato). E’ un pezzo per chitarra classica del musicista inglese Steve Hackett, pacato, sereno, ma allo stesso tempo drammatico. L’autore rivela che nel comporre il brano ha  immaginato il particolare contesto della città di Troia la sera precedente la sua distruzione per mano degli Achei.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-7584"></span> Agli abitanti di Troia il mare doveva apparire calmo e silenzioso, sgombero com’era dalle navi greche, nascoste invece dietro un’insenatura nella vicina isola, mentre il cavallo di legno, germe della fine, era già stato trasportato all’interno della città. Dopo anni di assedio, gli abitanti vedevano e anelavano  il ritorno della pace e della tranquillità.<br />
L’incedere lento del brano, che fa pensare all’apparente calma del mare quando invece esso, a poca distanza dalla città, nasconde l’insidia  della distruzione (sottolineata da alcune melodie dissonanti),  è un&#8217;evidente metafora dell’esistenza e della inevitabile fine della vita terrena. Il mare tranquillo visto come la sensazione di quiete, e a volte di letizia, che si attraversa in certi splendidi momenti della  vita, per molti purtroppo rari e brevi. La flotta greca vista, invece, come metafora degli elementi distruttivi esterni, il cavallo di legno, infine, come l’entità distruttiva interiore, che può insediarsi nel nostro corpo in qualsiasi momento a noi sconosciuto e  manifestarsi in successivi periodi altrettanto casuali e inaspettati.<br />
Non ne capisco a fondo il motivo, ma mi trovo a pensare che questo brano sia così presente in questo periodo della mia vita perché molto spesso si affaccia con inesorabile frequenza nella mia mente il pensiero di Saro.</p>
<p style="text-align: justify;">Di coloro che in qualche modo hanno avuto contatti con il nostro paese (per legami coniugali, per lavoro, per parentele indirette, per cariche politiche e così via), Saro è stato sicuramente la persona che più di ogni altro ne è rimasto affascinato e se ne è sentito parte integrante. Negli ultimi tempi, insieme a Lena, cercava assiduamente una casa da ristrutturare per poterci tornare a suo piacimento.<br />
Per me era diventato un amico quasi fraterno e facevo con lui sempre lunghe chiacchierate ogni volta che tornava. Spesso mi ricordava le partite a pallone nel vecchio campo sportivo alle quali partecipava pure lui.<br />
Gli era rimasto impresso il fatto che usavamo regolarmente la scarpata a monte come parte integrante del campo e che lì  le azioni  di gioco si svolgevano con grandi scontri sempre in precario equilibrio. Ricordava anche le difficoltà iniziali incontrate per comprendere  le regole accessorie  che poco a poco ci eravamo date e che non erano contemplate in nessun regolamento calcistico, oppure le lunghe soste quando il pallone spariva tra i cespugli delle scarpate a valle e le urla «belluine», come diceva, nelle risse o nelle polemiche quasi sistematiche.<br />
Affermava di essersi fin da subito sentito parte della comunità. Ma questo derivava più che altro dalla sua particolare simpatia  e affabilità.<br />
Lo scorso anno, in questo stesso periodo, mi aveva chiesto di trovargli una casa in affitto per circa un mese. La scomparsa improvvisa, e per lui dolorosissima, del suo unico fratello fece però svanire tale proposito.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la prossima estate voleva poi organizzare nel nostro paese una presentazione della sua, fino a quel momento unica, ma bellissima, raccolta di poesie, <em>“Giostra di Falene”</em> e una nuova raccolta era quasi pronta. Grazie alla sua autoironia, la lettura delle poesie a Cerqueto sarebbe stata sicuramente un avvenimento leggero, brillante ed acuto ad un tempo. Questo, tra l’altro, anche per la sottile enfasi con la quale sapeva declamarle, potenziandone l’intrinseco valore. Un pomeriggio, a casa di Rita, ci “recitò” la poesia che aveva dedicato a zio Quintino, “<em>Al mio</em> <em>secondo padre</em>”, riuscendo a creare gradualmente nei presenti uno stato di percepibile commozione.<br />
Lo avevo sentito per l’ultima volta nei giorni successivi al Natale. Era ancora molto debole per gli inattesi postumi dovuti all’operazione. Per telefono, insieme ad altre cose, mi disse che gli era piaciuto molto il numero di novembre del giornale (l’unico tra l’altro senza una sua poesia) e che aveva qualche idea da sviluppare per alcuni prossimi suoi articoli. Del resto il primo numero del nostro piccolo giornale nacque nello stesso periodo della pubblicazione di <em>“Giostra di Falene”</em> e l’intervista a Saro, insieme con la pubblicazione della sua poesia dedicata a Cerqueto, furono le prime cose da inserire che ci vennero in mente. Con entusiasmo si rese subito disponibile alla collaborazione e ci fu molto vicino con i suoi puntuali e colti  consigli.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alla collaborazione con CerquetoInforma, aveva tanti altri progetti ed impegni. A Treviso collaborava nell’Università Popolare, insegnando poesia e teatro e riscuotendo, mi hanno detto, ammirazione per la sua cultura e per la sua esposizione fantasiosa. Da poco, poi, aveva finito di sistemare la sua casa in Sicilia con l’intenzione, se ne avesse trovata una adatta, di fare lo stesso a Cerqueto e sicuramente avremmo potuto apprezzare altre raccolte poetiche. Si trovava cioè in una fase importante della sua vita: dopo la pensione, maturata nella scuola come insegnante di Italiano, ed ancora relativamente giovane, avrebbe potuto dedicare le sue energie a ciò che davvero lo entusiasmava. Con la poesia poteva avvicinarsi al bisogno di assoluto di cui, diceva, adesso sentiva  l’urgenza, essendo stato colpito da grandi dolori, sia nella sua famiglia che in quella di Lena, pur avendo della religione un’idea assai personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece un intervento al cuore che doveva essere solo preventivo, una «revisione» nelle sue parole, lo ha separato per sempre dai suoi cari e dai tanti progetti.Il “mare calmo” della sua vita svanito in alcuni mesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Saro-e-Blek-3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8088" title="Saro e Blek " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Saro-e-Blek-3-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" /></a>Con lui se ne è andata anche la suggestiva  forma poetica che abbiamo potuto ammirare, anche se solo per poco. Forse troppo tardi aveva trovato il coraggio di pubblicare i suoi versi. L’unanime consenso che ne era seguito lo spronava a continuare ed era evidente che quella passione, taciuta per anni, ora dal suo animo aveva necessità di rivelarsi verso l’esterno. Una tensione positiva che sicuramente Saro, se il destino gliene avesse concesso la possibilità, avrebbe tradotto nel migliore dei modi. Non ho competenza per parlare del valore letterario delle sue poesie, però sicuramente riusciva a dare forma poetica a quelle percezioni della nostra vita interiore che rimangono sospese nel limbo dell’inconsapevolezza fino a quando qualcuno, i veri poeti, non le definisce e ce le riconsegna in parole chiare, coinvolgenti ed originali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il legame profondo che Saro aveva con Cerqueto, insieme con la sua indole schiva e minimalista, si è evidenziato anche nella sua ultima scelta di voler essere sepolto nel nostro paese, lui che era un cittadino italiano nel vero senso della parola: siciliano di nascita, veneto di adozione e con moglie abruzzese.<br />
Sosteneva infatti che, diversamente dagli altri luoghi, così grandi che per la maggior parte dei visitatori sarebbe stato semplicemente un «piccolo rettangolo marmoreo in un’infinità di altri rettangoli», a Cerqueto si sarebbe sentito meno solo. Chiunque di noi avesse visitato il cimitero, «con vista verso il Gran Sasso e dove c&#8217;è spesso il sole», avrebbe saputo chi era Saro e conosciuto la sua storia, allo stesso modo in cui si conosce quella di tutti gli altri defunti, come in una piccola Spoon River, e avrebbe sicuramente lasciato un fiore o semplicemente rivolto un pensiero anche a lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Angelo Mastrodascio</em></p>
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		<title>Il poeta Saro, gregario fedele di sogni</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/il-poeta-saro-gregario-fedele-di-sogni/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[È per ricordare il poeta Saro Gianneri, prezioso e insostituibile collaboratore di Cerqueto InForma, che ho voluto rileggere Giostra di falene, il libro di poesie di Saro, pubblicato circa due anni fa (Edizioni Del Leone). La rilettura delle  poesie è sempre un’esperienza nuova e profonda, ma, in questo caso, è stato anche un modo per comprendere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<div><img class="alignleft size-medium wp-image-609" title="Le poesie di Saro Gianneri" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2010/08/Saro-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></div>
<p style="text-align: justify;">È per ricordare il poeta Saro Gianneri, prezioso e insostituibile collaboratore di <em>Cerqueto InForma,</em> che ho voluto rileggere <em>Giostra di falene,</em><em> </em>il libro di poesie di Saro,<em> </em>pubblicato circa due anni fa (Edizioni Del Leone). La rilettura delle  poesie è sempre un’esperienza nuova e profonda, ma, in questo caso, è stato anche un modo per comprendere appieno il messaggio di vita che Saro ci ha lasciato in eredità e per  esorcizzare la desolazione e il vuoto che un poeta, quando scompare per sempre, lascia intorno a sé, pur continuando a vivere nei suoi versi a lungo e forse per sempre.<span id="more-7540"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la poesia sia un mezzo per dare voce all’anima sia di chi scrive  e sia di chi legge e il viaggio attraverso i versi  di Saro è stato, per me, tutt’altro che un percorso passivo poiché mi ha fatto rivivere esperienze ed emozioni personali. Man mano che si penetra nel profondo della memoria della sua poesia, si rivivono le visioni che i versi evocano. Un super viaggio, una memoria dalla duplice faccia: una appartenente al poeta che scrive, personalissima, <em>“gregario fedele di sogni</em>” (La tua casa),  l’altra appartenente alla forza delle parole.  E poi  lo sguardo rivolto a tanti luoghi e persone familiari – Cerqueto, il Piano Santo,  il Gran Sasso, Poggio Umbricchio, il Vomano, i Canili, la casetta di Cuccione, fonte Marcucci &#8211; non può che ampliare ed approfondire la comprensione di questi luoghi.    Pensiero e poesia così si fondono in un insieme fatto di privato e  di comune, di soggettivo e collettivo;  ed il lettore penetra nelle atmosfere che il poeta Saro riesce a creare, si trasforma quasi in coautore. Questo è forse il pregio di maggior valore di queste poesie insieme all’amore per la natura viva, per quella prospettiva di vitalità che pervade tutte le creature, che non sono solo le persone, ma sono anche gli animali, i luoghi, le piante e gli oggetti,  per la naturalezza  e il calore che pervadono le descrizioni, le metafore, le immagini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/saro1.jpg"></a>Il libro di Saro, sapientemente organizzato in cinque sezioni molto significative &#8211; NELLA NOTTE DEI TEMPI, LA GEOGRAFIA DELL&#8217;ANIMA, LA SAGGEZZA FRAGILE, TRITTICO ALLA MADRE E ALTRO, LA DULCAMARA &#8211;  è  un concentrato di esperienze di vita del poeta, un susseguirsi di scene autentiche, realmente vissute dall’autore.  L’itinerario del suo viaggio è molto variegato, i panorami messi a fuoco, dove si concentrano le sue emozioni e la sua attenzione, sono molto dissimili, dal mare della sua amata Sicilia alle aspre montagne abruzzesi, alle terre venete, così diverse.  Le acque che attraversa sono mari ineguali, fiumi molteplici. I panorami e i fondali  cambiano ma Saro riesce a vedere la forza che risiede in ognuno di essi , a coglierne l’essenza più profonda  e tradurre le sue emozioni, i suoi sentimenti e i suoi pensieri in straordinari e profondi versi poetici fino a soddisfare le  sue esigenze di bello, di vero e di infinito. Il risultato, frutto di un meditato lavoro di sintesi, di levigatura, di revisione, è qualcosa di essenziale e importante, qualcosa che va detto a tutti i costi. La selezione di tutto quello che può offuscare le emozioni è stata fatta a monte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/E.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/E.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/E.jpg"></a>Poesie inevitabilmente legate alla  memoria, alle sue esperienze di vita.  Frammenti, filamenti di  ricordi che vengono a galla  nella mente del poeta e s’intrecciano alla luce della realtà del presente, in compresenza con tutte le sue esigenze,  così come quelle falene che giostravano, “<em>un tempo</em> <em>al buio di prima sera”</em> , intorno alla lampada appesa al chiodo, quando teneva tra le braccia una grossa anguria e sognava di avere tra le braccia la luna “ .. <em>avere tra le braccia un’anguria</em> / <em>grossa rossa era la luna” (</em>Ritorno a Catania<em>)</em>.  Ma il suo ricordo non è un congelarsi patetico al passato che non c’è più. <em>“</em>Troppa memoria è nessuna memoria”, come affermava lo stesso Saro nel corso dell&#8217;intervista, generosamente concessami in occasione di una delle sue numerose visite a Cerqueto. Il suo è un passato che si attiva nel presente e si valorizza e si allarga verso il futuro. “<em>Ma questo il candore della vita / esserci nonostante tutto / con una scintilla al domani</em>..”(La dulcamara<em>).</em><em> </em>I suoi ricordi provengono da una profondità misteriosa e vigorosa, non sono mai casuali ed estemporanei, finalizzati a se stessi. Così il ricordo delle falene che giostravano attorno alla lampada genera il titolo <em>Giostra di falene,</em><em> </em>che ha un possente valore simbolico e riassume, con una metafora felicissima, il significato profondo, inesorabile della precarietà della vita. Le falene, creature notturne,  sono affascinate e attirate dalla luce; la vicinanza con quella luce le annullerà ma non importa; la luce è più forte, la vita è vita. Non si sfugge alla luce, alla vita e le falene corrono verso la luce e lo fanno come  se si trovassero in una  giostra. La giostra, una parola che ci dice tutto della vita, una parola che, in quell’ affannoso girare attorno alla lampada, evoca  molti aspetti della vita: incontri, scontri, fantasia, bellezza, amore, gioco, prove, combattimenti, sfide, la bellezza della vita. E le falene vivono gioiose in questo loro carosello, in <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/E.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7552" title="Saro, durante la presentazione del libro GIOSTRA DI FALENE a Palazzo Bomben - Treviso- 16 aprile 2010" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/03/E-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" /></a>questa corsa affannosa, che le porterà inevitabilmente alla morte. Siamo nella dimensione di quel mistero che circonda e avvolge la vita, “<em>l’avaro tempo della vita</em>”,  e che si riflette,  sobbalza, quasi a esplodere, da tanti altri momenti apparentemente sereni. <em>“… ora che a sera il treno / corre verso bicocca / dove pernici aspettano / i passi cauti la schioppettata precisa</em>” (A sera). .  “… <em>e nell’inganno degli specchi / per sete di tenera acqua / trovo la fine</em>” (Allodola)</p>
<p style="text-align: justify;">Quanta acqua in queste poche pagine! Sempre insidiosa dietro ogni scena, pronta a riemergere! Simbolo  naturale della vita che scorre,  che non conosce limiti ed ostacoli. La grande forza della vita, nella sua infinita varietà e vitalità, che ci trascina e ci travolge, dal liquido amniotico all’ acqua che si unisce ad altra acqua, fino allo sbocco nel mare. In questo inesorabile scorrere  del tempo si avverte la necessità di recuperare  quella dimensione umana, fatta  di sensibilità e di emozioni,  troppo spesso soffocate dal materialismo imperante della moderna società. “L’ uomo ha perso di vista l’ uomo, crede scioccamente che siano il potere, il denaro a dare un senso alla vita, a sconfiggere la morte”. Questo affermava Saro a proposito della mancata sensibilità dell’uomo moderno verso la poesia   e questo penso  sia il messaggio più profondo e più vero di tutta la sua produzione poetica. &#8220;<em>Dove andranno questi cuori / ghermiti dalla vita/ questi sguardi affannati/ che gridano angoscia / nei sedili a fila traballanti?&#8221; (</em>Cielo di metallo)</p>
<div style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></div>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Ritorno d&#8217;aprile</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/ritorno-daprile/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:37:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno scialle di margherite davanti la casupola cadente fra l’intimità intatta dell’erba. Ma la porta consunta non sente primavera a volte la batte un vento bizzarro, quasi a scandire la vita. Come tegole della casupola sono crollati gli anni avviliti cosa vale questo ritorno d’aprile? Saro Gianneri (da Giostra di falene)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/saro1.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/saro1.jpg"></a></p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/05/saro1-e1335880660641.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8174" title="Saro a Cerqueto - Ph. Gianluca Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/05/saro1-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a><span id="more-8162"></span></p>
<p>Uno scialle di margherite</p>
<p>davanti la casupola cadente</p>
<p>fra l’intimità intatta dell’erba.</p>
<p>Ma la porta consunta</p>
<p>non sente primavera</p>
<p>a volte la batte un vento bizzarro,</p>
<p>quasi a scandire la vita.</p>
<p>Come tegole della casupola</p>
<p>sono crollati gli anni avviliti</p>
<p>cosa vale questo ritorno d’aprile?</p>
<p><em>Saro Gianneri<br />
</em> <em> (da Giostra di falene)<br />
</em></p>
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		<title>Questioni di cuore</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/questioni-di-cuore-2/</link>
		<comments>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/questioni-di-cuore-2/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[TV, 31/03/2011 Ho pronto il cartello con la scritta torno subito, per assentarmi dalla vita. Non so se sarò di parola, non dipende da me infine è vivere che consola dalla morte. Se tornerò, fischierò sull&#8217;uscio della bottega al verde delle foglie, al profumo del cielo ritrovato un&#8217;ultima melodia, poi chiudo definitivamente e vado via. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-7913"></span><img title="Continua..." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>TV, 31/03/2011</p>
<p>Ho pronto il cartello con la scritta</p>
<p>torno subito, per assentarmi dalla vita.</p>
<p>Non so se sarò di parola, non dipende da me</p>
<p>infine è vivere che consola dalla morte.</p>
<p>Se tornerò, fischierò sull&#8217;uscio della bottega</p>
<p>al verde delle foglie, al profumo del cielo ritrovato</p>
<p>un&#8217;ultima melodia, poi chiudo definitivamente</p>
<p>e vado via.</p>
<p><em>Saro Gianneri</em></p>
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		<title>L&#8217;antica arte della tessitura</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/lantica-arte-della-tessitura/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[L’interesse innato per le attività, gli utensili e gli strumenti del passato, hanno indotto Vincenzo Pisciaroli a costruirsi un telaio in legno, in tutto e per tutto uguale a quelli utilizzati dai suoi avi – ma pure dalla sua stessa mamma da bambina – ed a renderlo funzionante tramite l’insieme degli accessori necessari. Lo specifico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/telaio1.jpg"><img class="alignleft" title="Il telaio di Vincenzo - Ph. Andrea Marafante" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/telaio1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>L’interesse innato per le attività, gli utensili e gli strumenti del passato, hanno indotto Vincenzo Pisciaroli a costruirsi un telaio in legno, in tutto e per tutto uguale a quelli utilizzati dai suoi avi – ma pure dalla sua stessa mamma da bambina – ed a renderlo funzionante tramite l’insieme degli accessori necessari.<br />
Lo specifico modello di telaio utilizzato gli è stato fornito da Ezio Giardetti di Pietracamela, il quale ne aveva in passato ricostruito uno appartenuto alla sua famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-7873"></span> In questo modo, avendo a disposizione tutte le geometrie e le misure dei pezzi in legno e trovato il legname adatto allo scopo,  è passato alla realizzazione pratica del telaio, grazie anche all’aiuto di un falegname di Montorio, Gianni Pellanera, che è stato entusiasta di contribuire alla riproduzione di un oggetto che meno di un secolo fa era indispensabile in ogni famiglia.<br />
Per poterlo utilizzare effettivamente, da solo ha costruito i “licci”,  con le “maglie” (i filamenti in acciaio che fungono da  guide  per l’ordito)  acquistate in un’azienda tessile di Prato (le moderne macchine tessili seguono più o meno gli stessi metodi di quelle più antiche, anche se sono ora mosse da automatismi elettrici). In realtà aveva a disposizione anche i licci vecchi, costruiti con maglie di filo di cotone appartenuti ai suoi antenati,ma questi erano ormai non più idonei  in quanto logorati dall’uso e dal tempo. Oltretutto le maglie spedite da Prato vengono in realtà prodotte in Germania. I licci costruiti sono quattro e quattro sono i “pedali”  azionati dai piedi del tessitore che li muove.<br />
Ha costruito anche le “navette”, le “carrucole”, la “ruota dentata” che serve ad avvolgere la tela al “subbio” anteriore e a  mantenerla tesa, i “fusi” e tutti gli accessori in legno necessari per comporre “l’orditoio”. L’orditoio è un insieme di assi in legno sui quali vengono intrecciati i fili in modo sistematico, pronti per essere tesi sul telaio per la fase ultima della tessitura.<br />
<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/telaio5.jpg"><img class="alignleft" title="Vincenzo al telaio- Ph. Andrea Marafante" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/telaio5-300x243.jpg" alt="" width="300" height="243" /></a>Una volta dotatosi di tutti gli elementi necessari ed acquistato il filo per la tessitura, è passato alla fase difficoltosa della preparazione dell’ordito. L’ordito va preparato sull’orditoio. Nella preparazione dell’ordito si è fatto aiutare da Ezio Giardetti, perché l’operazione, che è alla base di tutta la tessitura, è molto complessa ed Ezio è un vero esperto in questo campo. Il suo telaio ha dodici licci, il che significa lavorare con dodici pedali  ed avere la possibilità di realizzare numerosissimi motivi, naturalmente con un enorme aumento nella difficoltà di esecuzione. Più sono numerosi i fili dell’ordito più sarà larga la stoffa, mentre la lunghezza dei fili sarà la lunghezza della stoffa, nel nostro caso circa 10 mt.  Realizzare l’ordito, che forma i fili verticali del tessuto, richiede veri e propri calcoli che dipendono dal tipo di filato, dal motivo scelto, dalla larghezza del tessuto ecc. Quindi Ezio,<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/ordito.jpg"><img class="size-medium wp-image-8120 alignright" title="Ezio e Vincenzo preparano l'ordito sull'orditoio          Ph. Angelo Mastrodascio" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/ordito-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a>prima di passare alle operazioni pratiche, ha innanzitutto riportato il piano di lavoro su carta, utilizzando segni, simboli e numeri specifici. Anche anticamente questa fase veniva preparata dagli esperti, che non erano molti. Una volta creati, i piani di lavoro ed i relativi disegni venivano conservati. Si tendeva così a replicare sempre un esiguo numero di orditi preparati in precedenza. Si spiega così il perché in uno stesso paese i motivi dei tessuti erano molto ripetitivi.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito, alla composizione pratica  dell’ordito, è stata presente anche Assunta, un’ amica  archeologa di Campotosto, che ha fatto dell’arte della tessitura un lavoro permanente: col suo telaio tesse su ordinazione coperte, borse, tovaglie, asciugamani, lenzuola e vive con questa attività.</p>
<p style="text-align: justify;">Costruito  l’ordito, i capi dei fii sono stati legati al subbio posteriore. Disposti poi tra le maglie dei licci e le fessure del pettine, sono stati legati anche al subbio anteriore e tesi attraverso la ruota dentata. Iniziando la tessitura, i fili dell’ordito si aprono e fanno passare la navetta, che distribuisce il filo di trama trasversalmente all’ordito. Tirando a sé il pettine, il tessitore addensa la riga del filo di trama a quella precedente tessendo man mano la stoffa.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/tessuto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8121" title="Il tessuto realizzato da Vincenzo - Ph. Federica Scardelletti" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/tessuto-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a><br />
Cominciando quindi a tessere, dopo diverse passate un po’ incerte, alla fine Vincenzo ha preso una buona familiarità con la sequenza delle  operazioni da eseguire sul telaio e la tela ha cominciato man mano a prendere forma. Questo lavoro è stato ovviamente fatto solo nel tempo libero, per cui arrivare agli ultimi centimetri di ordito ha richiesto alcuni mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il prodotto finale è una tela di circa 10 metri di lunghezza ed  80 cm di larghezza che possiamo ammirare nelle foto qui riportate. Tutta la tela potrebbe ad esempio essere utilizzata per fare una coperta, tagliandola in più parti alla stessa lunghezza e cucendo poi insieme le varie parti.</p>
<p><em>                                                                                                                                      Angelo Mastrodascio</em></p>
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		<item>
		<title>Mio padre &#8230; Classe 1911</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:33:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio Guida</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[“ La guerra è una brutta bestia, da qualsiasi parte la vuoi considerare “  Frase che  spesso  ho sentito  dire da mio padre; parole che, nel ricordo dei  suoi pochi racconti, con il passare degli anni, ho cercato sempre più di comprendere. Avevo tre anni quando mio padre tornò definitivamente a casa, dopo la prigionia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img00111.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7780" title="Il caporale Natale Guida" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img00111-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a></span></p>
<p style="text-align: justify;">“ La guerra è una brutta bestia, da qualsiasi parte la vuoi considerare “  Frase che  spesso  ho sentito  dire da mio padre; parole che, nel ricordo dei  suoi pochi racconti, con il passare degli anni, ho cercato sempre più di comprendere. Avevo tre anni quando mio padre tornò definitivamente a casa, dopo la prigionia nel lager tedesco.  Nel dopoguerra c’era poco da raccontare. Bisognava lavorare e cercare di ricostruire quello che la guerra aveva distrutto, famiglie e cose. Rare volte ho chiesto a mio padre di raccontarmi quei terribili anni perché avevo la sensazione che non volesse trasmettere a me e al resto della famiglia le paure e le brutture vissute. Ho sempre conservato gelosamente tutti i suoi documenti e gli appunti personali, da quando nel giugno del 1982 si spense definitivamente nella sua Cerqueto, nella casa dove era nato. Ho sempre rimandato, anno dopo anno, il desiderio di sistemare tutto tra i classici album fotografici e contenitori per documenti.<span id="more-7611"></span> La decisione soddisfare questo desiderio è venuta grazie alle pubblicazioni di <em>Cerqueto InForma</em><em> </em>che in ogni numero riporta storie  di guerra, vissute dai  cerquetani. Racconti eccezionali che fanno pensare … e l’emozione riportata nel leggerli mi ha convinto che è  bene raccontare  storie del genere affinché  l’uomo  non si trovi mai più in simili tragedie. Così ho deciso di iniziare a capire. E’ stato emozionante riprendere in mano foto, negativi e quei documenti sgualciti dal tempo. Passato questo primo impatto di grande emozione, ho iniziato ad approfondire ogni dettaglio, a ricercare in tutti i modi possibili, trascorrendo molto tempo sul sito del Regio Esercito,  per comprendere  gli avvenimenti storici, che vanno dalla fine della Grande Guerra del 1915-18 e la fine della Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mio padre, Natale Guida, nasce a Cerqueto il 24 dicembre 1911 da Egidio e Rosa Mazzetta, morta, quando lui aveva circa 10 anni, di polmonite, una malattia che colpì molte persone sia a Cerqueto che altrove. Soldato di leva , quindi,  con matricola 21 630, viene lasciato in congedo illimitato dal Distretto Militare di Teramo in data 15 febbraio 1932. Un mese dopo, il 17 marzo 1932, viene richiamato alle armi e il 19 marzo viene aggregato al 37° Reggimento Fanteria Ravenna (CAR di Alessandria), 6° e 7°Compagmia, dove si distingue come tiratore scelto con fucile e mitragliere A.4.  Il 16 marzo 1933 viene messo in congedo illimitato  con il giudizio di buona condotta  e servizio con fedeltà ed onore. Rientrato al Distretto Militare di Teramo, viene inserito nel ruolo 115 della forza in congedo Fanteria il 20 marzo 1933. Ma il congedo dura poco perché l’Italia stava preparandosi  alla guerra in Africa Orientale per ampliare, secondo Mussolini, l’ Impero italiano, che già comprendeva quattro paesi africani : l’Eritrea, la Somalia, la Libia e l’Etiopia.</p>
<p><strong>GUERRA  ITALO-ABISSINA</strong></p>
<p><a style="text-align: justify;" href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img0291.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img0291.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7777" title="Natale con altri commilitoni " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img0291-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il 10 aprile 1935 viene richiamato alle armi (per effetto del R.D. n°124 del 12 febbraio 1935) con il 14° Reggimento Fanteria Chieti. Il 16 aprile viene assegnato alla 96° Compagnia e successivamente, il 30 giugno 1935, viene di nuovo assegnato al 14° Reggimento fanteria.  Mio padre, il 28 settembre 1935  parte  per l’Eritrea con il 14°  Reggimento Fanteria mobilitati. Si imbarca  a Napoli e arriva al  porto di Massaua, Eritrea, il 6 ottobre 1935.  Raggiunge, con il 14° Rgt. Fanteria la Divisione “Pinerolo”,  il campo di guerra, dove già operava il II Corpo d’Armata.  I piani iniziali di guerra  prevedevano l’inizio delle operazioni militari dalla regione del Tigrè:  il I Corpo d’Armata Nazionale e il Corpo d’Armata Indigeno, verso Adigrat ed Entisciò; sulla destra il II Corpo d’Armata verso Adua, dal passo di Af Gaga.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Listener.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8230" title="Qualcuno potrebbe indicare il luogo dove sorge questo monumento?" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Listener-275x300.jpg" alt="" width="275" height="300" /></a>Tutto era pronto ormai e nel comunicato N°11 del 4 ottobre 1935 il Maresciallo Badoglio annunciava che “ <em>il 3 ottobre, alle ore 5.00, truppe italiane, partite dalle basi in Eritrea al comando del Maresciallo Emilio De Bono, avevano oltrepassato i confini del Mareb, tra Barrachit e Meghec in territorio etiopico, spingendosi su un fronte di 20 km dal confine”.</em> La guerra era iniziata.  La 24° Divisione fanteria Pinerolo,  dal motto “Sempre più avanti, sempre più in alto”, inquadrata nella Divisione Gran Sasso,  partecipa attivamente con i suoi reggimenti alla conquista del passo Af Gaga e di Adua nel Tigrè e successivamente nella prima battaglia del Tembien (14-20 dicembre 1935);  la battaglia dell’Endertà (10-15-febbraio 1936);  la seconda battaglia del Tembien (27 febbraio);  dello Scirè (29 febbraio-3marzo1936) con la valorosa ed eroica azione del II Corpo d’Armata con la 24° Divisione “Gran Sasso” e del IV Corpo d’Armata ; la battaglia di Mai Ceu (31 marzo 1936);  e quella seguente del lago Aschianghi (31 marzo – 15 aprile 1936). Nel frattempo anche il generale Rodolfo Graziani, sul versante somalo, il 25 aprile, occupava Harar e Dagahbur  e successivamente, anche a rilento per il maltempo, raggiungeva l’obiettivo prefissato Dire Daua.  Il 5 maggio 1936 le truppe italiane occuparono la capitale Addis Abeba, ormai abbandonata, il 2 maggio, dallo sconfitto Imperatore Re  Hailè Selassiè. Il 7 maggio l’Italia incluse ufficialmente l’Abissinia, il 9 maggio 1936 annunciò la fine della guerra e proclamò la nascita dell’Impero, nominando Imperatore d’Etiopia il Re Vittorio Emanuele III, e per entrambi quella di Primo Maresciallo dell’Impero. Badoglio diviene primo vicerè d’Etiopia e  Duca di Addis Abeba. Mio padre  il 27 luglio 1936  riparte dal porto di Massaua  e arriva a Napoli il 4 agosto 1936. Rientrato nel deposito del 14° Reggimento Fanteria a Chieti, il 9 agosto 1936, viene collocato in congedo illimitato ai sensi della circolare ( n° 38091 o 38001) del 21 giugno 1936 . Ma il meritato riposo, alla luce anche dei Riconoscimenti</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ee;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img011-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8228" title="I nomi  dei caduti  indicati nel momumento alla Fanteria Pinerolo" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img011-1-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" /></a></span>Militari ottenuti, dura poco.  Infatti l’Italia si apprestava ad un’altra guerra ancora più devastante attraverso la campagna Greco-Albanese.  Era iniziata la seconda guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LA CAMPAGNA ITALIANA IN GRECIA </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo richiamato alle armi per esigenze militari di carattere eccezionali, giunge al Deposito 14° Fanteria l’ 8 dicembre 1940, il  21 febbraio 1941 parte da Napoli per l’Albania per raggiungere il 14° Reggimento Fanteria. Il 22 febbraio sbarca a  Valona ( porto dell’Albania  a solo 70 miglia nautiche dalla costa di Salento) e raggiunge il 14° Reggimento Fanteria Mobilitato in territorio dichiarato in stato di guerra e  dal 22 febbraio 1941 al 23 aprile 1941, partecipa alle operazioni di guerra svoltesi al fronte Greco-Albanese.   Alla 24 ° Divisione Fanteria “Pinerolo”, ricostituita nel 1939 con in organico il 13° e 14° Reggimento Fanteria,   già operante dal 18 gennaio 1941 in Albania, è affiancato anche dal 18° Rgt. Artiglieria “Gran Sasso”, dal 313° Fanteria e dalla Legione d’assalto “L’Aquila” ,  dal III Btg. Mitraglieri, il XXIV Btg. Mortai da 81, il 24° Cp. cannoni anticarro da 47/32, il 6° Rtg. Cavalleria “Lancieri di Aosta” e il 7° Rtg. Cavalleria “Lancieri di Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando mio padre raggiunge con il 14° Reggimento Fanteria Mobilitati la zona di guerra, i combattimenti maggiori si svolgevano sui capisaldi di Chiaf, Chiciocut, Bregu Gliulei, Chiaf Bubesit e Bumesi. La battaglia per fermare l&#8217; avanzata dei nemici nella zona di Bubesi e Bregu Scialesit era supportata quasi interamente dalla Divisione Pinerolo che partecipava anche alla difesa  nel settore di Tepeleni (dal 29 gennaio al 12 febbraio). La battaglia di Tepeleni, imperniata sul mantenimento delle posizioni del Golico e della Shendeli, fu una delle più cruente e sanguinose per ambo le parti  e si protrasse sino a metà marzo. Dal 20  al 28 febbraio vi fu una pausa dovuta alle proibitive condizioni climatiche per entrambe le parti tanto da compromettere la sopravvivenza di molti soldati colpiti da  congelamento agli arti. La copiosa neve con temperature inferiori anche a -15°, accompagnata da un vento gelido e violento, arrestò entrambe le truppe nemiche. Passata la tregua, i combattimenti ripresero e grazie all’arrivo di altre Divisioni  iniziò la controffensiva italiana. Il 9 marzo 1941 entrò in campo il 14° Reggimento Fanteria Mobilitati con la Divisione Pinerolo con a capo il Generale Giuseppe Di Stefanis, e prese parte alla  controffensiva italiana nelle zone di Monte Scialesit, lago di Ocrida, Bilishiti , con l’incarico di occupare la regione del Cresciows. Un obiettivo raggiunto al termine di dure battaglie e molte difficoltà per la natura del terreno e la presenza di notevoli forze avversarie. Nel frattempo, 6 aprile 1941, la Germania stava per attaccare la Jugoslavia e la Grecia per porre in atto l’attacco verso la Russia. L’esercito greco non volle abbandonare le postazioni conquistate in Albania e riprese l’offensiva contro gli italiani, appoggiato anche da quello jugoslavo ma senza risultati.  L’8 aprile la Divisione Pinerolo ricevette l’ordine di trasferirsi sul fronte jugoslavo-albanese confinante con quello greco-albanese e a partire dal 9 aprile, la Divisione  venne inquadrata nel III Corpo d’Armata e venne trasferita a Perrenjes, confine greco-albanese.  Il 12 Aprile il Comando Supremo greco, preoccupato dall’avanzata tedesca, ordinò di ritirarsi dall’Albania. Il 14 aprile i reparti italiani,impegnati in continui scontri con le retroguardie greche, ripresero Coriza e tre giorni dopo Erseke. Il 19 aprile raggiunsero le coste greche del Lago di Prespa e il 22 arrivò sul ponte di Perati.   Il  22 aprile 1941 si concluse così la campagna di Grecia con la resa incondizionata di tutte le forze armate greche. Le operazioni italiane terminano con l’occupazione di Corfù il 28  e il 30 aprile 1941 delle isole di Cefalonia, Zande ed Itaca.  Il 3 maggio 1941 un’imponente parata tedesco-italiana ad Atene celebrò la vittoria delle potenze dell’Asse. Ma un grave episodio complicherà ancora la vita delle truppe italiane a seguito del fallito attentato contro il Re Vittorio Emanuele III a Tirana, il 12 maggio 1941. La cattura e la fucilazione dell’attentatore albanese, Vasil Laci, fece scattare la rivolta della popolazione contro gli occupanti italiani  che reagirono con molteplici operazioni di rastrellamento e normalizzazione del territorio, in particolare nelle città di Valona, Fieri, Berat e Argirocastro, divenuti centri attivi di lotta partigiana. La situazione in atto costrinse il Comando Supremo delle Forze Armate a spostamenti di alcune Divisioni. Infatti nel mese di giugno 1941 il 14° Reggimento Fanteria Mobilitati Pinerolo venne trasferito in Grecia nella vasta regione della Tessaglia rimanendo in zona fino all’8 settembre 1943 con compiti di presidio e controguerriglia.   Il protrarsi degli scontri armati e di ritorsioni, anche contro i civili, portò,  all’inizio del 1942, il Regio Esercito ad effettuare numerose campagne di rastrellamento del territorio che si estese per 27 regioni d’Albania con lo scopo di distruggere i gruppi partigiani organizzati. Anche in questa guerra, come in Africa Orientale, nei vari bombardamenti aerei e di artiglieria furono usate armi chimiche, tra queste le bombe caricate con i bacilli che provocavano malattie come il colera, il tifo e la dissenteria, coinvolgendo anche gli italiani, che al loro passaggio ne respirarono le sostanze. Mio padre, dopo un breve rientro in Italia , raggiunge nuovamente  il 14° Rtg. fanteria Pinerolo in Grecia con il quale, dal 18 novembre 1942 all’8 settembre 1943 partecipa alle operazioni  di guerra in svolgimento nei balcani in territorio greco-albanese. La regione centrale della Tessaglia fu teatro, fino al luglio 1943, delle ultime battaglie cruenti di guerra  per la Divisione Pinerolo e mio padre, proprio  nella città di Lamia, nella zona della Tessaglia tra Atene e Larissa,  viene  colpito dalla Malaria.  Così, oltre alle tremende  condizioni della guerra, deve combattere contro una delle malattie più gravi esistenti in quei tempi, la MALARIA.  Il 6 novembre 1942 viene ricoverato all’ospedale di campo n° 495 dove gli viene diagnosticata la Malaria Primitiva Terzana maligna. Notevoli le cure praticate ad iniziare dal Chinino che lo costrinsero ad altri due ricoveri, tra una azione militare e l’altra, nel 1943.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img1121.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img1121.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img1121.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img1121.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7776" title="Attestazione lavoro a  Eilenburg" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/img1121-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>IL  LAGER</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’8 SETTEMBRE  Badoglio dichiarò l’armistizio e la fine della guerra e la  24°Divisione Fanteria “Pinerolo” si dissolse  in territorio greco, nella Tessaglia, l’11 settembre 1943. Ma non era ancora tutto finito. I giovani militari italiani vivranno ancora esperienze terribili, colpiti dalle notizie della disfatta dell’esercito italiano, dal non sapere cosa fare, dal ritrovarsi come nemico l’ex alleato tedesco e dalla difficoltà di dover decidere da che parte stare. Così nel settembre 1943 i nostri soldati si trovarono sbandati e davanti alle forze armate tedesche furono costretti a scegliere tra la vita e la morte. Infatti il Comando Spremo della Wehrmacht  dichiarò il 10 settembre che i &#8220;<em>militari italiani che avessero opposto resistenza andavano considerati  nemici e fucilati se non avessero consegnato le armi &#8220;</em> Invece  “ <em>coloro che consegnavano le armi sul suolo italiano potevano tornare a casa, mentre le truppe disarmate fuori dal territorio nazionale sarebbero state subito rimpatriate</em>”.  Un inganno che costò la vita di molte persone. Mio padre, allo sbando e  in condizioni fisiche ancora debilitate per via della malaria, viene catturato da tedeschi  e condotto in Germania, con un viaggio in condizioni disumane, al campo di concentramento di Torgau , al  IV° B n° 242539  di matricola e poi al  lager di Eilenburg dove lavora come operario in una  fabbrica di acciaio, la Fleischer &amp; Son, dall’ottobre 1943 al maggio 1945.   Torgau,  una città sulle rive del fiume Elba nel nordovest della Sassonia, Germania, tra l’altro nel 10° secolo cadde sotto il dominio dei Santi imperatori romani,  fu parte integrante dei famigerati lager nazisti, dove furono deportati migliaia di prigionieri dall’Italia.  Con il trasferimento a Eilenburg subisce, oltre al lavoro disumano di 12 ore giornaliere, tutte le sofferenze e umiliazioni del durissimo campo di concentramento, fino alla liberazione da parte delle Truppe Alleate avvenuta nella primavera del 1945.  Oltre agli scarsissimi pasti giornalieri, un’altra sofferenza fu il freddo intenso per lo scarso vestiario. Questo procura a mio padre il congelamento ad un piede. Numerosissimi subirono anche la tubercolosi. Quando qualcuno moriva il già mal ridotto vestiario veniva preso dai sopravvissuti per completare il proprio. Una pietosa necessità ma che  serviva a salvare altre vite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LA FINE DELLA GUERRA, LA LIBERAZIONE E IL RIENTRO IN PATRIA </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Torgau, oltre ad essere stata tristemente zona di lager, rimane nella storia per il primo incontro russo-americano che decise la fine del conflitto in Europa. Esattamente, il 25 aprile 1945, le forze armate americane della 1° armata e le forze russe della 5° armata di difesa si incontrarono su un ponte  tra le sponde del fiume Elba, ora ricordato come “Day Elbe”.  Le forze armate tedesche si arresero sul fronte occidentale il 7 maggio e su quello orientale il 9 maggio. L’otto maggio 1945 venne proclamato giorno ufficiale della Vittoria in Europa (V-E Day). Liberato finalmente dalla prigionia, mio padre rientra  in ITALIA  il 27 GIUGNO 1945.  Il 28 giugno gli viene concessa una licenza straordinaria di rimpatrio di 60 giorni .  Il 4 agosto 1945 la Commissione Interrogatrice del Distretto Militare di Roma dichiara che “ nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura ed al comportamento tenuto durante la prigionia di guerra “  e il 28 agosto 1945  viene collocato in congedo illimitato ai sensi della circolare 9684 del 17 luglio 1944. Mio padre riprende a lavorare e, come tutti gli italiani, a lavorare sodo per ricostruire quanto era andato perso in quegli anni bui, l’amore della propria famiglia, la casa: una ricostruzione lunga e faticosa.<br />
“ Natale,  perché non fai domanda di risarcimento per il congelamento al piede e alla malaria subita durante la guerra?”  spesso gli chiedeva mia madre e la risposta di mio padre era sempre la stessa “ A Mari, io ringrazio Dio che sono tornato vivo da quell&#8217; inferno, mentre tanti altri non ce l’hanno fatta! La guerra è una brutta, ma veramente una brutta bestia!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
DECORAZIONI e  ONORIFECENZE</strong></p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-7778" title="Croce di Guerra" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Croce-di-Guerra-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></p>
<address>- Decorato della medaglia commemorativa con gladio romano per le operazioni militari in Africa Orientale istituita con Regio Decreto del 27 aprile 1936  n° 1150 ,   n° 252090 di concessione) Campagna d’Africa 1936/1936.<br />
- Concessa Croce di Merito di guerra per le operazioni in A.O. in virtù del R.D. 2 luglio1936 n° 1712,  n° 5959 di concessione).<br />
- Conferimento della Croce al Merito di Guerra in virtù del R.D.  del 14-12-1942 n° 1940  per la partecipazione al conflitto 1940-1943 (Determinato dal Comiliter di Roma in data 24 luglio 1956, n° 43834 di Concessione.<br />
- Conferimento della Croce al di Guerra in virtù  del R.D. 14-12-1942 n° 1729 e legge n° 4-5-1951 n° 571  per internamento in Germania (Determinato dal Comiliter di Roma in data 24-7-1956 , n° 4482 di Concessione.<br />
- Dal Distretto Militare di Teramo il 3 maggio 1957 vengono assegnate 2 concessioni: autorizzato a fregiarsi del distintivo del periodo bellico 1940-1943 (Decreto del Presidente della Repubblica 17 novembre 1948  n° 1590) e ad applicare sul nastrino n° 1 (una) stelletta d’argento;   autorizzato a fregiarsi del distintivo della Guerra di Liberazione (Decreto del Presidente della Repubblica 17 novembre 1948  n° 1590  e 5 aprile 1950 n° 254) e ad applicare sul distintivo n° 2 (due) stellette d’argento.</address>
<p style="text-align: right;"><em>Vittorio Guida</em></p>
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		<title>Jack, il nonno americano.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:32:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rita Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[La soffitta della mia vecchia casa di Cerqueto custodisce tanti oggetti fuori uso: vecchi mobili, giocattoli, attrezzi da lavoro, utensili del babbo. Appena ho un po’ di tempo, mi piace curiosare tra quelle cianfrusaglie piene di ricordi . Mi fanno sentire la presenza delle mie care persone, che non ci sono più. Tra tanti oggetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/jack.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/jack.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/jack.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/jack.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8065" title="Traduzione della didascalia: &quot;Appassionato addio alla coppia che ritorna a casa. --- Il signor Jack Di Matteo e sua moglie  salutano per l'ultima volta amici e parenti prima di partire dall'aereoporto di  Pottstown per ritornare in Italia dopo 55 anni ---  Di Matteo  è stato dipendente dell'amministrazione di Pottstown, ritorna al suo paese natio, un piccolo villaggio vicino Roma----  Nella foto da dx:  Jack, sua moglie Isolina, la figlia Dina , il genero, Lino Di Matteo, e i nipotini Gina e Franco, oltre ad altri amici." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/jack-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>La soffitta della mia vecchia casa di Cerqueto custodisce tanti oggetti fuori uso: vecchi mobili, giocattoli, attrezzi da lavoro, utensili del babbo. Appena ho un po’ di tempo, mi piace curiosare tra quelle cianfrusaglie piene di ricordi . Mi fanno sentire la presenza delle mie care persone, che non ci sono più. Tra tanti oggetti trovo giornali coperti da un lieve strato di polvere. Uno mi colpisce. E’ ingiallito  e scritto in inglese. Nella prima pagina ritrae una foto dei nonni, che io affettuosamente chiamo “americani”, mentre stanno salendo sulla scaletta di un aereo. <span id="more-7519"></span>Apprendo, dalla mia traduzione appena sufficiente, derivata dalla conoscenza scolastica della lingua inglese, che stanno per salire su un aereo, che dalla città di Filadelfia li porterà a New York , e da lì torneranno a Roma. Era il 4 ottobre 1962. Nonno Giocondo, ma per tutti Jack, era nato nel 1890 a Cerqueto. A dodici anni rimase orfano di entrambi i genitori e insieme al fratellino Geremia viveva con una zia paterna. Nei primi del Novecento  anche nel paesino nostro  soffiava il vento del “sogno americano”, così il nonno, motivato dalla sua vita di stenti, decise di partire. Una fredda mattina di primavera, tersa e luminosa, fa da cornice alla sua partenza. Con la sua valigia marrone, di cartone, legata con lo spago, lasciò il paese per inseguire la fortuna della quale aveva proprio bisogno. In quella valigia c’erano pochi stracci,  messi lì alla rinfusa, e poche cose per mangiare. Dopo varie peripezie e con mezzi di fortuna arrivò a Napoli e finalmente si imbarcò sulla nave passeggera Tirrena. Era il 1912. La nave impiegava diversi giorni per arrivare a Boston, meta della destinazione. Durante il viaggio conobbe una famiglia di napoletani che, già ambientati in America, vi facevano ritorno dopo una gita di piacere. Compare “Jonny”, così si chiamava il capofamiglia, aveva  a Boston una pizzeria già avviata, così chiese a quel “caruso”, una volta giunti in città, se voleva lavorare per lui. Il nonno accettò. A Cerqueto aveva frequentato la scuola e per questo sapeva leggere, scrivere e fare i conti. In pizzeria però faceva piccoli lavori domestici e pulizie varie del locale, perché di pizza non ne sapeva nulla. Guadagnava bene, riusciva a mettere da parte anche alcuni centesimi perché pensava sempre di tornare al suo paesino, ma voleva cercare un altro lavoro. Capitò per caso al locale un titolare di una miniera di carbone. Dopo che il nonno gli aveva raccontato la sua storia, gli chiese se aveva un lavoretto per lui. Lavorò alcuni anni per questo impresario, si trovava bene   e guadagnava altrettanto bene. Tornò a Cerqueto per un breve viaggio, per sistemare  un po’ la sua casa. Durante la sua permanenza,  collaborò con i paesani per il restauro della torre della chiesa parrocchiale di Sant’Egidio e ancora oggi il suo nome è nell’effige di ferro. Ha idee liberali e questo contrasta con la mentalità un po’ “retrò” del parroco e di  alcuni cerquetani che con l’aiuto degli amministratori fanesi avrebbero voluto chiudere l’accesso al Piano Santo  verso il rione Piano. Insieme ai fratelli  Luigi e Giovanni Ruscio, protestò e l’accesso rimase aperto, così com&#8217;è ancora oggi. Disposto a rimanere ancora per un po’ di tempo, si innamorò  di una bella ragazza, la nonna Isolina. Nel frattempo scoppiò la prima guerra mondiale e dovette partire per il fronte, partecipò alla battaglia di Caporetto e insieme allo zio Michele, fece ritorno sano e salvo a Cerqueto. Finalmente coronò il suo sogno d’amore e sposò la nonna. Dopo la nascita della  primogenita, mia madre Isabella , tornò in America dove aveva lasciato tutti i suoi interessi economici anche se quelli affettivi erano a Cerqueto. Con un giovane di nazionalità tedesca aprì una cava di granito e finalmente si avverò il suo sogno americano! Guadagnava bene e costruì una bella casa tutta per se’ e per sua moglie, che nel frattempo aveva avuto un’altra figlia, la zia Dina. La nonna lo raggiunse in America assieme alla zia e rimase sino al giorno del loro ritorno in patria. Anche la zia Dina si stabilì a Filadelfia con tutta la sua famiglia. Solo la mamma Isabella,  un po’ per la paura di volare e anche per non lasciare il suo amore, papà Quintino, che nel frattempo è diventato suo marito , non è mai partita…  Io ho conosciuto il nonno. Ho di lui un bel ricordo. Era un  bel signore distinto, somigliante all’attore Henry Fonda. Lo rivedo con due occhioni cerulei,  sorridenti ed espressivi. Dopo il suo ritorno visse solo pochi mesi a Cerqueto. La sua salute, già compromessa, con il freddo di quei primi giorni  di Febbraio si aggravò  e morì. Riposa nel piccolo cimitero del suo amato paesino come lui desiderava. La nonna Isolina tornò successivamente  dalla zia in America, ma dopo pochi giorni si ammalò e non tornò più in Italia. Sono fiera dei miei nonni, ho solo un grande rammarico: mi mancano le loro esperienze di vita ma soprattutto le loro “coccole”.</span></p>
<p><em> Rita Di Matteo</em></p>
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		<title>Oh, cari Santi del mio paese! S.Biagio tra leggenda, storia e tarallucci</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:28:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rema Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Un ricordo vivo della mia lontana infanzia sono i tarallucci di S.Biagio. Il giorno prima della festa del 3 febbraio , nonna Maria prendeva la tiella di rame, ripulita col sale e l’aceto, per cuocere i tarallucci, che mamma preparava sopra la “splanatura” in belle file, come tanti soldatini. Il colore dei tarallucci cotti sembravano le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/giudizio_universale_dettagli_24_san_biagio.preview.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/giudizio_universale_dettagli_24_san_biagio.preview.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7755" title="Michelangelo - Giudizio Universale - S. Biagio con i pettini del cardatore" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/giudizio_universale_dettagli_24_san_biagio.preview-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un ricordo vivo della mia lontana infanzia sono i tarallucci di S.Biagio. Il giorno prima della festa del 3 febbraio , nonna Maria prendeva la tiella di rame, ripulita col sale e l’aceto, per cuocere i tarallucci, che mamma preparava sopra la “splanatura” in belle file, come tanti soldatini.<span id="more-7532"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il colore dei tarallucci cotti sembravano le gote delle bambole di porcellana; il profumo che si sprigionava dalla tiella, aperta con uno straccio bagnato, sapeva di pane, di casa, dei fiori dei nostri monti. Il sapore non so descriverlo, era un sapore di cose buone, genuine, del quale ancora ho nostalgia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la canestra si vuotava il giorno della festa perché i tarallucci venivano incartati e regalati alle persone importanti, tra cui il medico condotto. Mamma e nonna impiegavano una giornata per fare “li tarallucci” e riempire la bella canestra, nuova nuova, foderata con la tovaglia bianca.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi mangiavamo quelli aspersi con l’acqua santa, durante la Santa Messa, sicuri che ci avrebbero protetto dal mal di gola, benedetta con due candele incrociate per intercessione di S.Biagio.</p>
<p style="text-align: justify;">S.Biagio era un medico vero, aveva studiato a Sebaste, sua città natale e molti furoni i malati che guarì nel corso della sua vita, vissuta nel terzo secolo della nostra era.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7843" title="Michelangelo - Giudizio Universale - S. Biagio con i pettini del cardatore" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Il suo primo miracolo pare sia stato la guarigione di un bambino moribondo, perché una lisca di pesce gli si era conficcata in gola.</p>
<p style="text-align: justify;">La mamma, per ringraziarlo, gli preparò una torta speciale col buco al centro perché si potesse spezzare meglio e da qui i “nostri tarallucci”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra leggenda narra che mentre il vescovo Biagio si muoveva nei luoghi della sua terra (la Turchia) incontrò una donna disperata, perché un lupo cattivo le aveva tolto l’unico suo bene: un porcellino.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vescovo la rassicurò, dicendole che avrebbe convinto il lupo a restituire il maialino e così fu. Dopo alcuni anni la donna seppe che il Buon Vescovo era stato imprigionato e condannato a morte. Allora andò a trovarlo, portandogli in dono dei pani e delle torce che avrebbero permesso a Biagio di leggere, sua grandissima passione, e di consolare quanti erano nelle dure carceri.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna continuò per anni ad offrire le torce in onore del Santo e da qui l’uso delle candele accese per la benedizione della gola. Per sfuggire alla persecuzione di Licinio si ritirò in una grotta, lo nutrivano due aquile che lui benediceva ogni volta. Con le aquile, andavano a trovarlo tutti gli uccelli e gli animali della zona, specie quelli malati, che subito guarivano, poiché S.Biagio era anche veterinario.</p>
<p style="text-align: justify;">La voce dei miracoli correva per valli e monti e arrivò anche alle orecchie dell’imperatore, che lo credeva un mago pericoloso e voleva quindi eliminarlo. Gli mandò un plotone di soldati, armati di tutto punto, per prenderlo e rinchiuderlo in prigione. I soldati raggiunsero la grotta, ma a difendere Biagio c’erano alcuni leoni, e quando i miltari videro quell’assembramento, zitti zitti si ritirarono e tornarono dall’imperatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma un bel giorno fu Biagio a presentarsi dall’imperatore per sentire che cosa volesse da lui. Strada facendo compiva miracoli: aggiustò le zampe ad alcune mucche che non riuscivano a tirare l’aratro, curò un cavallo che era caduto in un burrone, guarì un uomo storpio solo con la sua ombra. Tra un miracolo e l’altro si ritrovò nella reggia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Salute a te, Biagio, amico degli dei” disse l’imperatore vedendolo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Salute a te, maestà, ma io non sono amico degli dei. Io sono fedele ad un solo Dio, quello vero.”.</p>
<p style="text-align: justify;">Licinio s’inquietò per quella risposta e ordinò che fosse subito gettato in prigione. Biagio restò in prigione per molto tempo. Alla fine l’imperatore decise di andarlo a trovare per convincerlo a fare sacrifici agli dei e portò con sé molte statuette.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando le vide il Santo, ebbe un’idea. Chiese di recarsi sulle rive del lago e di buttare le statuette nell’acqua. Se le statuette erano veri dei, si sarebbero salvate, altrimenti sarebbero rimaste nel fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pluff! In un solo gesto Biagio le buttò nel lago e nessuna statuetta tornò a galla. Indispettito, l’imperatore ordinò che anche Biagio fosse gettato nel lago ma l’acqua si raccolse lontano da Biagio che restò all ’asciutto. Fu ordinato ai soldati di preparare un gran fuoco e di buttarci Biagio, ma le fiamme fuggirono dal corpo denudato del Santo, che nel frattempo, cantava le lodi al Signore. Furono tentati altri modi per toglierli la vita, ma senza esito. L’imperatore, sentendosi beffato e sconfitto, ordinò che fosse decapitato.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 3 Febbraio del 316 D.C., quindi tre anni dopo che Costantino aveva concesso la libertà di culto per tutti i suoi sudditi, ma Biagio non fu salvato. Un dissidio per questioni di potere fu causa di martiri di tanti vescovi e di tanti cristiani nelle tetre prigioni della Turchia, allora Impero Romano. Per punizione fu straziato con i pettini di ferro bollenti, che si usano per cardare la lana e per questo è anche protettore dei cardatori di lana,  oltre che degli animali, delle attività agricole e dei mal di gola.</p>
<p>Altri Santi di Febbraio proteggono dai  mali; per esempio, Santa Apollonia è contro il mal di denti. A Cerqueto si dice una piccola poesiola.  Me la insegnò nonno Giocondo, il mio nonno emigrante, che visse con noi solo pochi mesi  <em>“M’è venuto nu gran male di denti /Credevo di morire certamente /Ho pregato Santa Apollonia e Santa Anastasia/ Acciocché il male di denti vada via”.</em></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-style: italic;">Rema Di Matteo</span></p>
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		<title>I tre consigli&#8230; del saggio!</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/i-tre-consigli-del-saggio/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rema Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Francesco viveva in un bel paesino, alle pendici di un alto monte, con grandi querce e con ulivi, abbarbicati ai terreni scoscesi, ricoperti di erbe e fiori che, a primavera, facevano bella mostra di colori che inviavano profumi nell’ aria argentina. Ma non si vive solo di aria e di colori! Nonostante il duro lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Francesco viveva in un bel paesino, alle pendici di un alto monte, con grandi querce e con ulivi, abbarbicati ai terreni scoscesi, ricoperti di erbe e fiori che, a primavera, facevano bella mostra di colori che inviavano profumi nell’ aria argentina.<span id="more-7529"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma non si vive solo di aria e di colori! Nonostante il duro lavoro nei campi, il giovane,  sposato da poco, molto buono e molto povero, non riusciva a rendere felice la moglie  così decise, un triste giorno, di partire per l’America assieme al cugino Egidio, povero come lui, a cercare fortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una traversata lungo e pericolosa arrivarono alla tanto desiderata meta. Il cugino trovò lavoro in una miniera, lui presso  un uomo molto ricco e molto saggio. Gli anni passarono, erano gli anni duri e tristi della guerra e le notizie non erano più giunte. Preso dalle tenaglie della nostalgia, decise di tornare al suo paese e ai suoi affetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Triste, molto triste, rimase il saggio, ora vecchio, all’annuncio della decisione di Francesco, per lui ormai come un figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima della partenza volle dargli tre consigli, però, stranamente ne pretese il pagamento: 300 scudi. Era una somma molto alta, ma l’oramai non più giovane Francesco, accettò perché conosceva bene la saggezza del suo padrone. Oltre al foglietto su cui c’erano scritti i tre consigli, il saggio gli diede anche una bella focaccia che lo avrebbe sfamato durante il viaggio, faticoso e rischioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul bastimento trovò alcuni paesani e dopo tante ansie e peripezie approdò nell’amata patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbarcati, per raggiungere il paese, gli amici gli proposero di percorrere una strada più breve, diversa da quella conosciuta. Ma quando stava per unirsi al gruppo, si ricordò del “foglietto” su cui c’erano scritti i consigli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo diceva: “Chi lascë la strada viëcchië pë chë la nova, sa ca lascë e non sa chë trovë” – “ Chi lascia la strada che conosce per quella che non conosce, sa quella che lascia e non sa quella che trova”.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora disse ai compagni che gli dispiaceva lasciarli ma preferiva andare per la vecchia strada, che ricordava bene, anche se era più lunga e si salutarono.</p>
<p style="text-align: justify;">Terribile fu la notizia che sentì quando si recò in una locanda per mangiare un boccone. Tutti i suoi compagni erano stati derubati ed uccisi da un gruppo di briganti. Ripensò al suo saggio e benedisse in cuor suo i cento scudi che gli aveva dato per questo prezioso consiglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre mangiava gli si avvicinò, quasi volesse parlargli, una donna, molto grassa, senza una gamba, cieca in un occhio e priva del braccio destro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’apparizione suscitava sicuramente curiosità e Francesco stava per chiederle quale incidente l’avesse ridotta così ma ebbe un attimo di esitazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo consiglio diceva: “Quellë chë vitë, vojëtë e quellë chë siëntë, siëntë.” – “Quello che vedi, vedi e quello che senti, senti”.In parole povere: “Fatti gli affari tuoi, sempre!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò non disse nulla e continuò a mangiare ignorando la pur ingombrante e invadente presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Terminato il pranzo, andò a pagare il conto ma grande fu la sua sorpresa quando l’oste gli disse che non doveva pagare perché non aveva chiesto nulla alla strana signora. Col suo silenzio aveva sciolto l’incantesimo, perché tutti gli avventori che chiedevano notizie della donna dovevano essere uccisi per riparare ad un torto gravissimo, che era stato commesso in quel luogo, ai danni di un innocente. Francesco ripensò con infinita gratitudine al suo maestro: questa volta l’aveva veramente salvato!</p>
<p style="text-align: justify;">Gaio e speranzoso si rimise in cammino. Ecco il piccolo camposanto: il cancello era sempre quello ma le lapidi dov’erano? Quanti “fornetti” e com’era diventato grande! Quante facce conosciute lo guardavano dai diversi piani! Con le lacrime agli occhi e nel cuore riprese la via, accompagnato dallo scricchiolio nelle orecchie del cancello. Era l’imbrunire, il sole era calato dietro il monte ma la sua luce ancora filtrava attraverso l’aria pura. Un suono amico lo scosse; i rintocchi del vecchio orologio del campanile d’un tratto lo riportarono alla sua infanzia e ai giorni di festa, quando andava a suonare le campane assieme ai suoi compagni. Che bei ricordi e com’era bella la chiesa ricca di arredi preziosi e piena di gente che cantava fiduciosa gli inni antichi! Ecco Cerqueto, il suo paese che tanto aveva sognato!.. Ma com’era diverso!</p>
<p style="text-align: justify;">Le vecchie case non c’erano più, erano diventate più belle, tinte di colori nuovi, e le strade e stradette erano tutte asfaltate. Alcune macchine, posteggiate accanto ai muri testimoniavano il trascorrere degli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dov’erano le galline, le pecore e le mucche? Solo qualche cane abbaiava al suo passaggio. Riconosceva la casa di compare Giacomantonio col comignolo a cilindro, la casa di zi&#8217; &#8216;Ngeluccio col comignolo a civetta, quella di comare Vincenzina coi battenti a forma di leone. Il suo paese, però, sembrava vuoto, disabitato. Dov’erano i bambini che giocavano rincorrendosi nella piazza? Che meraviglia i gerani rossi che rallegravano la bella via piana! Intanto si avvicinava alla sua casa e il cuore batteva sempre forte: ecco il vecchio balconcino di legno, ora cadente, di Giggetto e, finalmente, la ringhiera del suo balcone, la stessa dalla quale spuntava qualche margherita.</p>
<p style="text-align: justify;">Si fermò un attimo, l’emozione gli soffocava il respiro. Poi si avvicinò un po’ di più e vide sua moglie, proprio lei, che parlava in tono molto amichevole con un giovane che sembrava un prete. Guardò meglio: no, no, non poteva essere! La realtà che si presentava ai suoi occhi era troppo dura.</p>
<p style="text-align: justify;">Lacrime amare, irrefrenabili cominciarono a sgorgare dai suoi occhi, un’angoscia e un’ira profonda lo attanagliarono. In un attimo tutti i sacrifici e le sofferenze, le speranze, i desideri venivano cancellati dall’orrore di quella vista e dalla certezza di essere stato tradito dalla sua donna che aveva sempre amato. Un amore grande, infinito tradito! E, per giunta, con un prete! Era troppo! Stava per piombare su quei due come una furia ma … che cosa diceva il terzo consiglio?</p>
<p style="text-align: justify;">“La rajjë dë la sajërë arpunnëla pë la matëjënë” – “ La rabbia della sera conservala per la mattina”.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora, come un mendicante a cui avevano scippato le scarpe, si recò da compare Giovanni. Il compare guardava la televisione assieme al suo Brik, unico compagno di vita. È facile immaginare gli abbracci tra i due amici! A mano a mano le emozioni si chetarono, il compare ristorò l’amico, da tempo a digiuno, con una bella tazza di latte caldo a lunga conservazione e poi gli raccontò tutto della moglie. La poverina, rimasta sola, aveva partorito il loro bambino, lo aveva accudito e con tanta fatica l’aveva fatto studiare ed era diventato prete. Ora era proprio il prete del loro paese e viveva con la mamma come aveva sempre fatto da quando aveva celebrato la prima messa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il racconto di compare Giovanni era una musica, la più dolce per il suo cuore e rasserenato dalle belle notizie corse ad abbracciare i suoi cari a notte fonda.</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile descrivere la gioia di tutti e tre nel ritrovarsi. Il figlio prete guardava il padre che conosceva attraverso una fotografia e i racconti della madre e più lo guardava e più si sentiva felice. Nella piccola casa, anche se era notte, splendeva il sole.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel tagliare la focaccia del vecchio saggio scoprirono un sacchettino con dentro i 300 scudi, la sorpresa per tutti e tre fu grandissima e finalmente vissero felici e contenti…</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rema Di Matteo</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>(</em><em>Racconto di mamma Isabella</em><em>)</em></p>
<p><strong>SALVIAMO IL NOSTRO DIALETTO!</strong></p>
<p>I TRE CONSIGLI</p>
<p>1)   “Chi lascë la strada viëcchië pë chë la nova, sa ca lascë e non sa chë trovë”</p>
<p>2) “Quellë chë vitë, vojëtë e quellë chë siëntë, siëntë.”</p>
<p>3)   “La rajjë dë la sajërë arpunnëla pë la matëjënë”</p>
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		<item>
		<title>Cani e tartufi</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/cani-e-tartufi/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Leonardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[La “scoperta” che era possibile trovare tartufi sul territorio di Cerqueto avvenne negli anni 90. Il primo a parlarne ed in seguito a prendere la specifica licenza fu Federico Mastrodascio. In quegli stessi anni, del resto, sul ciglio della nostra strada sostavano spesso le macchine dei cercatori di tartufi, tanto che a volte prendevamo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC13262.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8092" title="Vespa - Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC13262-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>La “scoperta” che era possibile trovare tartufi sul territorio di Cerqueto avvenne negli anni 90. Il primo a parlarne ed in seguito a prendere la specifica licenza fu Federico Mastrodascio. In quegli stessi anni, del resto, sul ciglio della nostra strada sostavano spesso le macchine dei cercatori di tartufi, tanto che a volte prendevamo in considerazione la possibilità di delimitare il territorio tramite targhe con divieto di raccolta. Prima di allora comunque non avevamo mai preso in considerazione il fatto che si potessero trovare i tartufi sopra le nostre terre.<span id="more-7868"></span> Evidentemente nel corso degli anni, dopo l’abbandono della maggior parte delle terre coltivate, erano lentamente nate tante tartufaie, che ora cominciavano a produrre. Informandomi poi su alcune loro caratteristiche e sui segni che lasciano le tartufaie in superficie (per lo scorzone, in superficie e nell&#8217;intorno della pianta-simbiosi, c&#8217;è erba molto rada rispetto alle zone limitrofe), riuscii a trovarne alcuni aiutandomi solo con le mani. Mi resi subito conto comunque che se volevo raccogliere tartufi con una certa costanza, dovevo per forza dotarmi di un cane adatto allo scopo.<br />
Negli anni ‘90 era  conveniente raccogliere tartufi, perché i prezzi di vendita – ai ristoranti o ai privati &#8211; erano redditizi e giustificavano anche la notevole spesa iniziale per l’acquisto di un cane bene addestrato.<br />
In verità mi informai inizialmente su come addestrare un cane per la ricerca dei tartufi. I più adatti sono: il Lagotto, il Bracco Italiano, lo Spinone, il comune“bastardino” ed altri. L’addestramento non è molto complicato e si basa, ad esempio, sul lancio ripetuto di palline fatte di stracci al cui interno ci sono pezzi di tartufo. Le palline, di dimensioni tali da non poter essere ingoiate, dapprima sono visibili al cane, poi man mano più nascoste. Ogni fase deve essere ben appresa dall’animale. Alla fine si arriva a nascondere pezzi di tartufo in una zona del terreno che il cane dovrebbe saper individuare con il suo fiuto, ormai allenato all’odore del tubero, e scovarli con le zampe.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se non particolarmente difficile, l’addestramento richiede però molto tempo. Tempo che io non avevo, in quanto lavoravo nei cantieri per il raddoppio della centrale idroelettrica di San Giacomo. Così scelsi di comperare un cane già addestrato. Bruno, un amico umbro che lavorava con me nel cantiere, mi indicò un signore che addestrava cani da tartufo a Montone, un paese in provincia di Perugia. Mi misi così in contatto con questo signore, che era un tipo molto cordiale.  Si disse disponibile a portare il cane a Cerqueto per farmelo vedere e lasciarmelo per un periodo di prova. Chiese la considerevole somma di un milione e mezzo di lire, assicurandomi che il cane era ben addestrato e mi avrebbe dato soddisfazioni.  Gli lasciai un piccolo acconto e ci salutammo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno successivo andai verso <em>“Vena di Corvo”,</em> nei pressi della <em>“Scarpetta”</em> per provare Bobby, accompagnandolo con un lungo guinzaglio. Si mise immediatamente alla cerca e ne trovò subito uno di media grandezza e in rapida successione altri tre! Il giorno successivo la cosa si è ripetuta. La sera chiamai il padrone e, con l’intento di farmi abbassare un po’ il prezzo, fingendo gli dissi che il cane non andava poi tanto bene e che soprattutto era difficile da controllare. Lui ribadì invece che Bobby aveva buon fiuto e che: “se il tartufo c’è, il cane sicuramente lo trova!”. Qualche sera dopo mi richiamò lui chiedendomi del cane ed io gli confermai quello che gli avevo detto in precedenza. Il padrone, che forse aveva capito, si mise un po’ a ridere ed alla fine  mi chiese 900.000 lire come ultimissimo prezzo. Ac<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC122841.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8144" title="Tipico ambiente delle tartufaie - Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC122841-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>consentii subito e già la mattina dopo diedi i soldi a Bruno il quale glieli consegnò in settimana.<br />
In quegli anni lo scorzone estivo, che è la specie di tartufo  più abbondante nel nostro territorio, veniva pagato circa 100-120 mila lire al kg.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello stesso periodo acquistai un libro che mi servì sia per conoscere i vari tipi di tartufo e le relative caratteristiche che per studiare la normativa da rispettare per la loro raccolta. Infine presi la licenza tramite un esame tenuto nella caserma del Corpo Forestale di Teramo e poi, in poco più di un mese, mi ripagai tutti i soldi spesi per il cane!</p>
<p style="text-align: justify;">Appena ero libero dal lavoro, partivo con Bobby e difficilmente tornavo senza aver trovato qualche tartufo. Qualche volta dovevo sospendere la cerca, perché avevo già superato la quantità prevista dalle norme, un kg+1 tartufo, logicamente il più grande.<br />
In questo modo girai tutto il territorio cerquetano e man mano trovavo sempre nuovi “pianelli” o “cave”, che nel gergo sono in pratica le tartufaie, che conoscevo solo io e dove ero sicuro di poterci tornare in seguito. Questo perché ero molto attento a rispettare la natura della tartufaia: appena il cane trova il punto ed inizia a scavare  bisogna fermarlo, per impedirgli di rovinare il tartufo con le zampe perché in tal modo si deprezza, e proseguire con lo specifico vanghetto, estrarre il tartufo e ricoprire accuratamente la buca.<br />
Il rispetto di queste semplici regole è importante se si vuole mantenere integra la tartufaia.<br />
Una mattina ad esempio andai col cane verso i <em>Canili</em>. Stranamente non trovai nulla e Bobby  sembrava svogliato. Salii allora in una territorio nuovo, verso la Selva, nella zona dei <em>“Colli”,</em> vicino la <em>&#8220;casetta Piuccio”.</em> Ad un tratto il cane se ne salì sopra la mulattiera che stavo percorrendo e si mise subito a scavare. Alla fine trovai circa 600-700 gr di tartufo in un “pianello” sicuramente ancora non conosciuto da nessuno. Tornato in paese lo raccontai soddisfatto a due paesani. Circa dieci giorni dopo ci ritornai speranzoso, ma appena arrivato mi accorsi che il posto era stato devastato completamente,  risultava tutto zappato e lasciato abbandonato così. La tartufaia ora è finita e non ci ho trovato più alcun tartufo. Quindi la tartufaie vanno rispettate, come tutte le cose della natura.<br />
Normalmente i tartufi sono posti a pochi centimetri dal suolo e fino a qualche decina di centimetri. A volte però si possono trovare anche più in profondità.<br />
<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC122951.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8145" title="Bosco sulla montagna di Cerqueto - Ph Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC122951-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Una volta ad esempio il cane iniziò a scavare. Come al solito lo fermai e cercai il tartufo, però non vidi nulla. Esortai di nuovo il cane, che subito si rimise a scavare. Di nuovo però non trovai il tartufo. Pensai che Bobby si fosse sbagliato e feci per andarmene. Il cane imperterrito tornò sulla buca e ricominciò a scavare. Allora tornai e  scavammo insieme per parecchio tempo, lui con le zampe ed io con il vanghetto. Arrivammo alla profondità di circa 60 cm! Alla fine trovammo uno scorzone di 300 gr profumatissimo! Il suo profumo evidentemente aveva impregnato tutto il terreno attorno. Premiai Bobby con un pezzetto di mortadella di cu era molto ghiotto. Quando trovava un tartufo normale lo premiavo con un biscotto (in genere salatini), quando invece ne trovava uno più grande, lo premiavo con la mortadella o con un salamino. A volte questi pezzi di cibo, che dovevano servire da premio, mi rimanevano nelle tasche  e quando riprendevo il gilet dopo alcuni giorni, me ne accorgevo dal cattivo odore.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo trovato quindi una seconda attività che mi permetteva di essere in mezzo alla natura, di muovermi e, cosa non secondaria, di integrare abbastanza bene il mio stipendio.<br />
Continuai a cercare i tartufi insieme a Bobby per circa otto anni, e il cane si era molto affezionato. Ogni volta che andavo a prenderlo per andare alla cerca, era molto contento e correva sempre davanti a me.<br />
Una mattina di fine inverno però mio fratello Gabriele lo trovò morto dentro la sua cuccia. Inizialmente pensai si fosse trattato di un malore. Lo seppellii subito con grande dispiacere, ma, mentre lo seppellivo,  mi sembrò strano il particolare della schiuma alla bocca. Interpellai allora un amico veterinario, illustrandogli i particolari e lui mi disse che da tali indizi probabilmente il cane era stato avvelenato.<br />
Superato il grande dispiacere per la morte di Bobby, in seguito comperai un altro cane, Tequila, una bastardina di piccola taglia, pagandola circa due milioni e mezzo da un signore addestratore di San Nicolò a Tordino. Tequila non era però all’altezza di Bobby, soprattutto era molto incostante e spesso non aveva alcuna voglia di impegnarsi. Tuttavia a volte aveva delle giornate super ed allora rimediava alle tante giornate sfavorevoli. Intanto anche un altro paesano, Antonio Leonardi, aveva preso la licenza e comperato un lagotto.<br />
Questo periodo positivo per i tartufi durò però solo alcuni anni, perché in seguito il prezzo dello scorzone si abbassò di molto. Quando, verso la fine degli anni ’90, il prezzo scese a circa cinquantamila lire, ritenni non più conveniente venderli e comin<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC13261.jpg"><img class="size-medium wp-image-8040 alignright" title="Vespa, futuro cane da tartufo (?) - Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/SDC13261-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>ciai sempre più frequentemente a regalarli agli amici.<br />
Non ho mai capito bene perché il prezzo sia sceso così tanto ed in modo così fulmineo. Oltretutto, con l’arrivo dei cinghiali, che sono molto ghiotti di tartufo e rovinano le tartufaie, la quantità del tubero sarebbe dovuta diminuire e di conseguenza il prezzo aumentare. Ma forse nel contempo erano aumentati i cercatori e immagino anche si sia trovato il metodo di coltivare i tartufi, almeno lo scorzone, in modo più fruttuoso e vantaggioso.<br />
Tequila morì nel 2006 e da allora ho praticamente smesso la ricerca dei tartufi, anche per i motivi di scarsa convenienza economica sopra ricordati e perché la quantità nel nostro paese è di molto diminuita a causa dei cinghiali.<br />
In questo periodo sto allevando una bastardina, Vespa, e proverò ad addestrarla, perché, nonostante sia ormai poco conveniente, quella della ricerca dei tartufi è un’attività che mi appassiona e, ginocchia permettendo, mi consente di visitare i luoghi più belli o più dimenticati del nostro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giovanni Leonardi</em></p>
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		<title>La roverella (Quercus pubescens Willd.), la quercia più comune nel nostro territorio.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Olivieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[La vegetazione arborea attualmente presente sul territorio teramano appare dominata da poche specie che tendono ad avvicendarsi a seconda dell&#8217;altitudine nell&#8217;ambito di un quadro piuttosto semplificato e prevedibile. Alle quote medie gli alberi più diffusi sono le querce, presenti un po&#8217; ovunque, sia come piante isolate nei campi e nei prati, che come componenti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/maria-298.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8023" title="Quercia del &quot;Vallone&quot; - Ph. Andrea Marafante" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/maria-298-300x263.jpg" alt="" width="300" height="263" /></a>La vegetazione arborea attualmente presente sul territorio teramano appare dominata da poche specie che tendono ad avvicendarsi a seconda dell&#8217;altitudine nell&#8217;ambito di un quadro piuttosto semplificato e prevedibile. Alle quote medie gli alberi più diffusi sono le querce, presenti un po&#8217; ovunque, sia come piante isolate nei campi e nei prati, che come componenti di mantelli boschivi generalmente di limitata estensione. In Abruzzo le querce (genere Quercus) sono rappresentate da varie specie, caratterizzate da aspetto ed ecologia piuttosto differenti, tra esse l&#8217;entità che oggi è più diffusa, in un certo sento quasi ubiquitaria, è senza dubbio la roverella (Quercus pubescens), la quercia più nota e familiare dei nostri ambienti collinari.<span id="more-7606"></span><br />
La roverella è la quercia che con esemplari spesso annosi scandisce i bordi delle strade campestri, si affaccia sul limitare dei coltivi, si erge sulla sommità dei colli, troneggia isolata nelle pianure (foto n. 1). Un albero frugale, non invadente, lento nella crescita, tollerante nei confronti delle potature e delle bizzarrie climatiche.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-Roverella-1-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7996" title="Roverella - Foto 1 - Ph. Nicola Olivieri" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-Roverella-1-1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Una presenza discreta dei nostri paesaggi più autentici, un elemento caratterizzante quasi quanto lo sono i cipressi per le colline toscane, persino idealizzato nelle chiome morbide delle grandi querce che segnano i tipici scenari agresti raffigurati nelle ceramiche di Castelli (foto n. 2). Scenari che costituiscono una sorta di topos artistico della ceramica abruzzese, eco fissata di un mondo nel quale le querce camporili erano più diffuse e rispettate, anche perché rappresentavano una importante risorsa per l&#8217;economia delle comunità rurali.  Come i cipressi nei paesaggi toscani anche le roverelle delle colline adriatiche sono presenze statiche, che sfidano il trascorrere del tempo subendo cambiamenti quasi impercettibili nel corso degli anni. L&#8217;aspetto della roverella tende, infatti, a variare poco nel tempo, soprattutto quando la pianta è giovane, perché inizialmente la sua crescita è molto contenuta. Solo in seguito, quando nel giro di un periodo piuttosto lungo l&#8217;albero ha raggiunto proporzioni ragguardevoli, la velocità dello sviluppo aumenta e la pianta si accresce più rapidamente, ma in questa fase riesce più difficile coglierne le variazioni di dimensioni, purché l&#8217;accrescimento della chioma si distribuisce in tutte le direzioni senza modificare troppo la sua forma.  La lentezza dello sviluppo e l&#8217;adattabilità alle diverse condizioni sono tra le caratteristiche che maggiormente hanno influito sul successo di questa quercia negli ambienti antropizzati, dove la roverella rientra tra le poche specie d’alberi spontanei accettati e rispettati.</p>
<p style="text-align: -webkit-auto;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7999" title="Foto 2- Roverella rappresentata in una ceramica di Castelli -  Ph. Nicola Olivieri " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-roverella-2-1-1-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Sul rapporto positivo intercorso tra l&#8217;uomo e questa pianta hanno pesato nei tempi trascorsi i vantaggi offerti dall&#8217;impiego dei suoi frutti nell&#8217;alimentazione dei suini, l&#8217;uso del legno come combustibile dotato di elevato potere calorico e la possibilità di utilizzarne le fronde per l&#8217;alimentazione del bestiame in caso di necessità. In passato le ghiande dal sapore quasi dolciastro della roverella sono state utilizzate anche per l&#8217;alimentazione umana. Sotto forma di farina furono, infatti, impiegate per produrre pane o polenta almeno fino ai primi anni del 1900 in <span style="text-align: justify;">alcune aree delle Marche e fino agli anni cinquanta della stesso secolo furono usate per la panificazione in alcuni settori della Sardegna. Questo uso, probabile retaggio di epoche molto remote, addirittura precedenti alla diffusione della cerealicoltura, fu sicuramente molto più esteso durante i periodi di carestia. In Abruzzo si ha notizia dell&#8217;utilizzo a scopo alimentare delle ghiande di Quercus virgiliana, una specie abbastanza simile alla roverella, tanto da essere considerata da alcuni semplicemente una sua forma, dotata tuttavia di distribuzione molto più sporadica. Quest&#8217;albero localmente è indicato con l&#8217;appellativo di &#8220;quercia castagnara&#8221; per il sapore dei frutti, che con la cottura diviene simile a quello delle castagne. In alcune aree dell&#8217;Africa settentrionale, del Medio Oriente e dell&#8217;Estremo Oriente il consumo umano delle ghiande prodotte da qualcuna delle oltre 600 specie di querce presenta ancora oggi una certa diffusione, tanto che questi frutti compaiono nei mercati, mentre presso i popoli nativi della California l&#8217;utilizzo delle ghiande come scorta di cibo per la stagione invernale rivestì una notevole importanza fino a periodi relativamente recenti. Il maggiore ostacolo all&#8217;utilizzo a scopo alimentare delle ghiande è il loro gusto amaro, dovuto alla presenza di acidi tannici, composti dotati anche di una certa tossicità nei confronti dell&#8217;uomo e di alcuni animali domestici. Solo tramite bollitura ripetuta, talora effettuata con l&#8217;aggiunta di cenere o argilla, era possibile allontanare da questi frutti buona parte dell&#8217;acido tannico, che è solubile in acqua, rendendoli più accettabili per il palato umano.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Già in epoca romana era consuetudine lasciare boschi di querce, silvae glandariae, ai bordi delle aree coltivate, dove la produzione di ghiande rappresentava un&#8217;importante risorsa alimentare per i suini lasciati al pascolo. Le ghiande della roverella risultano più gradite a questi animali rispetto a quelle amare e meno appetibili prodotte da altre specie di quercia. Questa differenza di gusto si è rivelata fondamentale ai fini del favore accordato alla roverella nella gestione della copertura vegetale ed al declino cui è stato invece condannato il cerro (Quercus cerris), altra quercia un tempo molto diffusa nel territorio teramano.  Per il cerro, per la roverella e per altre specie appartenenti al genere Quercus esistono o esistevano in passato nel nostro territorio precise denominazioni dialettali, che testimoniano la capacità distinguere alberi solo apparentemente piuttosto simili, ma nella realtà dotati di caratteristiche ed esigenze alquanto differenti. Queste differenze hanno influenzato in modo positivo o negativo le interazioni con le comunità umane, condannando all&#8217;estinzione locale specie grandi ed esigenti come la farnia o ischia (Quercus robur), il rovere (Quercus petrea) e forse il farnetto (Quercus frainetto), alberi che sottraevano i terreni migliori alle colture e decretando invece il successo della più modesta e adattabile roverella.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-roverella-3-1-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8005" title=" Roverella - Foto 3 - Ph. Nicola Oivieri" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-roverella-3-1-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
Per i dialetti abruzzesi, così come per quelli di gran parte dell&#8217;Italia centrale, la roverella è ora la quercia per antonomasia. Essa viene indicata, in genere, con il termine cerqua o cerca, attestato anche nell&#8217;italiano antico, che deriva per metatesi da quercia. Questa voce è all&#8217;origine di numerosi toponimi, che testimoniano chiaramente la passata diffusione del querceto. Un bosco costituito da grandi roverelle era indicata con il termine dialettale cerqueto, fitonimo che è all&#8217;origine del nome di Cerqueto. Effettivamente intorno all&#8217;abitato di Cerqueto le roverelle appaiono ancora oggi molto diffuse, sebbene siano scomparsi gli esemplari più vetusti che in passato dovevano distribuirsi numerosi lungo i versanti della valle del Vomano. Le grandi querce, riunite in boschi d&#8217;alto fusto, rappresentarono un&#8217;importante risorsa in passato, quando era praticato l&#8217;allevamento brado o semibrado dei suini. Questa forma di allevamento tradizionale che rappresentava un&#8217; importante componente dell&#8217;economia delle comunità montane, conferiva ai boschi di querce un valore produttivo che progressivamente è venuto meno con la scomparsa della suinicoltura semibrada durante il secondo dopoguerra. Questo ha determinato la graduale scomparsa dei raggruppamenti di grandi roverelle, con la conversione dei boschi d&#8217;alto fusto in modesti boschi cedui, più funzionali per la produzione di legna da ardere, che solo localmente tendono ad invecchiare. Le condizioni climatiche submediterranee ed il substrato calcareo-marnoso, piuttosto permeabile, che caratterizzano il settore iniziale dell&#8217;alta valle del fiume Vomano, risultano decisamente favorevoli all&#8217;affermazione della roverella, che forse grazie anche ad un preciso indirizzo nella gestione della copertura boschiva attuata localmente nei secoli passati, vi ha trovato una larga diffusione. Ancora oggi i versanti assolati che si stendono a poco a valle dell&#8217;abitato di Pietracamela ospitano formazioni boschive rade di roverella a tratti costellate di esemplari annosi, molto importanti dal punto di vista ecologico. Una imponente esemplare di roverella si poteva osservare fino al 2007 sul versante opposto della vallata, in località Piano Vomano, nel comune di Crognaleto, a circa 700 m di quota, dove era noto con l&#8217;appellativo di quercia &#8220;Mazzucche&#8221;. Questo patriarca vegetale raggiungeva un&#8217;altezza di circa 20 m ed aveva una circonferenza del tronco che sfiorava gli 8 m e si stimava avesse un&#8217;età di circa cinque secoli. Era un albero vetusto, ma deperiente, segnato dalle folgori e soffocato dall&#8217;eccessiva proliferazione dal vischio quercino (Loranthus europeus), una pianta semiparassita frequente sulle roverelle isolate. La siccità dell&#8217;estate 2007, insieme all&#8217;azione dei parassiti xilofagi forse ne determinò la caduta, ma la necromassa del suo gigantesco tronco, lasciato in loco, continua ad alimentare un importante comunità di organismi viventi. Anche i versanti della non lontana valle del Mavone, affluente del Vomano, caratterizzata da un clima più umido e piovoso, ospitavano alle quote medie formazioni boschive ricche di grandi roverelle, oggi solo in parte sopravvissute, la cui memoria permane nei nomi di paesi come Cerchiara, derivante dal latino Quercularia.<br />
La roverella (Quercus pubescens), come le altre querce, il faggio (Fagus sylvatica) ed il castagno (Castanea sativa), appartiene alla famiglia delle Fagacee, raggruppamento che riveste un ruolo di grande importanza nell&#8217;ambito della vegetazione arborea in Europa e nelle zone temperate. Quercus pubescens è una specie di quercia adattata alle condizioni di aridità degli ambienti mediterranei, è diffusa, infatti, soprattutto nell&#8217;Europa mediterranea, nella Francia meridionale, nella penisola italiana, sul versante meridionale delle Alpi e nell&#8217;area balcanica. In Italia è presente in tutte le regioni, isole comprese, tuttavia, mentre nelle aree settentrionali si rinviene solamente nelle aree più calde ed asciutte, ad esempio nella fascia prealpina, nelle regioni centro-meridionali è diffusissima, sebbene tenda a suddividersi in differenti varietà, che alcuni autori elevano al rango di specie separate. La principale caratteristica distintiva su cui si basa l&#8217;identificazione della roverella è rappresentata dalla pubescenza che copre la pagina inferiore delle foglie. Questa particolarità, evidenziata nel nome scientifico della specie, Quercus pubescens, consente di distinguere con una certa facilità la roverella dalle altre specie di querce a foglia caduca italiane.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8003" title="Roverella - Foto 4 - Ph. Nicola Olivieri " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-roverella-4-11-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></p>
<p style="text-align: justify;">La fine lanugine che ricopre la pagina inferiore delle lamine fogliari di questa specie costituisce un preciso adattamento alle condizioni di aridità. Essa ha, infatti, la funzione di limitare la perdita di acqua per evapotraspirazione attraverso gli stomi, che si aprono soprattutto sul lato inferiore delle foglie, durante le calde estati mediterranee. Nelle foglie giovani anche la porzione superiore si presenta lanuginosa, ma in seguito su questo lato esse divengono glabre, assumendo complessivamente una consistenza cuoiosa. Un caratteristico feltro costituito da peli biancastri o rossastri protegge anche i germogli ed i giovani fusti della roverella (foto n. 3), che per questo inizialmente si presentano chiari e tomentosi (foto n. 4). Le foglie di Quercus pubescens sono lobate come quelle delle altre querce caducifoglie europee, ma presentano comunque alcune caratteristiche morfologiche peculiari (foto n. 5). In generale le dimensioni e la forma della lamina posseggono un grado di variabilità piuttosto accentuato, sulla base del quale sono state identificate varie entità, talora elevate al rango di specie distinte. In generale la forma è obovata, con 3-8 lobi di profondità variabile per lato e bordo spesso revoluto. I lobi tendono comunque a presentarsi meno accentuati rispetto a quanto si verifica nella foglia del farnetto (Quercus frainetto) e del cerro (Quercus cerris), specie quest&#8217;ultima nella quale appaiono anche decisamente più acuti. Solamente nella porzione basale della lamina i lobi possono divenire più marcati, ma l&#8217;apice si presenza in genere poco acuto, piuttosto arrotondato ed ottuso, caratteristica che agevola la distinzione dal rovere (Quercus petrea), nel quale l&#8217;apice fogliare di solito è più sporgente.  La lunghezza delle foglie appare anch&#8217;essa piuttosto variabile, potendo oscillare tra i 5 ed i 15 cm, mentre la larghezza va dai 2 ai 7 cm. La morfologia assunta dalla base della lamina fogliare può rappresentare un carattere di riconoscimento più sicuro,  usualmente in questa specie si presenta infatti piuttosto arrotondata o subcordata, elemento distintivo nei confronti delle foglie del rovere (Quercus petraea), che hanno invece base cuneata, mentre nella farnia (Quercus robur) posseggono base auricolata per la presenza di piccoli lobi.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-8010" title=" Roverella - Foto 5 - Ph. Nicola Olivieri" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-roverella-5-1-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le foglie della roverella tendono ad ingiallire piuttosto tardi, spesso durante il mese di novembre, assumendo rapidamente una colorazione bruno chiara. Soprattutto negli esemplari giovani le foglie vengono poi conservate ancora per alcune settimane, talvolta sino alla metà della stagione invernale. Gli esemplari di maggiori dimensioni tendono a spogliarsi del fogliame più rapidamente. Nelle regioni meridionali italiane esistono varietà della specie che mantengono le foglie fin quasi agli esordi della primavera, come adattamento a condizione climatiche più spiccatamente mediterranee. Durante le annate particolarmente aride la chioma delle roverelle tende ad imbrunire ed a disseccarsi già durante la stagione estiva, soprattutto nelle zone rocciose, ma eventi di questo tipo, se non ricorrenti, appaiono tollerati abbastanza bene. Quercus pubescens, come le altre querce possiede impollinazione anemofila, le piante sono monoiche ed i fiori unisessuali. Le infiorescenze sono amenti di colore verde chiaro che compaiono in primavera, tra i mesi di aprile e di maggio a seconda della quota, contemporaneamente alle nuove foglie. Gli amenti maschili sono penduli e lunghi fino a 6 cm (foto n. 6), presentano piccoli fiori piuttosto radi, di colore verde chiaro muniti di 6 stami, i fiori femminili, dai quali derivano le ghiande, compaiono alle estremità dei giovani rami, riuniti in piccoli gruppi.   La maturazione dei frutti avviene annualmente, all&#8217;inizio dell&#8217;autunno. Le ghiande della roverella hanno forma ovoide e sono di colore marrone chiaro, munite di caratteristiche striature (foto n.7), assenti in altre specie di quercia. La lunghezza oscilla tra 1,5 e 3 cm e sonoriunite in gruppi di due o tre o solitarie. La  cupola delle ghiande, profonda 1-1,5 cm, è coperta da squame appressate, quasi triangolari, con apice acuto, di colore grigio-bruno. Le ghiande presentano un breve peduncolo, lungo meno di 2 cm, molto più breve rispetto a quello della farnia (Quercus robur). La quantità di ghiande prodotta varia annualmente e ad intervalli di 3-4 anni risulta particolarmente abbondante. Le ghiande germinano abbastanza facilmente presso la pianta madre, ma la maggior parte delle plantule non sopravvivono.  La dispersione a distanza maggiore avviene grazie ad animali come uccelli o roditori che trasportano e nascondono i frutti in vista dell&#8217;inverno, senza pero poi riuscire sempre a localizzare i siti di accumulo.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-8012" title=" Roverella - Foto 6 - Ph. Nicola Olivieri" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-roverella-6-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<div>
<p style="text-align: justify;">La corteccia della roverella ha una tinta grigio-bruna, piuttosto scura, suddivisa in scaglie rugose di forma trapezoidale. Poiché la specie vegeta in aree piuttosto calde e soggette ad incendi, essa offre anche una certa protezione nei confronti del fuoco nel caso che questo interessi prevalentemente il sottobosco. Il legno della roverella è duro, compatto, resistente, di colore giallo chiaro. Poiché i tronchi ed i rami sono spesso incurvati, le fibre non sono dritte e la lavorabilità è ridotta, è utilizzato soprattutto per la produzione di legna da ardere o di carbone, ma in passato era impiegato anche per le infrastrutture portuali, soprattutto dalla Repubblica di Venezia, che adoperava allo scopo tronchi provenienti dai boschi della Dalmazia. Un uso più recente riguarda la produzione di traversine ferroviarie, della quale hanno fatto le spese, ad esempio, i boschi di roverella presenti nelle zone interne della Sardegna.  La specie, come ulteriore adattamento agli ambienti aridi possiede un apparato radicale potente, dotato di un fittone ben sviluppato e di robuste diramazioni che penetrano in profondità nel substrato, anche se  questo risulta compatto e roccioso, insinuandosi nelle fenditure e nelle tasche di suolo. Grandi esemplari si possono così insediare sui substrati calcarei e nelle aree carsiche, anche laddove lo strato superficiale di suolo risulta molto esiguo ed i tronchi annosi sembrano spuntare direttamente dalla roccia.  Il tronco di Quercus pubescens a differenza di quanto accade in altre querce europee, inizia a ramificarsi molto presto, a distanza piuttosto ridotta dal piede, sviluppando branche sinuose che a loro volta si suddividono in rami sottili.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8013" title="Roverella - Foto 7 - Ph. Nicola Olivieri" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/foto-roverella-7-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p style="text-align: justify;">Questa modalità di sviluppo conferisce alla chioma una forma ampia e piuttosto irregolare, soprattutto negli esemplari isolati risparmiati dalle potature.  La pianta inizialmente presenta un accrescimento lento, ma con il trascorrere del tempo l&#8217;albero può assumere dimensioni imponenti, raggiungendo un&#8217;altezza che può andare dai 10 ai 30 m. Grandi roverelle isolate o riunite in piccolissimi gruppi si possono osservare in tutta l&#8217;Italia centro-meridionale e nelle isole, al margine dei coltivi, lungo i sentieri ed i tratturi, presso le chiese campestri. Gli esemplari più vetusti di questa specie possono raggiungere i 1000 anni di età e sviluppare tronchi massicci, dotati di circonferenze che superano i 6 metri di lunghezza. In alcune aree della Toscana grandi individui vengono conservati anche all&#8217;interno dei boschi cedui composti, secondo una tradizione ancora legata al pascolo brado dei suini nelle selve durante il periodo di maturazione delle ghiande. Questa consuetudine, pressoché scomparsa in Italia, permane invece in Spagna dove il famoso prosciutto serrano (jamón serrano) viene prodotto da suini che vengono lasciati pascolare nei boschi radi di quercia di sughero (Quercus suber) per nutrirsi delle ghiande.</p>
<p style="text-align: justify;">La roverella è una specie piuttosto termofila e xerofila, legata, infatti, alle zone calde ed asciutte ed al clima mediterraneo e submediterraneo. In Italia è diffusa dal livello del mare fino a 1000 &#8211; 1200 m di quota, sui versanti montani più soleggiati. Vegeta anche nelle zone disturbate dalle attività antropiche e questa tolleranza ne ha sicuramente favorito la diffusione a discapito di altre specie arboree più esigenti. Oggi nell&#8217;ambito dell&#8217;intero territorio italiano la roverella rappresenta l&#8217;essenza arborea che forma le formazioni boschive di maggiore estensione. Questi boschi, diffusi soprattutto nelle zone collinari e lungo la catena appenninica, sono comunque per lo più cedui e risultano talora molto degradati. In Italia la roverella è presente in tutte le regioni, dalle Alpi, dove predilige i versanti rivolti a meridione e le vallate asciutte interne, sino alla Sicilia ed alla Sardegna, dove risulta particolarmente diffusa nelle zone interne. Nel resto dell&#8217;Europa la specie possiede un&#8217;areale di distribuzione molto esteso, gravitante intorno al bacino del Mediterraneo. Nella penisola iberica è presente soprattutto nelle regioni settentrionali e nordorientali con la sottospecie palensis, in Francia è frequente soprattutto a sud, in Provenza, ma negli ambienti più idonei si spinge fino alla latitudine di Parigi. Nella penisola balcanica la roverella risulta particolarmente diffusa, spingendosi a meridione fino al Peloponneso, in Grecia, e ad oriente fino alla Crimea. Anche in Turchia la specie è ben rappresentata, soprattutto nelle regioni occidentali, mentre in Medio Oriente compare con forme leggermente differenziate, considerate specie distinte, come Quercus infectoria, presente anche in Grecia e nelle isole del Mare Egeo. Nell&#8217;ambito del suo vasto areale di distribuzione la roverella si comporta da specie piuttosto polimorfa, tanto da dare origine a numerose forme, considerate talvolta alla stregua di specie distinte, tra queste per il territorio italiano si possono ricordare le entità Quercus congesta, Quercus amplifoli Quercus sicula, Quercus virgiliana, Quercus ichnusae, etc., ma complessivamente le varianti geografiche note assommano a circa 30.</p>
<p style="text-align: justify;">In Abruzzo, come nella maggior parte del territorio italiano, le consociazioni vegetali dominate dalla roverella sono rappresentate soprattutto da boschi governati a ceduo, destinati soprattutto alla produzione di legna da ardere. La specie possiede, infatti, una buona capacità pollonifera per cui dalle ceppaie nel giro di pochi anni si sviluppano nuovi getti che, entrando in contatto reciproco con le chiome, ricostituiscono gradualmente la copertura boschiva.   I turni di taglio vanno dai 15 ai 35 anni, a seconda delle zone. Spesso in occasione delle ceduazioni viene lasciato un certo di numero di matricine, alberi che saltano il turno di taglio e mantengono una certa copertura del suolo. Le produttività dei cedui di roverella sono in genere piuttosto basse a causa della scarsa fertilità dei substrati sui quali vegetano questi boschi. In Toscana ed in alcune zone dell&#8217;Umbria, come si è detto, presenta una certa diffusione una diversa forma di governo del bosco di querce, nota come ceduo composto, che rappresenta una sorta di situazione intermedia tra il ceduo e l&#8217;alto fusto. Il ceduo composto presenta una maggiore diffusione in Francia e consente di mantenere un certo numero di alberi alto fusto che si sviluppano al di sopra dello strato di piante destinate alla ceduazione. Nel caso delle querce gli esemplari di alto fusto assicurano la produzione di ghiande per i suini ed eventualmente di legname da opera. Dal punto di vista ecologico il ceduo di roverella semplice o matricinato presenta uno livello di biodiversità abbastanza ridotto, poiché mancano le specie animali e vegetali dei boschi maturi, mentre abbondano le specie più banali degli ambienti di boscaglia e di margine boschivo. Un bosco di roverella disetaneo, comprendente anche esemplari annosi e di alto fusto custodisce invece una comunità biotica ricca di specie più rare ed esigenti. Queste vanno dalle felci, bisognose di ambienti ombrosi, ancorché periodicamente asciutti, che, come il polipodio (Polypodium vulgare), possono vegetare come epifite anche sui tronchi e sui rami degli alberi più vetusti, al pungitopo (Ruscus aculeatus), al giglio rosso (Lilium croceum), al ciclamino (Cyclamen repandum), all&#8217;anemone epatica (Hepatica nobilis), ad alcune specie di orchidee, tra cui Cephalantera damasonium, Cephalantera longifolia, Epipactis helleborine, Limodorum abortivum, per giungere alla campanula selvatica (Campanula trachelium) ed alla digitale appenninica (Digitalis micrantha). All&#8217;interno di una formazione boschiva dominata dalla roverella non regna comunque l&#8217;atmosfera ombrosa uniforme tipica della faggeta, la luce che penetra tra gli alberi consente lo sviluppo di molte piante arbustive, tra le quali si possono ricordare il sanguinello (Cornus sanguinea), l&#8217;emero (Emerus major subsp. emeroides), la colutea (Colutea arborescens), il biancospino (Crataegus monogyna), la ginestrella (Genista tinctoria), la dafne laurella (Daphne laureola). Quando il bosco non è sottoposto a ceduazione alla roverella possono associarsi altre specie arboree più esigenti, come il cerro (Quercus cerris), il leccio (Quercus ilex), il carpino orientale (Carpinus orientalis), il sorbo comune (Sorbus domestica), il sorbo ciavardello (Sorbus torminalis), il carpino nero (Ostrya carpinifolia), l&#8217;orniello (Fraxinus ornus), l&#8217;acero campestre (Acer campestre), l&#8217;acero d&#8217;Ungheria (Acer obtusatum), il ciliegio (Prunus avium), etc., essenze talora esigenti, che possono scomparire a seguito dei tagli periodici, che si traducono in una riduzione della diversità della composizione del mantello boschivo.   Per quanto concerne la compagine animale le grandi querce rappresentano l&#8217;habitat elettivo di numerose specie di insetti, alcune delle quali possono raggiungere anche grandi dimensioni. Tra quelle presenti nel nostro territorio si possono ricordare il cervo volante meridionale (Lucanus tetraodon), la cui larva per più anni vive nelle ceppaie e nei cavi dei tronchi deperienti di specie appartenenti al genere Quercus e di altri alberi, il cerambice delle querce o grande capricorno (Cerambyx cerdo), coleottero di colore bruno-nero dalle lunghe antenne, che come gli affini Cerambyx welensi e Cerambyx scopolii, presenta larve xilofaghe che vivono nei tronchi di vecchie querce secolari, nonchè varie specie di cetonie ed il raro Osmoderma eremita, uno scarabeide saproxilico, legato cioè al legno marcescente.<br />
Le ghiande prodotte dalla roverella rappresentano un&#8217;importante fonte alimentare per diversi vertebrati, tra questi vi sono roditori arboricoli come il topo quercino (Eliomys  quercinus), il ghiro (Glis glis), il moscardino (Muscardinus avellanarius) e lo scoiattolo (Sciurus vulgaris), ma anche uccelli come la ghiandaia (Garrulus glandarius), che durante la stagione fredda arricchisce la sua dieta con questi frutti, contribuendo alla diffusione delle querce.<br />
Un bosco ceduo rappresenta un ambiente più povero anche dal punto di vista faunistico, poiché manca l&#8217;habitat complesso rappresentato dai grandi tronchi, articolato a sua volta in numerosi microhabitat ricchi di specie. I polloni di roverella che si sviluppano a seguito del taglio del fusto principale sono spesso soggetti agli attacchi del mal bianco della quercia o oidio della quercia (Micosphaera alphitoides), un fungo patogeno epifita molto frequente, che provoca la formazione di macchie biancastre pulverulente, dapprima sulla pagina inferiore delle foglie e successivamente su quella superiore, dovute allo sviluppo del micelio e dei conidi durante i periodi caldo umidi tardo primaverili, estivi ed autunnali. Un altro fungo che con una certa frequenza infesta le foglie della roverella è l&#8217;Ascomicete Apiognomonia quercina responsabile di un imbrunimento delle foglie dovuto ad una maculatura necrotica, che può causare la cadute precoce delle foglie stesse. Danni ai lembi delle foglie possono essere causati anche dagli attacchi del piccolo insetto Omottero Cicadellide Typhlocyba quercus, che quando è molto numeroso, determina la comparsa di piccole macchie bianco-giallastre dai contorni angolosi sulla pagina superiore delle foglie, dovute alla suzione messa in atto dagli adulti e dalle neanidi nel parenchima fogliare. Altri danni alla chioma di Quercus pubescens  possono essere causati dalle proliferazioni massive periodiche delle larve di Lepidotteri defogliatori, come il Tortricide Tortrix viridana, che può rivelarsi particolarmente nociva, in quanto i bruchi attaccano le gemme appena schiuse e le foglie giovanissime, i Limantridi bombice dal ventre d&#8217;oro (Euproctis chrysorrhoea) e bombice dispari (Lymantria dispar) e la processionaria delle querce (Thaumetopoea processionea). Le infestazioni di bruchi dovute a queste specie, se ripetute nel tempo,  possono causare squilibri nei processi fisiologici delle querce, che si traducono in una maggiore suscettibilità nei confronti di parassiti fungini ed insetti xilofagi, che nutrendosi del legno, scavano gallerie all&#8217;interno dei tronchi e dei rami, minacciando la stabilità degli alberi. L&#8217;elevato numero di organismi parassiti che vivono a spese della roverella costituisce una riprova dell&#8217;importante ruolo ecologico che assume questa specie nell&#8217;ambito della nostra flora spontanea, un ruolo di rilievo che dovrebbe assicurarle un maggiore rispetto, soprattutto laddove i grandi esemplari divengono la sede di una complessa comunità di viventi. Un rispetto che dovrebbe tradursi in vere forme di tutela.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Nicola Olivieri</em></p>
</div>
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		<title>Varietà e habitat dei tartufi</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Leonardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[I tartufi  altro non sono  che funghi che crescono sotto terra e, una volta arrivati a maturazione, sprigionano un intenso profumo. Le  radici, anche se solo sottilissimi filamenti,  di querce, faggi, pioppi neri e bianchi, carpini , noccioli,  pini  fanno parte del loro habitat naturale, in un rapporto di simbiosi  spontanea. Ed è il tartufo nero estivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7837" title="Scorzoni -  Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/scorzoni1.jpg" alt="" width="298" height="264" /></p>
<p style="text-align: justify;">I tartufi  altro non sono  che funghi che crescono sotto terra e, una volta arrivati a maturazione, sprigionano un intenso profumo. Le  radici, anche se solo sottilissimi filamenti,  di querce, faggi, pioppi neri e bianchi, carpini , noccioli,  pini  fanno parte del loro habitat naturale, in un rapporto di simbiosi  spontanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è il <strong>tartufo nero estivo o  scorzone</strong> il più diffuso a livello naturale nella nostra montagna. Il nome scientifico è Tuber Aestivum  ma viene comunemente chiamato scorzone per via della scorza  molto ruvida e verrucosa.<span id="more-7605"></span> Nello scorzone sono racchiusi tutti gli aromi del bosco e,  all&#8217;olfatto, l&#8217;odore è intenso e delicato.  Anche se meno stimato rispetto al tartufo bianco e al tartufo nero pregiato, lo scorzone è ampiamente apprezzato  per la sua versatilità  in cucina e anche perché si conserva a lungo.  Le sue dimensioni sono quelle di un uovo di gallina o al massimo di un’arancia.  Il suo<strong> aspetto </strong>è di colore nero all’esterno mentre all’interno la pasta  della gleba è abbastanza compatta, di colore bianco crema. Il periodo<strong> </strong>di<strong> maturazione </strong>è, come dice il nome, primavera &#8211; estate. E si sviluppa anche fino ai 1500 m. di altezza sul livello del mare. La <strong>pulizia </strong><strong>degli scorzoni</strong><strong> </strong>va fatta con uno spazzolino o con un pennellino per eliminare la maggior parte della terra, quindi con un panno per togliere la rimanenza, il tutto fatto con delicatezza,  evitando di non bagnarli. Si <strong>conservano</strong> più o meno bene e anche a lungo in frigorifero. Si conservano anche in contenitori a chiusura ermetica. Dopo aver disposto i tartufi nel contenitore, si ricoprono con del riso che ne manterrà  l&#8217;umidità costante e non li farà ne&#8217; asciugare né marcire;  si recuperano  solo al momento dell&#8217;uso.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto raramente è possibile trovare anche altri tartufi più pregiati. Il <strong>t</strong><strong>artufo nero pregiato</strong>, (<em>Tuber melanosporum</em>), abbastanza raro nelle nostra montagna,  molto diffuso in Umbria e nelle Marche, dai 400 m. a 1000 m. di altezza. Si definisce, infatti, anche tartufo di Norcia o Spoleto.  Grande  mediamente poco più di una noce, presenta una gleba di colore nero violaceo con striature bianche, quando è maturo.  La  maturazione  va da metà novembre a fine marzo. Si trova dai 5 ai 30 cm sottoterra  e all’esterno l’aspetto è verrugoso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il pregiatissimo tartufo bianco</strong> (<em>Tuber magnatum</em>), rarissimo dalle nostre parti. Dalla forma tondeggiante ma, a volte anche appiattita, e dall’aspetto  esterno liscio, presenta una gleba giallo-biancastra con striature grigio-verde. Per i tartufi in simbiosi con la quercia, la gleba risulta color nocciola. La maturazione va da  settembre-ottobre fino a fine gennaio. Il suo peso va dai 250 g. fino ai 500 grammi, in casi eccezionali. Si può conservare in frigorifero fino ad un massimo di 15 giorni perché non perda tutte le sue caratteristiche. <strong>Il t</strong><strong>a</strong><strong>rtufo nero invernale</strong> <em>(Tuber brumale)</em> la cui maturazione va da gennaio fino a marzo si presenta nero anche all’interno.</p>
<p style="text-align: justify;">Importante e obbligatorio  per la ricerca dei tartufi e per una raccolta corretta  è<strong> il cane</strong>. L’olfatto è una delle caratteristiche distintive del cane, non a caso la punta del loro naso viene chiamata tartufo. A prescindere dalla razza, tutti i cani in teoria possono essere addestrati alla ricerca dei tartufi, ma <span style="font-family: Verdana;"><strong>il lagotto </strong></span><span style="font-family: Verdana;">è il cane ideale  in quanto è specializzato nella ricerca dei tartufi su qualsiasi tipo di terreno; ha un fiuto eccezionale, è molto docile e intelligente. </span></p>
<p style="text-align: right;"><em>Giovanni Leonardi</em></p>
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		<title>I tarallucci di San Biagio</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 16:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Leonardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[. . Ricette locali]]></category>

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		<description><![CDATA[Ingredienti (per 15 tarallucci &#8211; Mediamente con un uovo si ottengono tre tarallucci) 5 uova, farina q.b., acqua bollente, acqua fredda. Preparazione Su di una spianatoia versare la farina e disporla  a fontana, aggiungere al centro le uova, sbatterle leggermente con una forchetta e un poco per volta cominciare ad incorporare la farina alle uova. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><strong><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/P40600251.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7714" title="I tarallucci di San Biagio di Maria Misantoni." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/P40600251-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></strong></h4>
<p><strong>Ingredienti<br />
</strong></p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">(<span style="font-weight: normal;">per 15 tarallucci &#8211; Mediamente con un uovo si ottengono tre tarallucci)<br />
</span></span><span style="font-weight: normal;"><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"> 5 uova, farina q.b., acqua bollente, acqua fredda.</span><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"><span id="more-7514"></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"><br />
</span>Preparazione<br />
<span style="font-family: Arial; font-size: x-small; text-align: justify;">Su di una spianatoia versare la farina e disporla  a fontana, aggiungere al centro le uova, sbatterle leggermente con una forchetta e un poco per volta cominciare ad incorporare la farina alle uova. Continuare a lavorare l&#8217;impasto fino ad assorbire bene le uova ed ottenere un impasto omogeneo, consistente e abbastanza elastico.<br />
</span><span style="font-family: Arial; font-size: x-small; text-align: justify;">Dall&#8217;impasto prelevare un poco di massa, arrotolarla e allungarla,  chiuderla a tarallo, avendo cura di far attaccare  bene le due estremità perché non si aprano.<br />
</span><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Nel frattempo mettere una pentola d&#8217;acqua sul fuoco e non appena bolle immergervi  i tarallucci e attendere che tornino a galla. Quando risalgono, il loro volume sarà raddoppiato! Scolare i tarallucci, porli  in una bacinella d&#8217;acqua fredda. Scolarli di nuovo, stenderli su di un canovaccio per farli asciugare  e adagiarli, poi,  in una pentola di rame con coperchio.   Mettere la  pentola sopra la brace e porre della brace sopra il coperchio per una cottura uniforme.</span><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"> Pian piano i tarullucci si cuoceranno assumendo un bel colore dorato. </span></span><span style="font-family: Arial; font-size: x-small; text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;">Sono molto buoni anche cotti in un normale forno a 180/200°C per 20 minuti circa.</span><br />
</span><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"><em> </em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"><em>Antonio Leonardi</em></span></p>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"><br />
</span></div>
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		<title>&#8220;Borghi attivi&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 14:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale __________________________________]]></category>

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		<description><![CDATA[É stato oltremodo gradito l’invito da parte del Presidente della Pro Loco di Cerqueto a compilare il questionario  relativo al progetto &#8220;Borghi Attivi &#8211; Statuto partecipato dei paesi d&#8217;Italia&#8221;, a cui ha aderito il nostro comune di Fano Adriano,  insieme ad altri quattro comuni del cratere &#8211; Tione degli Abruzzi, Fontecchio, Pescomaggiore (frazione dell&#8217;Aquila) e Civitella Casanova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-9981.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7715" title="La Torre - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-9981-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>É stato oltremodo gradito l’invito da parte del Presidente della Pro Loco di Cerqueto a compilare il questionario  relativo al progetto <strong>&#8220;Borghi Attivi &#8211; Statuto partecipato dei paesi d&#8217;Italia&#8221;</strong>, a cui ha aderito il nostro comune di Fano Adriano,  insieme ad altri quattro comuni del cratere &#8211; Tione degli Abruzzi, Fontecchio, Pescomaggiore (frazione dell&#8217;Aquila) e Civitella Casanova e promosso dal  WWF di Teramo,  capofila , e finanziato dall&#8217;ACRI &#8211; &#8220;Emergenza Abruzzo&#8221;.<span id="more-7764"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Scopo del questionario è di tracciare  un quadro condiviso sugli aspetti urbanistici, paesaggistici e socio economici, nonché sulle aspettative per lo sviluppo del proprio territorio. Il progetto <strong>Borghi attivi, </strong><strong>i</strong>spirandosi ai metodi del &#8220;<strong>Village Design Statement&#8221;</strong> inglese e dello <strong>&#8220;Statuto dei Luoghi</strong>&#8221; italiano, mira ad includere i cittadini come soggetti protagonisti  dei borghi in un processo partecipativo.  Sono già avvenuti diversi incontri, in cui anche i cittadini di Cerqueto sono stati chiamati ad esprimersi su diversi argomenti inerenti la propria identità locale. Secondo il progetto, un gruppo di lavoro approfondirà ulteriormente i temi del questionario, che saranno definiti nel corso del mese di maggio. Nell’ambito di una giornata pubblica sono previste attività di studio e laboratori con la popolazione e saranno presentati i primi risultati del lavoro, che rappresenteranno la base di partenza per elaborare le linee guida dello <strong>Statuto partecipato dei Luoghi</strong> per il territorio di Fano Adriano e di Cerqueto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto della condivisione, focalizzato dal progetto, mi sembra importante.  Disegnare la propria identità è quanto mai determinante oggi che siamo sempre più proiettati in una dimensione europea, internazionale, planetaria. Il punto è dunque indiscutibile, ne consegue il divenire tutti quanti più consapevoli delle ricchezze del nostro territorio, quelle ereditate dal passato, vicino e lontano, spesso remoto, per studiare insieme come conservarlo, tutelarlo e valorizzarlo al meglio.  Ne consegue, aggiungo anche, la consapevolezza di un patrimonio, che andrebbe meglio difeso, approfondendo anche la ricerca storica, quella archeologica, che può dar luogo a nuove scoperte e sorprese, la ricerca archivistica (di qui l’importanza di conservare bene e rendere fruibili gli archivi, quelli comunali e quelli parrocchiali e vescovili), proseguendo nella ricerca sul dialetto, usi, tradizioni, pubblicando i risultati di tali studi per fare anzitutto circolare le notizie, i dati di fatto, le opportunità, farli conoscere alle generazioni più giovani in modo da accrescere l’orgoglio di essere cittadini di questi borghi antichi, ricchi di storia e di beni culturali, artistici e paesaggistici. Poiché dal passato viene la nostra storia, spesso ancora da raccontare,  solo da lì possono venire i benefici di qualsivoglia futuro, sia esso più orientato a borgo esclusivamente residenziale, sia  esso proiettato verso un turismo di paese, tipico, culturale e non usuale, che si esprime  anche nella scelta di tipologie di alloggio non tradizionali, con una preferenza per le forme di ospitalità sostenibili, diffuse, originali e autoctone, che possono magari coniugarsi anche con arredi e servizi innovativi, di design e tecnologici. Nel mondo attuale  è sicuramente indispensabile riscoprire e rivalorizzare i caratteri dell’identità locale e le sue storiche peculiarità. Non per rinchiudersi in essa, in un passato ormai passato; sarebbe vecchio provincialismo o più propriamente municipalismo ingiallito e infeltrito; ma, al contrario, per stare meglio nel mondo in cui ci troviamo a vivere, per affrontare in modo più consapevole le sfide della nostra epoca, per non finire omologati e annegati in modelli e in stili di vita che ci sono del tutto estranei. Dobbiamo sapere da dove veniamo,  chi siamo e dove vogliamo andare.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/gafio_chiesa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7749" title="Il gafio - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/gafio_chiesa-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Certamente con la pianificazione urbanistica si possono tutelare i beni culturali,  edifici tipici, centri storici, aree archeologicamente interessanti, paesaggi. Ci auguriamo, però, che a questi ennesimi rilievi segua la realizzazione di qualcosa di concreto. Questo mi sembra basilare e di estrema importanza! E&#8217; inutile girare attorno ai problemi, parlarne e riparlarne per decenni, ripeterci sempre le stesse cose.  La parola d&#8217;ordine è fare, la cosa più importante è realizzare ciò che è necessario e prima che sia troppo tardi, certo  in modo  responsabile, oculato, partecipativo e condiviso. La situazione attuale  di Cerqueto, completamente diversa da quella di Fano Adriano,  è frutto di disattenzione, insensibilità e trascuratezza perpetrate in modo  crescente nel corso di decenni verso la frazione, secolare cenerentola del sistema comune-frazione, Fano-Cerqueto, da sempre, senza una razionale, non dico equa perché sarebbe troppo,  distribuzione delle risorse.  Gli strumenti urbanistici comunali, finora  adottati, in mano da sempre anche ai rappresentanti cerquetani,  bisogna umilmente riconoscere, che non sono stati finora sempre adeguati.  Il borgo Cerqueto potrà sicuramente venire meglio conservato e quindi meglio utilizzato adesso e in futuro;  però, ci vogliono, prima di tutto, regole più tempestive e precise, regole amministrative che facciano la valutazione ambientale di progetti e programmi che si cerca di realizzare.  A volte basterebbe non lasciar fare, a volte non strafare,  per  non fare danni!  Cerchiamo di evitare lo spettacolo poco consolante di scenari, che non offrono niente di bello da vedere, sia a quelli che  arrivano sia a quanti ci abitano. Siamo costretti ad ammirare,  spesso,  sconcertanti monumenti di ammassi di lamiere arrugginite, di sicuro impatto ambientale, in stridente contrasto con la bellezza del paesaggio che ci circonda, opere pubbliche inutilizzate o costruzioni realizzate con scarsissima attenzione verso i valori del nostro ambiente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;"> E poi bisogna essere bravi a saper spendere le poche risorse disponibili, stabilendo quelle priorità che non sono prorogabili! E non è stato sempre tra i  compiti prioritari di  una buona amministrazione quello di valorizzare la bellezza del proprio territorio, conservarla e scoprirne le potenzialità ancora inespresse, garantirne la protezione  e contribuire all&#8217;adozione e approvazione di piani  adeguati? La bellezza non può essere solo ammirata, per ammirarla bisogna proteggerla e costantemente coltivarla, anche scoprirla e svelarla. Un compito e un’attenzione assolutamente concreti, fattibili e misurabili sempre, al di là di qualsiasi grande spesa e al di là di qualsiasi progetto.</span></p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
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		<title>Don Nicola: il Presepe ha un valore culturale e sociale</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:52:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Primo piano - L'intervista]]></category>

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		<description><![CDATA[Con Don Nicola Jobbi, il fondatore del Presepe Vivente di Cerqueto nel lontano 1965, ho avuto un’amichevole conversazione in relazione all’ attuale sacra rappresentazione. Don Nicola, attualmente  arciprete della parrocchia di Montorio al Vomano, ha assistito allo spettacolo del 26 dicembre varie volte nel corso di tutti questi anni, da quando ha lasciato Cerqueto nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0878.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/La-capanna-Ph.-Diego-Feliciani.png"><img class="size-medium wp-image-6910 alignleft" title="La capanna- Ph. Diego Feliciani" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/La-capanna-Ph.-Diego-Feliciani-300x204.png" alt="" width="300" height="204" /></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0878.jpg"></a>Con Don Nicola Jobbi, il fondatore del Presepe Vivente di Cerqueto nel lontano 1965, ho avuto un’amichevole conversazione in relazione all’ attuale sacra rappresentazione. Don Nicola, attualmente  arciprete della parrocchia di Montorio al Vomano, ha assistito allo spettacolo del 26 dicembre varie volte nel corso di tutti questi anni, da quando ha lasciato Cerqueto nel 1984. Anche quest’anno ci ha onorato della sua presenza in compagnia del vescovo, Monsignor Michele Seccia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6591"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che ne pensa del nuovo volto del Presepe Vivente ? Pensava 46 anni fa che il Presepe avrebbe avuto una vita così lunga?<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per me è un piacere il solo fatto che si continua a fare il presepe. E’ troppo bello per lasciarlo morire. Lo scenario è ineguagliabile, il risultato è spettacolare.  Mi ha fatto molto piacere, perché lo spettacolo è cresciuto in modo considerevole nel corso degli anni, è stato curato molto nella regia,  nella voce, nella musica, nella scenografia, nell’impianto tecnico.<br />
E’ stata questa per me una cosa meravigliosa che mi ha riempito il cuore di gioia!</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Noi, con tutti limiti di trenta, quaranta anni fa, con un po’ di fantasia, tanta buona volontà e qualche sacrificio anche economico, abbiamo fatto del nostro meglio per quei tempi,  affrontando di volta in volta le varie problematiche. Ricordo che per non spendere 9.000 delle vecchie lire, un tempo cifra notevole per un solo faro, mi recai personalmente presso uno sfasciacarrozze e presi trenta fari per pochi soldi. Con l’aiuto di un trasformatore riuscimmo ad utilizzarli tutti e fu la svolta. Certo lo scenario attuale delle luci  era semplicemente impensabile allora. Ci si arrampicava sugli specchi per ottenere il meglio per quei tempi.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/luce.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7148" title="Creazione della luce - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/luce-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il valore aggiunto di questa manifestazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Aldilà dello spettacolo incantevole che la moderna tecnologia contribuisce sempre più a migliorare, è importante il messaggio che lo spettacolo nel senso più ampio porta con sé. A parte il messaggio cristiano d’amore e fratellanza che una simile manifestazione contiene,  la manifestazione ci porta a riscoprire certi valori  sociali, una realtà territoriale ormai parte della  tradizione e della cultura del paese. Ho sempre voluto e difeso, fin dall’inizio, che il presepe restasse una manifestazione di Cerqueto, fatta e realizzata dalla gente del posto. Penso sia stato questo il valore aggiunto. Fin dall’inizio avremmo potuto coinvolgere altri, dall’esterno, ma ho sempre privilegiato l’aspetto autoctono della manifestazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nuovo volto del Presepe ha in qualche modo inficiato il significato del messaggio cristiano della natività?<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/lLA-luce-Ph.-Gianluca-Pisciaroli.jpg"></a></strong></p>
<p><a style="font-weight: bold; text-align: justify;" href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0766.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0766.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0766.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante i cambiamenti il messaggio del Natale è rimasto intatto, anzi è sicuramente più incisivo. L’aderenza al testo biblico trasmette il messaggio proprio del Natale  e il messaggio cristiano della natività. Poi il Presepe è parte della cultura di Cerqueto, è il suo quadro rappresentativo del Natale, è il suo momento forte, il momento clou della vita del paese e anche per questo mi fa proprio piacere che la sacra rappresentazione del Presepe sia rimasta in vita. Lo spettacolo attuale non è lo spettacolo di una compagnia teatrale, è il frutto di tutta una serie di interventi che si sono avvicendati nel corso di tutti questi anni. In <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/MG_3191-2_DxO.jpg"><img class="size-medium wp-image-7474 alignleft" title="Stella e Re Magi - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/MG_3191-2_DxO-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>varia misura tutti hanno collaborato a questo risultato e ciò non può che essere apprezzabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Grazie al suo insegnamento, questo attaccamento alla manifestazione è rimasto nel cuore di tutti i cerquetani che a vari livelli collaborano e partecipano alla manifestazione. Considerata l’ esiguità della popolazione, varrebbe la pena secondo lei <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/fotogianluca1.jpg"></a>coinvolgere altre persone?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/MG_3318_DxO.jpg"></a>So bene che ogni anno, ogni edizione è una sfida continua, un sacrificio che qualsiasi ditta esterna non riuscirebbe a sopportare. Senza la passione, il cuore le cose non possono riuscire bene. E si vede che c’è la passione, l’attaccamento. Certo una volta eravamo un cuor solo e un’anima sola. Attualmente si dovrebbe innanzitutto ritrovare quella unità del paese che mi pare manchi e poi si potrebbe ampliare lo spettacolo a tutta l’Alta Valle del Vomano. Costi quel che costi,  bisogna continuare. Allargatelo, fate in modo che  partecipino anche altri paesi,   i benefici andranno a vantaggio di tutta la zona dell’alta Valle del Vomano.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
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		<title>I pilastri del Presepe</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:48:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Primo piano - L'intervista]]></category>

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		<description><![CDATA[Quella del presepe è una tradizione antica, prende avvio dalle drammatizzazioni liturgiche che già nell’alto Medioevo arricchivano le celebrazioni natalizie. Nel corso dei secoli,  la devozione popolare ne ha fatto un quadro della propria religiosità, accrescendola di personaggi e valori propri. Anche il presepe di Cerqueto  ha una sua propria fisionomia, un volto che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Costruzione-della-casetta-della-Madonna-per-la-scena-dellannunciazione.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Costruzione-della-casetta-della-Madonna-per-la-scena-dellannunciazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6635" title="Costruzione dell'arco per la scena dell'Annunciazione: Mimmo, Piero, Totò, Sandro, Angelo Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Costruzione-della-casetta-della-Madonna-per-la-scena-dellannunciazione-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Quella del presepe è una tradizione antica, prende avvio dalle drammatizzazioni liturgiche che già nell’alto Medioevo arricchivano le celebrazioni natalizie. Nel corso dei secoli,  la devozione popolare ne ha fatto un quadro della propria religiosità, accrescendola di personaggi e valori propri. Anche il presepe di Cerqueto  ha una sua propria fisionomia, un volto che ha definito pian piano nel corso di queste 45 edizioni. E’ la nostra tradizione, è la nostra cultura. Oltre al testo strettamente legato al racconto biblico, la luce e la musica ne sono gli elementi principali, con tutte le loro caratteristiche e sfumature. <span id="more-6588"></span>I personaggi, quasi per magia, emergono dal fondo del buio, resi con straordinaria forza, forme impalpabili, passaggi repentini o impercettibili.</p>
<p style="text-align: justify;">La realizzazione di tutto ciò richiede molto impegno sia a livello artistico che a livello manuale  per l’allestimento delle numerose e diverse scene che si susseguono per 70 minuti circa, la posa dei cavi elettrici, dell’impianto audio, la loro sistemazione e il collaudo.  <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/pino.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6651" title="Pino  sulla cima dell'albero - Ph. Giiuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/pino-300x225.jpg" alt="" width="246" height="178" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno  il presepe è una sfida che mette a dura prova  la dedizione, l’impegno di quanti si prodigano e collaborano ai  numerosi e impegnativi lavori.  Quest’anno con la complicità del bel tempo è stato fatto il pieno degli spettatori e  lo spettacolo, in qualche aspetto rinnovato e migliorato anche in questa 45ª edizione, come sempre, è riuscito particolarmente bene ed ha continuato ad emozionare e ad entusiasmare tutti i presenti. L’incombenza per la Pro Loco di Cerqueto, è stata notevole e il Presidente, Giuseppe Mastrodascio, è stato particolarmente impegnato sia sotto l’aspetto organizzativo che promozionale e operativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/angelo.jpg"></a>I lavori  proseguono anche  dopo il 26 dicembre, con lo smontaggio delle scene allestite, dell’impianto elettrico e le varie apparecchiature. In questa occasione ho rivolto alcune domande ad Angelo Di Cesare e Giuseppe Bianchini, che insieme agli altri “manovali della manifestazione”, come si sono autodefiniti, Antonio Mastrodascio, Piero Di Cesare, Berardo Leonardi, Sandro Mastrodascio, Gabriele Leonardi, Antonio e Domenico Moretti, Lucio Marcone,  si sono particolarmente impegnati e prodigati per il presepe.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Piero-e-Angelo-Patriarca-Ph.-Giuseppe-Bianchini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6655" title="Angelo Patriarca e Piero - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Piero-e-Angelo-Patriarca-Ph.-Giuseppe-Bianchini-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siete soddisfatti dell’ottima riuscita dello spettacolo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo felicissimi per l’ottima riuscita della rappresentazione! Siamo poi orgogliosi di collaborare con le nostre forze   alla realizzazione del Presepe, consapevoli che tutto quello che facciamo serve al nostro paese, a tutta la comunità cerquetana, a tutti noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il freddo , il clima sempre rigido della stagione invernale in montagna, il lavoro notturno indispensabile, con tutta la fatica e il sacrificio per noi questo è il Natale. C’è un attaccamento particolare a questa manifestazione  e non potrebbe essere diversamente.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/gabriele.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6650" title="Gabriele - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/gabriele-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Noi quarantenni e cinquantenni siamo nati e cresciuti con il presepe e la manifestazione è parte integrante del  nostro essere cerquetani, è una parte di noi a cui è difficile rinunciare. Quest’anno siamo particolarmente contenti grazie anche al tempo clemente che ha permesso a tanta gente di venire a vedere il  nostro Presepe.  Certo il tempo è determinante in queste situazioni, è successo diverse volte che  abbiamo dovuto rinviare lo spettacolo per il brutto tempo, con tutte le conseguenze negative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stato organizzato il lavoro?</strong></p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/angelo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6637" title="Angelo Di Cesare. Ph Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/angelo-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In modo collaborativo sono state montate le scene mobili e allestite le scene fisse come la capanna. Quest’anno poi abbiamo anche realizzato in muratura l&#8217;arco per la scena dell’Annunciazione. Per quanto riguarda l’aspetto più tecnico ci siamo divisi il lavoro. Tra di noi c’è chi si occupa di più dell’allestimento  scenografico, chi si occupa maggiormente dell’impianto elettrico  ma in base alle necessità c’è un interscambio continuo.  Il gruppo carpentieri e il gruppo elettricisti sono molto indicativi. Un plauso particolare va a Angelo Mastrodascio, sia per quanto riguarda le competenze tecniche che la sensibilità artistica; è lui che riesce a valorizzare al meglio il lavoro e  lo sforzo di tutti noi. Noi siamo contenti di mettere in opera quelle che sono le idee di Angelo perché vediamo gli ottimi risultati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanti siete a lavorare per la manifestazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo un gruppo di circa 15 persone, escluse le donne,  più o meno stabili e siamo all’opera da più di un mese. Il sabato e la domenica siamo stati sempre  tutti presenti e, nei ritagli di tempo, anche durante i giorni feriali. Siamo rimasti in pochi a lavorare per la comunità,  per il Presepe come <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Berardo1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7152" title="Berardo, Lucia e Rex" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Berardo1-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" /></a>pure tutte le altre cose che si fanno per promuovere e fa sopravvivere il nostro paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo, comunque, orgogliosi di essere  attivi nella Proloco e di avere un presidente all’altezza della situazione, in cui riponiamo piena fiducia. Non ci dimentichiamo dell’accoglienza del pubblico, della ricezione, la sistemazione e distribuzione dei costumi. Un riconoscimento va a Adele Di Cesare, Daniela Mastrodascio, Ivana Leonardi, Lina Moretti, Lonia Leonardi, Maria Di Gennaro, Maria Misantoni, Marta Di Cesare,  alle donne che si sono prodigate sia per l’accoglienza dei visitatori sia per la sistemazione e distribuzione dei costumi. Per quanto riguarda la ristorazione dobbiamo ringraziare anche gli amici Grignetti di Fano Adriano, che ci hanno dato una valido aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: bold; text-align: justify;">Ci sono altri aspetti della manifestazione che volete sottolineare sia in positivo che in negativo?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: bold; text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Piero-Totò-Boh-Sandro-Luigi-Porfirio.jpg"><img class="size-medium wp-image-7338 alignleft" title="Piero, Totò, Boh, Sandro, Luigi, Porfirio - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Piero-Totò-Boh-Sandro-Luigi-Porfirio-300x246.jpg" alt="" width="300" height="246" /></a> </span><strong><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Angelo-davanti-allo-spacecannon-Ph.-Giuseppe-Bianchini.jpg"></a></strong>Un altro aspetto  positivo c&#8217; è da sottolineare: la preparazione del Presepe rappresenta un momento di condivisione, un piacevole periodo di comunione e vita collettiva. La cosa bella è che per 15 giorni siamo sempre insieme notte e giorno, una vita in comune fatta di confronti, a volte anche di scontri ma comunque  molto costruttiva. Per una piccola comunità come quella di Cerqueto questo è molto positivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma siamo contenti perché ogni anno riusciamo a dar vita ad uno spettacolo degno di essere visto, che raccoglie apprezzamenti di stima e ammirazione sempre maggiori. Siamo soddisfatti per il paese e per aver fatto qualcosa per Cerqueto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: bold; text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/alessandro.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/alessandro.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6636" title="Alessandro, Lucio e Mario -  Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/alessandro-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Luigi-Piero-Berardo-Angelo-e-lo-spacecannon-Ph.-Giuseppe-Bianchini.jpg"></a>Certo con il passar del tempo le nostre forze diminuiscono; se non si riesce a coinvolgere le nuove generazioni, a trasmettere ai nostri giovani lo stesso nostro attaccamento alla manifestazione temiamo per il futuro di essa. Il Presepe Vivente richiede sacrificio, dedizione perché possa essere realizzato. Bisogna lasciarsi travolgere dalle necessità, dal bisogno di fare, di risolvere i problemi che man mano emergono.</p>
<p style="text-align: justify;">Per noi la manifestazione non è fonte di guadagno. Né il nostro lavoro nè quello degli altri viene retribuito, anzi,  tutti noi ci rimettiamo qualche cosa, a parte i viaggi,  il tempo e la fatica. Il ricorso all’aiuto esterno per certi aspetti è indispensabile,  ha riguardato il noleggio del camion per il trasporto degli animali e il noleggio di alcune attrezzature elettriche ed audio di cui non disponiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Aldilà dello spopolamento che si ripercuote anche sulla forza attiva impegnata per il Presepe, sarebbe auspicabile un certo  spirito di armonia e di collaborazione che è andato scemando in questi ultimi anni. L’importante  comunque è che la maggioranza dei cerquetani partecipino e collaborino. Se poi non siamo il cento per cento, pazienza … non sono cose che si possono imporre, o si sente la responsabilità di col<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Luigi-Piero-Berardo-Angelo-e-lo-spacecannon-Ph.-Giuseppe-Bianchini.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6654" title="Luigi, Battista, Piero, Berardo,  Angelo e lo &quot;spacecannon&quot; - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Luigi-Piero-Berardo-Angelo-e-lo-spacecannon-Ph.-Giuseppe-Bianchini-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>laborare o no. L’importante è che tutti abbiano la possibilità di  farlo per quello che possono.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra cosa che ci dispiace molto è il fatto che gli enti locali si interessano poco, non ci sostengono economicamente quanto dovrebbero e forse potrebbero, considerato il nostro sforzo e  i risultati che otteniamo. Il Parco ci ha inviato due operai per 10 giorni, ci ha messo a disposizione dei gazebo e per questo li ringraziamo. Questi interventi avvengono, però,  in tutti i paesi  a prescindere dalla manifestazione. Per il Presepe ci sono delle spese da sostenere e si dovrebbe intervenire in modo più incisivo e determinante.   A partire dal Comune pensiamo che le istituzioni debbano sforzarsi maggiormente a livello economico per impedire che il nostro presepe muoia. In fondo questa rappresentazione costituisce le nostre radici, la nostra cultura, fa parte della nostra tradizione dopo 45 edizioni. E’ poi è un valore per tutta la nostra montagna, una priorità che va assolutamente sostenuta.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: bold; text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/alessandro.jpg"></a></span></p>
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		<title>“Perché sia un vero Natale riscopriamo il nostro essere con Dio!” &#8211; Colloquio con Mons. Michele Seccia, vescovo di Teramo</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla sacra rappresentazione del Presepe Vivente di Cerqueto ha assistito anche il Vescovo della diocesi di Teramo, Monsignor Michele Seccia. Il vescovo ha avuto modo di vedere soltanto l’ultima parte dello spettacolo   ma ciò è stato sufficiente perché lo apprezzasse profondamente riconoscendone l’alto valore scenografico. Il Vescovo auspica per tutti, sia per i collaboratori che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/capanna1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/capanna1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6542" title="La capanna -  Ph Adina Di Cesare" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/capanna1-246x300.jpg" alt="" width="246" height="300" /></a>Alla sacra rappresentazione del Presepe Vivente di Cerqueto ha assistito anche il Vescovo della diocesi di Teramo, Monsignor Michele Seccia. Il vescovo ha avuto modo di vedere soltanto l’ultima parte dello spettacolo   ma ciò è stato sufficiente perché lo apprezzasse profondamente riconoscendone l’alto valore scenografico. Il Vescovo auspica per tutti, sia per i collaboratori che per gli spettatori del Presepe di Cerqueto, che alla rappresentazione scenografica del Presepe Vivente segua l’ espressione della nostra fede in Dio, un augurio di riscoperta del nostro essere con Dio e  di speranza per tutti. <em>“</em>Durante la visita pastorale che ho fatto a Cerqueto, nel corso della quale mi avevano fatto vedere il manifesto preparato quest&#8217;anno per il  Presepe Vivente con il dipinto di Julio Padrino, mi ero impegnato a venire a Cerqueto per rendermi conto del Presepe.</p>
<p><span id="more-6540"></span> </p>
<p>E’ il sesto Natale che faccio nella diocesi di Teramo ma, data la coincidenza del 26 dicembre con una celebrazione tradizionale e storica che si fa da più di trent’anni a Notaresco, non ho mai trovato la possibilità di venire a Cerqueto. Quest’anno, avendolo saputo in tempo, ho preavvertito sia Don Nicola, il parroco che in ha ideato questo presepe  46 anni fa, sia il parroco di Notaresco che è stato così gentile da anticipare di un’ora la messa prevista per le 18.00. E’ una messa importante quella di Notaresco,  ci sono tutte le coppie che celebrano l’ anniversario del proprio matrimonio: 25, 40, 45, 50, 60  anni di matrimonio. E’ bene che il Vescovo ci sia in questa singolare celebrazione e poi quest’anno in particolare ho voluto ricordare un parroco,  Don Lucio Scaramazza, già parroco della cattedrale, che aveva dato inizio a questa manifestazione, morto proprio il 31 ottobre scorso.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Angelo-dei-pastori-.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Angelo-dei-pastori-.jpg"><img class="alignright" title="Angelo  dei pastori - Ph.  Gianluva Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Angelo-dei-pastori--300x200.jpg" alt="" width="316" height="226" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, sia pure in ritardo sono arrivato a Cerqueto insieme a Don Nicola, Don Antonio, il parroco cinese che aiuta Don Nicola nella parrocchia di Montorio, ed ho portato anche mia sorella. Quando siamo giunti, a parte la folla che ho visto, lo scenario mi ha subito incantato per l’illuminazione, la capanna così come è stata allestita e collocata. Poi ascoltare tutti i riferimenti biblici, in modo particolare, dopo cinque minuti dal mio arrivo, i riferimenti ai pastori mentre questi scendevano dalla montagna con le fiaccole: godere di questo spettacolo all’insegna del silenzio è stato un incanto. Il silenzio è qualcosa che voglio far notare, il silenzio con cui viene seguita questa sacra rappresentazione. Poi, prima che i pastori portassero i doni in segno di adorazione, mi ha anche colpito il modo con cui è stato raffigurato e illuminato di bianco l’angelo che annunzia la buona novella ai pastori, sulla destra, molto molto bello. Poi i Re Magi, partiti da lontano, la corte di Erode, il proseguimento  del cammino dei Magi e l’effetto straordinario della stella, con il timore di qualche incendio, anche se poi ho capito che si trattava di fuochi non pericolosi, fino alla fine, con la mistica scena della conclusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Io credo c<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/I-Magi-Ph.-Diego-Feliciani.jpg"><img class="size-medium wp-image-6908 alignleft" title=" Ph. Diego Feliciani" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/I-Magi-Ph.-Diego-Feliciani-300x199.jpg" alt="" width="340" height="258" /></a>he, a parte la bellezza dello spettacolo, è meravigliosa l’unicità del territorio scelto, lo scenario naturale della montagna dove, come mi ha spiegato Don Nicola, viene rappresentato tutto il racconto biblico che parte addirittura dalla creazione. Mi auguro di avere la possibilità di assistere allo spettacolo completo il prossimo anno, ma non ho dubbi sulla validità della rappresentazione e mi auguro anche che, aldilà di questa rappresentazione, per tutti gli spettatori ci sia stato proprio un momento di riflessione.  Natale, nasce l’ Emmanuele, Dio con noi! Ma perché sia un vero natale riscopriamo il nostro essere con Dio!</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, accanto a queste  bellissime iniziative, c’è il rischio che tutto si consumi in un’esperienza emotiva. Da questo si deve però passare proprio all’espressione della nostra fede, la nostra fede in Cristo, in Dio, nell’Eucarestia. E’ questo che interessa al Vescovo. Un plauso alla devozione popolare che ha saputo coltivare, incentivare e migliorare quella che è stata l’intuizione di un prete, ma al plauso segue l’auspicio, l’augurio che si passi dalla rappresentazione scenica alla espressione della    nostra fede in Dio”                                                                                                               </p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
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		<title>Un&#8217;esperienza indimenticabile!</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manola Pisciaroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Fin da piccola, trascorrere il Natale a Cerqueto ha  rappresentato  qualcosa di speciale, ma ancora più speciale era l’attesa del Presepe  e dei  preparativi  per una magica serata, perché riuscisse tutto nel migliore dei modi.  Per un giorno il mondo esterno entrava nel piccolo mondo cerquetanoe la comunità tutta si adoperava per rendere questo incontro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0877.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0877.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0877.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0878.jpg"><img class="size-medium wp-image-6630 alignright" title="Manola, Giulia e Francesco Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0878-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Fin da piccola, trascorrere il Natale a Cerqueto ha  rappresentato  qualcosa di speciale, ma ancora più speciale era l’attesa del Presepe  e dei  preparativi  per una magica serata, perché riuscisse tutto nel migliore dei modi.  Per un giorno il mondo esterno entrava nel piccolo mondo cerquetanoe la comunità tutta si adoperava per rendere questo incontro indimenticabile.<span id="more-6601"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni volta con occhi incantati assistevo allo spettacolo, osservando quello scorcio di montagna animata di luci e suoni, in un’atmosfera mistica tra sogno e realtà, fantasticando, chissà, di essere un giorno io stessa Maria con il mio bambino.  Un rito di buon auspicio, un&#8217;esperienza magica per  ogni mamma!</p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno per me è arrivato, quel desiderio nutrito fin da bambina si è realizzato e quest&#8217; anno finalmente ho contribuito anch’io con la mia piccola Giulia a rappresentare  il miracolo della maternità di Maria, il mistero della natività.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0877.jpg"><img class="size-medium wp-image-6632 alignleft" title="Manola Pisciaroli e la piccola Giulia- Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0877-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Essere partecipe in modo così significativo di questo evento è stata per me un’esperienza unica che porterò sempre  nel cuore insieme al sentimento di affetto che mi lega a Cerqueto, alle mie radici.  Un&#8217;esperienza che spinge <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/La-capanna-Ph.-Diego-Feliciani.jpg"></a>oltre lo sguardo e il cuore,   verso il passato e verso il futuro,  verso  chi non c’è più  e verso chi è da poco arrivato tra noi.</p>
<p style="text-align: justify;">La sera del 26 dicembre,  con gli occhi di mamma, ho vissuto in modo profondo il Presepe ed ho condiviso la mia gioia, la mia profonda emozione  con ogni spettatore, in ogni momento dei settanta minuti della sacra rappresentazione.  Mi auguro che anche la mia piccola, tra qualche anno, potrà assistere al presepe,  incantata da questo spettacolo che rinnova ogni anno la sua magia.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Manola Pisciaroli</em></p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/PC260106.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6848" title="La capanna illuminata dalla cometa in arrivo- Ph. Adina Di Cesare" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/PC260106-300x225.jpg" alt="" width="269" height="201" /></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/grotta.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7475" title="Manola, Giulia e Francesco - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/grotta-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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		<title>La luce donata</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigia Di Gioia</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Cronaca (scritta a più mani) della visita al Presepe Vivente di Cerqueto  L’invito a partecipare al “Presepe vivente di Cerqueto” da parte del collega ed amico Angelo Mastrodascio era uno di quelli ai quali non si poteva dire di no. Così il pomeriggio del 26 dicembre, un piccolo ma motivato gruppo di docenti dell’IPSIA si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/IMG_25744-1.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/IMG_2662.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/IMG_25744-1.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/IMG_2621.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8142" title="Dopo la rappresentazione, Cerqueto e lo &quot;Space cannon&quot; visti da Poggio Umbricchio.  Ph. Ercole De Giorgis" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/04/IMG_2621-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Cronaca (scritta a più mani) della visita al Presepe Vivente di Cerqueto</em> </p>
<p style="text-align: justify;">L’invito a partecipare al “Presepe vivente di Cerqueto” da parte del collega ed amico Angelo Mastrodascio era uno di quelli ai quali non si poteva dire di no. Così il pomeriggio del 26 dicembre, un piccolo ma motivato gruppo di docenti dell’IPSIA si è mosso da Teramo per ammirare la tradizionale rappresentazione ormai conosciuta in tutta la regione.</p>
<p><span id="more-6599"></span> </p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Visto il suggerimento a vestire in modo molto pesante per il freddo pungente di Cerqueto, alcuni di noi hanno rispolverato i vecchi anfibi militari, i “coturni” e le maglie di lana di pecora, altri invece hanno fatto incetta di cioccolatini allo sherry da usare come corroborante.  Lungo i tornanti della vecchia strada delle “Capannelle”, canti alpini hanno allietato il viaggio e predisposto lo spirito al clima della montagna. Cerqueto ci ha accolto con provvidenziali bracieri accesi e ottimo vin brulè, mentre le stradine strette, che si inerpicano fino alla chiesa del paese, raccontano storie di uomini adusi alla fatica, alla solidarietà e con grandi speranze nel cuore.</span>  </p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Larrivo-della-cometa-Ph.-Diego-Feliciani.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6911" title="L'arrivo della cometa - Ph. Diego Feliciani" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Larrivo-della-cometa-Ph.-Diego-Feliciani-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Ad un segnale prestabilito, si sono spente le luci in tutto il paese e le torce ci hanno guidato al luogo della rappresentazione dove il buio e un favoloso cielo stellato hanno creato la giusta atmosfera di raccoglimento e spiritualità. Davanti ai nostri occhi, gli elementi naturali del paesaggio, come il fianco scosceso della montagna, il bosco, la radura sottostante, sono andati a comporre non solo un meraviglioso impianto scenografico ma anche, a ben vedere, un quadro simbolico di riferimento che è stato il filo conduttore di tutta la rappresentazione e che è stato abilmente sottolineato dagli organizzatori attraverso suggestivi effetti luminosi.</p>
<p style="text-align: justify;">La luce. E’ stata questa la vera protagonista della scena: la luce bianca in alto, che promana da Dio nell’atto della creazione, quella rossastra e infernale che, nel bosco, accompagna Adamo ed Eva in fuga dal Paradiso, quella rivelatrice dei profeti, quella intima dell’annunciazione e, per la gioia dei bambini presenti, lo scintillio della stella cometa che guida i pastori e i Magi alla capanna di Gesù,Luce del mondo.  </p>
<p><span style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/MG_3318_DxO.jpg"><img class="size-medium wp-image-7469 alignleft" title="Ph. Gianluca Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/MG_3318_DxO-300x125.jpg" alt="" width="300" height="125" /></a>Ogni momento è risultato fortemente suggestivo, poiché le scelte sceniche non sono state mai banali ma, al contrario, hanno rivelato una profonda conoscenza dei testi sacri.I</span><span style="text-align: justify;">nfine, al centro di tutto, l</span>  </p>
<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">a scena della natività, ideata come un quadro rinascimentale per la simmetria e l’armonia dei vari elementi, per  i colori  e la staticità dei personaggi; un quadro in cui, all’improvviso, irrompe la vita vera con il pianto del bambino e le dovute , amorevoli cure prestate dalla madre.</span>  </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Larrivo-della-cometa-Ph.-Diego-Feliciani.jpg"></a>  Poi, al termine della rappresentazione, tutti noi siamo diventati perso<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0733.jpg"><img class="size-medium wp-image-6615 alignright" title="Natività - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0733-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>naggi del presepe entrando nella scena della Natività e allora l’atmosfera da solenne è diventata familiare. Il freddo si era fatto  pungente , gli spettatori saltellavano sul posto per riscaldare i piedi , ma nei loro occhi c’era ancora quella luce che poco prima brillava sul monte , accesa per tutti noi dalla splendida comunità di Cerqueto.  </p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Sciarra, Luigia Di Gioia, Valentina Gagliano</em>  </p>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>I partecipanti alla 45ª edizione del Presepe Vivente 2011</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/i-partecipanti-alla-45%c2%aa-edizione-del-presepe-vivente-2011/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 17:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Misantoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Padreterno: Battista Pisciaroli Adamo: Luigi Falconi Eva: Francesca Mazzetta Cherubino: Giuseppe Bianchini Abramo: Vincenzo Macedone Isacco: Diego Mastrodascio 1° Profeta: Piero Di Cesare 2° Profeta: Giuseppe Scardelletti 3°Profeta: Lorenzo Scardelletti Madonna: Manola Pisciaroli Angelo Annunciazione: Marta Di Cesare Guardie ai confini: Maurizio Plini,  Marco Plini, Mirco Scardelletti, Paolo Cacciacarne Guardie colonne: Alessandro Menei, Antonio Moretti, Francesco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Pastore.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6872" title="Pastore Ph. Gianluca Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Pastore-200x300.jpg" alt="" width="184" height="256" /></a>Padreterno</strong>: Battista Pisciaroli</p>
<p><strong>Adamo</strong>: Luigi Falconi</p>
<p><strong>Eva</strong>: Francesca Mazzetta</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cherubino</strong>: Giuseppe Bianchini</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abramo</strong>: Vincenzo Macedone<span id="more-6665"></span><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Isacco</strong>: Diego Mastrodascio</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1° Profeta</strong>: Piero Di Cesare</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2° Profeta</strong>: Giuseppe Scardelletti</p>
<p><strong>3°Profeta</strong>: Lorenzo Scardelletti</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Madonna</strong>: Manola Pisciaroli</p>
<p><strong>Angelo Annunciazione</strong>: Marta Di Cesare<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Guardia-Ph.-Gianluca-Pisciaroli.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6868" title="Guardia, Antonio Moretti - Ph. Gianluca Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Guardia-Ph.-Gianluca-Pisciaroli-300x200.jpg" alt="" width="211" height="151" /></a></p>
<p><strong>Guardie ai confini</strong>: Maurizio Plini,  Marco Plini, Mirco Scardelletti, Paolo Cacciacarne</p>
<div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardie colonne</strong>: Alessandro Menei, Antonio Moretti, Francesco di Cesare, Paolo Mastrodascio, Toni Mazzetta</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cavalcata- Centurione</strong> : Simone Pisciaroli</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>soldato a cavallo</strong> Alessandro Scardelletti</p>
<p><strong>soldato a cavallo</strong>: Alberto Di Carlo<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0869.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6627" title="San Giuseppe, Francesco - Ph. francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0869-300x200.jpg" alt="" width="211" height="145" /></a></p>
<p><strong>San Giuseppe</strong>: Francesco Pisciaroli</p>
<p><strong>Ostessa:</strong> Elia Di Cesare</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viandante:</strong> Lucio Marcone</p>
<p><strong>Gesù Bambino</strong>: Giulia Perugini</p>
<p><strong>Angeli dentro la grotta</strong>: Adele Di Cesare, Antonia Mastrodascio</p>
<div><strong>Angeli ai lati della grotta:</strong> Eleonora Mazzetta, Marta Di Cesare</div>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0843.jpg"><strong><img class="alignright size-medium wp-image-6621" title="Eleonora  -  Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0843-300x200.jpg" alt="" width="207" height="143" /></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Angeli sopra la grotta:</strong> Federica Scardelletti,  Valeria Di Cesare</p>
<p><strong>Angelo annunciazione pastori:</strong> Lina Moretti</p>
<p><strong>Pastore stazzo:</strong> : Angelo di Cesare, Paolo Mastrodascio</p>
<p><strong>Pastori:</strong> Aldo Mastrodascio,  Antonio Leonardi, Attilio Di Cesare, Benedetta Fotia, Diego Mastrodascio, <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0766.jpg"></a>Francesca Mazzetta, Franco Mastrodascio, Gabriele Fotia, Giuseppe Bianchini, Giuseppe Mastrodascio, Giuseppe Paolini, Giuseppe Scardelletti, Lorenzo Scardelletti, Luca Mazzetta, Luigi Falconi, Mirco Scardelletti, Paolo Cacciacarne, Vincenzo Macedone<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Luna-e-Dora-.jpg"><strong><img class="alignright size-medium wp-image-7164" title="Luna e Dora - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Luna-e-Dora--300x200.jpg" alt="" width="236" height="165" /></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="font-weight: bold;">Popolo di Betlemme: </span>Albina Misantoni, Costanza Mazzetta, Cristina De Matteis, Dora di Marco, Franca Mazzetta, Gianna Lisi, Irene Villani, Isabella Del Papa, Italia Piersanti, Lucia Cerase, Lucia Leonardi, Lucia Mazzetta, Lucia Sciarretta, Luisa Leonardi, Luna Pisciaroli, Martina Vallese, Rita Di Matteo, Sara Pisciaroli, Sesta Pisciaroli, Sofia Mastrodascio</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Erode:</strong> Andrea Mastrodascio</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Erodiade:</strong> Cinzia Vallese<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0848.jpg"><strong><img class="alignright size-medium wp-image-6623" title="Dopo la rappresentazione- Vincenzo, Lucia, Marta, Antonia, Mario, Manola, Giulia, Francesco, Adele, Eleonora - - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_0848-300x200.jpg" alt="" width="231" height="160" /></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Re Magi:</strong> Vincenzo Pisciaroli,  Mario Di Cesare, Roberto Di Cesare</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Impianto elettrico:</strong> Angelo Mastrodascio,  Angelo Patriarca, Antonio Moretti,  Berardino Leonardi, Giuseppe Bianchini,  Giuseppe Mastrodascio, Davide Pisciaroli<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Piero-muratore.jpg"><strong><img class="alignright size-medium wp-image-7150" title="Piero - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Piero-muratore-300x284.jpg" alt="" width="189" height="184" /></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Controllo Space Cannon da Poggio Umbricchio: </strong>Ercole De Giorgis</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Strutture Sceniche:</strong> Piero Di Cesare, Angelo Di Cesare, Luigi Misantoni,  Lucio Marcone,  Gabriele Leonardi,  Antonio Mastrodascio,  Domenico Moretti</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Costumi:</strong> Maria Misantoni, Ivana Leonardi</p>
<p><strong> </strong><strong>Trasporto materiale:</strong> Alessandro Mastrodascio,  Mario Di Cesare<strong> </strong></p>
<div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Organizzazione stand gastronomici:</strong> Lonia Leonardi e Daniela Mastrodascio</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stand gastronomici:</strong> Alberto Cuccagna, Alessandra Milan,  <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/Immagine1.png"><img class="alignright size-medium wp-image-7478" title="stand gastronomici - Ph. Gianluca Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/Immagine1-300x162.png" alt="" width="300" height="162" /></a>Alfonso Cuccagna, Antonella Di Marco,  Antonello Menghini, Antonio D&#8217;Agostino, Carlo Di Bonaventura, Claudio Servi, Daniela Mastrodascio, Fausto Mazzetta, Floriana Mannocchi, Franca Rossetti,  Francesca Di Cesare, Gabriella Verzilli, Giorgia Di Cesare, Giovanni Di Giorgio,  Lonia Leonardi, Marco Marcone. , Maria di Bonaventura,  Maria Di Gennaro, Marina Ramadan,  Regina Franciosi, Vincenzo Pisciaroli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Materiale pubblicitario:</strong> Adina Di Cesare,  Angelo Mastrodascio</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Foto utilizzate:</strong> Gianluca Pisciaroli, Giuseppe Bianchini, Francesco Fotia, Diego Feliciani</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/relax.jpg"><strong><img class="alignright size-medium wp-image-7151" title="relax: Giorgio, Pino, Tonino Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/relax-300x225.jpg" alt="" width="227" height="186" /></strong></a><strong> </strong><strong>Artista manifesto:</strong> Julio Padrino</p>
<p><strong>Speaker:</strong> Gabriele Marcone</p>
<p style="text-align: justify;">
<div>
<div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Voce narrante:</strong> Carlo Orsini</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Regia:</strong> Angelo Mastrodascio</p>
<p><strong>Organizzazione generale:</strong> Associazione Pro Loco Cerqueto<strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>A cura di Ivana Leonardi e  Maria Misantoni </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
</em><strong> </strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><em><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/relax.jpg"></a></em><strong> </strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Appello del Presidente della Pro-Loco</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 17:21:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’anno 2000 la Pro Loco di Cerqueto acquistò, con fondi propri e con il concorso di fondi comunitari (progetto Leader II), tessuti di vario tipo per un importo di oltre 5 milioni di vecchie lire, da utilizzare per il rinnovo dei costumi di scena del Presepe Vivente. La cucitura dei costumi fu effettuata nell’anno 2006 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/betlemme.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_07901.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_07901.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_07901.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6618" title="Elia Di Cesare  tra il popolo di Betlemme-  Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/MG_07901-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Nell’anno 2000 la Pro Loco di Cerqueto acquistò, con fondi propri e con il concorso di fondi comunitari (progetto Leader II), tessuti di vario tipo per un importo di oltre 5 milioni di vecchie lire, da utilizzare per il rinnovo dei costumi di scena del Presepe Vivente.<span id="more-6566"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La cucitura dei costumi fu effettuata nell’anno 2006 dalle volenterose  donne di Cerqueto e furono rinnovati i costumi di tutti i personaggi ad eccezione di guardie e centurioni romani; alcuni personaggi provvidero direttamente alla cucitura del proprio costume.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il popolo di Betlemme, oltre a rinnovare i costumi esistenti, ne furono realizzati circa quindici in più e di taglie diverse, per la vestizione di coloro che avessero deciso di partecipare alla rappresentazione  all’ultimo istante</p>
<p style="text-align: justify;">Questi costumi di riserva, per altro realizzati come per il popolo di Betlemme  anche per i  pastori, nel corso delle ultime edizioni del Presepe Vivente sono andati quasi tutti persi, almeno si sono perse le loro tracce<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/editto11.jpg1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6878" title="Il centurione, Simone - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/editto11.jpg1-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>;  inoltre, altri costumi assegnati a persone che non partecipano al Presepe da alcuni anni non sono più nelle disponibilità degli organizzatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto premesso, si coglie l’opportunità fornita dalla pubblicazione di<em> <strong>Cerqueto InForma</strong></em> per rivolgere un invito a tutti i cerquetani che posseggono un costume del popolo di Betlemme o dei pastori, a coloro che non partecipano da tempo alla rappresentazione e che pensano di non utilizzare il costume  in dotazione per le future edizioni del Presepe, affinché  gentilmente lo riconsegnino agli organizzatori della manifestazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/MG_0684.jpg"><img class="size-medium wp-image-7472 alignleft" title="Andrea e Cinzia - Ph. francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/MG_0684-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Tutti i costumi esistenti devono essere sempre disponibili per la manifestazione.</strong> Di seguito tre  nominativi a cui fare riferimento per chiarimenti e riconsegna:<strong> Misantoni Maria, Ivana Leonardi e il sottoscritto.</strong> Nell’ auspicio che questo appello venga recepito, si coglie l’occasione per augurare buon anno a tutti i cerquetani.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giuseppe Mastrodascio</em></p>
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		<title>Le sorgenti comuni della fede</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 17:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mustapha Baztami</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando due anni fa ho visto il presepe vivente di Cerqueto, pensavo si trattasse di una rappresentazione simile a quelle che siamo abituati a vedere in TV sotto le feste natalizie, cioè con le solite scene in cui viene riprodotto, con più o meno fantasia, l’ambiente dove nacque Gesù. Chiedendo poi della strada per arrivare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/scena-dellannunciazione.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/scena-dellannunciazione.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/scena-dellannunciazione.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/scena-dellannunciazione.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6880" title="L'Annunciazione Ph. Gianluca Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/scena-dellannunciazione-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Quando due anni fa ho visto il presepe vivente di Cerqueto, pensavo si trattasse di una rappresentazione simile a quelle che siamo abituati a vedere in TV sotto le feste natalizie, cioè con le solite scene in cui viene riprodotto, con più o meno fantasia, l’ambiente dove nacque Gesù. Chiedendo poi della strada per arrivare a Cerqueto, mi dissero che era dopo Montorio, ma nulla mi fu  riferito sul fatto che Cerqueto è un paesino in montagna e che lassù un nordafricano come me, abituato a ben altre temperature, doveva andare ben coperto.  Così sono partito impreparato per la sorpresa che mi aspettava.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6610"></span>In effetti,  sono stato accolto da un freddo così aggressivo che, nei primi cinque minuti dopo il mio arrivo, mi si sono quasi congelati piedi, mani, orecchie e naso, senza parlare poi della testa. Guardando attorno, ho notato che tutte le persone presenti erano super attrezzate per difendersi dal freddo. Ciononostante, ho insistito nel rimanere lì a guardare, muovendomi di continuo, occhi puntati verso la parete della montagne sede dello spettacolo.  La mia insistenza fu subito appagata appena ebbe inizio l’esibizione. Era veramente di una bellezza e originalità straordinarie, non ho visto il classico presepe ma bensì un vero e proprio capolavoro eseguito con gran maestria e diligenza. Gli organizzatori hanno saputo coniugare la dolcezza del racconto biblico con l’esibizione artistica abbellita ancor di più grazie all’apporto della tecnologia moderna. Da spettatore musulmano molti passaggi visti quella sera mi hanno ricordato eventi già studiati nell’Islam e quindi facilmente condivisibili. A un certo momento, mentre seguivo, ho avuto l’impressione che qualcuno mi stesse leggendo dei versetti del Corano; inizio della creazione dell’Universo, di Adamo ed Eva, dei loro primi figli, il patriarca Abramo, per poi arrivare alla nascita miracolosa del bambin Gesù.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo ora all’evento attorno al quale è incentrato, non solo il presepe vivente di Cerqueto, ma tutto il clima particolare del periodo natalizio:  la nascita di Gesù. Purtroppo l’opinione pubblica, non solo italiana ma quella occidentale in generale, viene bombardata da notizie e concetti criminalizzanti Islam e musulmani. Il tutto può far pensare che Cristianesimo ed Islam viaggiano su due binari antiparalleli e che è impossibile trovare dei punti d’incontro tra i due credi. Ad esempio non vengono mai accesi i riflettori sui 19 versetti del Corano che parlano di Gesù.  Sono invece 34 i passaggi dove viene menzionata Maria, la madre di Gesù. Ella è considerata per i musulmani un perfetto esempio di devozione, e di vera sottomissione alla volontà di Dio. Non solo, Maria è l’unica donna citata per nome nel Corano, e tra le 114 Sure (capitoli) che lo compongono, uno è addirittura intitolato “Maria”. Nel mondo islamico, uno dei nomi più usati per le donne è “Mariam” e che, in arabo si riferisce appunto a Maria. Questo, per noi musulmani, significa che mai nessuna donna raggiungerebbe livelli così alti di vicinanza a Dio, per cui è veramente degna di un profondo rispetto nonché di una viva stima. È il Corano che ci lo insegna quando dice: &lt; <strong><em>In verità, o Maria, Dio ti ha eletta; ti ha purificata ed eletta tra tutte le donne del mondo</em></strong><em>&gt;</em> (3-42) elezione che la vuole preparare per l’evento di cui parla sempre il Corano nei versetti successivi: &lt;<strong><em>Quando gli angeli dissero: &#8221; O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell&#8217;Altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti</em></strong>&gt; (3,45-46). Nell’episodio successivo Maria domanda e subito le arriva la risposta dall’angelo: &lt;<strong><em>Ella disse: “Come potrei  avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata?” Disse: “E&#8217; così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo &#8220;Sii&#8221; ed essa è”</em></strong>&gt;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/creazione-della-luce.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7487" title="creazione della luce - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/creazione-della-luce-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>La nascita miracolosa di Gesù è stata un gran segno per gli uomini e una misericordia da parte di Dio. Egli è il Messia atteso che, ancora infante nella culla, parlò chiaramente per difendere sua madre quando fu calunniata dalla sua gente, e per annunciare parte della sua missione. Dice il Corano nel capitolo dedicato a Maria: <strong>“<em>in verità  sono un servo di Dio. Mi ha dato la Scrittura [Vangelo] e ha fatto di me un profeta. Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l’orazione e la decima finché avrò vita, e la bontà verso colei che mi ha generato. Non mi ha fatto né violento né miserabile.” </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, come pare chiaro dai pochi versetti del sacro Corano citati fin qui, i musulmani non si sono inventati una nuova religione, ma professano una fede che ha radici profonde nella storia, e che ha uno stretto legame coi messaggi che il Buon Dio ha voluto far pervenire a tutti gli uomini per mezzo dei suoi profeti. Se per Islam si intende anche totale sottomissione alla Volontà di Dio, è quella sottomissione che ci viene raccomandata. Nel Corano leggiamo: &lt;<strong><em>Dite: &#8220;Crediamo in Dio e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle Tribù, e in quello che è stato dato a Mosé e a Gesù e in tutto quello che è stato dato ai Profeti da parte del loro Signore, non facciamo differenza alcuna tra di loro e a Lui siamo sottomessi&#8221;.</em></strong> (2, 136)</p>
<p style="text-align: right;"><em>Mustapha Baztami (Comunità Islamica Abruzzese)</em></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>L&#8217;incenso e la mirra,  due piante legate al Natale.</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 17:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Olivieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Le piante che per antica tradizione o per consuetudini più recenti sono collegate al periodo natalizio sono molteplici, tra le prime si possono ricordare soprattutto gli abeti ed i ginepri, tra le seconde figurano la Stella di Natale o Poinsettia (Euphorbia pulcherrima), proveniente dal Messico, la Rosa di Natale (Helleborus niger) dei boschi europei e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/magi-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6721" title=" I Magi offrono oro, incenso e mirra. Si può notare la foggia degli abiti tipicamente persiana. Mosaico della prima metà del VI secolo a S.Apollinare Nuovo - Ravenna." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/magi-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Le piante che per antica tradizione o per consuetudini più recenti sono collegate al periodo natalizio sono molteplici, tra le prime si possono ricordare soprattutto gli abeti ed i ginepri, tra le seconde figurano la Stella di Natale o Poinsettia (Euphorbia pulcherrima), proveniente dal Messico, la Rosa di Natale (Helleborus niger) dei boschi europei e il cactus di Natale (Schlumbergera truncata) delle foreste del Brasile. Queste ultime specie sono state adottate dalla tradizione natalizia per la loro vistosa fioritura, che si verifica in un periodo dell&#8217;anno particolarmente povero di fiori appariscenti utilizzabili per la decorazione delle abitazioni. <span id="more-6595"></span>Altre specie assolvono questa funzione in contesti geografici più lontani dal nostro, come l&#8217;albero di Natale australiano (Nuytsia floribunda), dalla vistosa fioritura gialla. Bisogna poi ricordare quelle piante considerate benaugurali, più legate all&#8217;inizio del nuovo anno, come il vischio (Viscum album), l&#8217;agrifoglio (Ilex aquifolium ed altre specie) ed il pungitopo (Ruscus aculeatus). Le rappresentazioni della Natività, come il Presepe Vivente di Cerqueto che abbiamo appena ammirato, riproponendo gli episodi della narrazione evangelica secondo una chiave più autentica e aderente alla realtà degli eventi descritti, ci presentano due e ben diversi rappresentanti del mondo vegetale: l&#8217;incenso e la mirra.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste, che sono realmente le piante più strettamente legate alla ricorrenza della Natività, spesso rimangono entità quasi sconosciute, avvolte nel mistero di un mondo antico ed esotico. E&#8217; il Vangelo di Matteo (2, 1-11) a riferire che alcuni Magi provenienti dall&#8217;oriente, dopo essersi prostrati ed aver adorato il Bambino Gesù, aprirono i loro scrigni ed offrirono un triplice dono: oro, incenso e mirra.  A questi tre doni i Padri della Chiesa hanno attribuito un preciso significato simbolico, l&#8217;oro rappresenta, infatti, la regalità di Gesù, l&#8217;incenso la sua divinità, la mirra l&#8217;umanità ed il sacerdozio. San Leone Magno (390 &#8211; 461 d.C.) in un suo sermone afferma in proposito che i Magi offrono l&#8217;incenso a Dio, la mirra all&#8217;uomo e l&#8217;oro al re, venerando consapevolmente l&#8217;unione della natura divina e di quella umana, perché Cristo, pur essendo nelle proprietà delle due nature non era diviso nella potenza.  Sulla provenienza geografica dei Magi (magoi in greco) (fig. n.1) nel tempo si è molto discusso, ma sin dal periodo dei Padri della Chiesa tra gli studiosi ha prevalso l&#8217;opinione che essi venissero dalla Persia, che si trova ad oriente della Palestina. Presso i Medi e i Persiani, a somiglianza di quanto accadeva in altri popoli di stirpe indoeuropea, esisteva in quel periodo una sorta di casta sacerdotale ereditaria, detta dei Magi, che conduceva un&#8217;esistenza particolarmente sobria, presiedeva il culto zoroastriano del fuoco, si occupava di astronomia ed astrologia ed era depositaria della dottrina teorica e rituale.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impiego dell&#8217;incenso e della mirra si era largamente diffuso nel mondo antico dall’epoca della civiltà egizia, pertanto questi doni, così come l&#8217;oro, in quel periodo rivestivano di sicuro un significato dal valore universale. Incenso e mirra non possono quindi certamente rappresentare un carattere identificativo dell&#8217;area culturale e geografica di provenienza dei Magi.  Nelle epoche successive le grandi divisioni politiche e culturali che interessarono il Vicino Oriente ruppero quel <em>continuum</em> che si era realizzato prima con l&#8217;ellenismo e poi con l&#8217;Impero Romano e gradualmente la circolazione delle idee e dei prodotti si ridusse, relegando ad ambiti sempre più ristretti l&#8217;impiego di beni che per la loro provenienza remota erano divenuti rari e costosi. In questo modo prodotti come l&#8217;incenso e la mirra uscirono del tutto dall&#8217;uso consuetudinario in Europa, per rimanere relegati essenzialmente in quei pochi ambiti, come quello della liturgia cristiana, nei quali era preservato in maniera più significativa il legame con il periodo della perduta unità culturale del mondo mediterraneo. Il termine incenso deriva dalla voce latina<em> incensum</em>, che rappresenta il participio passato del verbo <em>incendere</em> &#8220;bruciare&#8221;.  Nell&#8217;uso originario il participio <em>incensum</em> era riferito al sostantivo <em>tus</em> (<em>thus) &#8211; </em>genitivo<em> turis</em>, nome originario dell&#8217;incenso nella lingua latina.  Il termine <em>tus</em> (<em>thus</em>), che nel tempo ha finito per essere sottointeso, rappresenta a sua volta l&#8217;alterazione di uno dei nome greci dell&#8217;incenso, θύος (thuos), che deriva dal verbo θύειν (thuein) &#8220;offrire un sacrificio d&#8217;incenso, sacrificare&#8221;. Altri nomi greci per l&#8217;incenso erano θυμίαμα (thymiama), con la stessa origine e λίβανος (libanos). Correlati al tema del verbo greco θύειν sono i termini θύμος &#8220;spirito&#8221; (originariamente fumo), simile al latino <em>fumus</em>, θύμον &#8220;timo&#8221;, la pianta aromatica mediterranea che forse durante l&#8217;antichità era consuetudine bruciare durante i sacrifici, θυΐα &#8220;tuja&#8221; l&#8217;albero mediterraneo dal prezioso legno odoroso. Dal nome latino dell&#8217;incenso, <em>tus </em>(<em>thus</em>) &#8211; <em>turis, </em>trae origine la parola <em>turibolum</em> &#8221; turibolo o incensiere&#8221;, il vaso metallico utilizzato per bruciare l&#8217;incenso o altre essenze profumate durante le cerimonie religiose, mentre si definisce si definisce turiferario il ministrante che nella liturgia cattolica ha l&#8217;incarico di portare il turibolo. In origine il turibolo presso i romani era detto <em>acerra</em>, termine poi passato ad indicare la cassetta (<em>arca turalis</em>) nel quale si conservava l&#8217;incenso, detta oggi, per la sua forma, navicella.  Nel mondo greco antico l&#8217;incensiere era detto thymiaterion, da thymiama = incenso. L&#8217;uso dei thymiateria durante i riti religiosi, ma anche in occasioni conviviali, fu molto diffuso nell&#8217;antica Grecia, ma anche presso gli Etruschi e addirittura i villanoviani, essi assumevano varie forme ed erano realizzati in argilla o in bronzo. Thymiateria rappresenta ancora oggi il nome del turibolo nella liturgia della Chiesa ortodossa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella nostra realtà l&#8217;incenso più noto è quello che viene bruciato per uso liturgico, che è costituto principalmente da resine vegetali, tra le quali la più usata è l’olibano, il vero incenso, a cui possono essere aggiunte essenze aromatiche particolari, come la mirra, che è prodotta dalla <em>Commiphora myrrha</em>, il benzoino del Siam, ricavato dalla pianta <em>Styrax benzoides</em> o lo storace, prodotto da <em>Styrax officinalis</em>. Nella liturgia della Chiesa ortodossa vengono spesso utilizzati incensi aromatizzati, che variano a seconda delle festività, mentre è più raro l&#8217;impiego dell&#8217;olibano puro. Nel mondo antico l&#8217;incenso era costituito sostanzialmente da una miscela di resine vegetali e spezie che si bruciava per produrre fumi profumati, gli ingredienti di questa miscela erano però soggetti a notevoli variazioni a seconda delle aree geografiche e delle mode. In origine sia presso i Greci sia presso i Romani si bruciavano soprattutto legni odorosi provenienti da specie locali, come i ginepri, tra i quali in particolare il ginepro turifero (Juniperus thurifera) o la rara tuja occidentale (Tetraclinis articulata), oltre a piante aromatiche spontanee come timo e rosmarino. Gli antichi Egizi avevano impiegato a questo scopo anche il fieno greco (Trigonella foenum-graecum), una leguminosa usata in genere come specie foraggera. Abbastanza presto proprio nel mondo egizio si diffuse l&#8217;usanza di bruciare il vero incenso, detto &#8220;sntr&#8221;, durante le cerimonie religiose. L&#8217;affermarsi di questa consuetudine fu una conseguenza dei traffici con le popolazioni penisola arabica che erano le più vicine alle aree di produzione dell&#8217;incenso, della mirra e di altre resine fragranti che trovavano impiego anche in campo cosmetico. Per raggiungere direttamente queste regioni vennero organizzate alcune spedizioni militari attraverso il Mar Rosso alla volta della lontana terra di Punt, che corrisponde con molta probabilità ad un&#8217;area compresa tra l&#8217;Eritrea, Gibuti ed una porzione dell&#8217;attuale Somalia (Somaliland, Puntland e Migiurtinia), luoghi dove in tempi successivi furono posti il promontorio degli aromi (forse Capo Guardafui) e la terra dei Trogloditi. Questo territorio tropicale forniva prodotti rari e preziosi come incenso, mirra, gomma, oro, avorio, ebano, animali esotici, etc., che tramite l&#8217;Egitto potevano raggiungere anche gli altri paesi del Mediterraneo.   La prima spedizione verso Punt di cui si ha notizia venne organizzata dal faraone Sahurè della V dinastia (2487-2475 a. C.), ne seguirono diverse altre, tra le quali la più famosa fu quella voluta dalla regina Hatschepsut (1508 &#8211; 1458 a C.), figlia di Tuthmosi I, della XVIII dinastia, raffigurata nei dipinti del tempio funerario della stessa regina a Deir el-Bahari, presso Luxor. Queste raffigurazioni mostrano, tra l&#8217;altro, anche gli alberi che nella terra di Punt producono l&#8217;incenso e la mirra ed il trasporto di alcune di queste piante verso l&#8217;Egitto per sperimentarne la coltivazione. Effettivamente presso il complesso di Deir el Bahari sono stati ritrovati i resti quasi intatti delle radici degli alberi di incenso<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image004.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6724" title=" Pianta di Boswellia sacra" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image004-251x300.jpg" alt="" width="251" height="300" /></a> che ornavano la facciata, arrivati da Punt con le cinque navi della spedizione. Questi alberi appartenevano ad una delle specie che ancora oggi producono l&#8217;incenso propriamente detto, quello  che, come si è visto, viene definito anche olibano o franchincenso. Il primo di questi appellativi deriva, tramite il greco λίβανος, dall&#8217;espressione araba <em>al-luban</em> &#8220;il latte&#8221;, con riferimento al carattere lattiginoso della resina che scaturisce dalla pianta,  mentre il secondo, franchincenso, che proviene dall&#8217;antico francese, vuole specificare che questo è  l&#8217;incenso vero o franco. L&#8217;albero che fornisce questo tipo di incenso nella regione del Corno d&#8217;Africa (Somalia e parte dell&#8217;Etiopia), attualmente è classificato come <em>Boswellia sacra </em>(fig. n.2), che è <em> </em>la medesima specie utilizzata al di là del Mar Rosso, nello Yemen ed in Oman. Fino a poco tempo fa si riteneva invece che la principale  pianta produttrice di olibano diffusa in Somalia rappresentasse un  diverso taxon, denominato <em>Boswellia</em> <em>carterii </em>Birdw. Il genere <em>Boswellia</em> appartiene alla famiglia delle Burseracee che comprende circa 80 specie di alberi ed arbusti tropicali, spesso diffusi nelle boscaglie aride e nelle zone predesertiche. Tutte le parti di queste piante contengono resine che rivestono soprattutto una funzione difensiva nei confronti degli insetti e degli erbivori. Il contenuto in sostanze resinose risulta particolarmente elevato nelle cortecce, che in varie  specie di questo gruppo vegetale forniscono  resine balsamiche come la mirra (prodotto da <em>Commiphora</em>), l&#8217;incenso (da <em>Boswellia</em>), l&#8217;elemi (da <em>Bursera</em>), l&#8217;olio di linaloe (da <em>Bursera</em>), il copale bianco (da <em>Protium</em>), il copale nero (da <em>Bursera</em>), il copale oro (da <em>Icica</em>), il palosanto (da <em>Bursera</em>).  Le Burseracee sono affini alle Rutacee, famiglia di piante diffusa anche alle latitudini temperate, <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image001.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6722" title="Fiori di Boswellia sacra" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image001-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image001.jpg"></a>che include anch&#8217;essa molte specie aromatiche, come la ruta (genere <em>Ruta</em>) e gli agrumi (genere <em>Citrus</em>). Il genere <em>Boswellia</em> è stato dedicato a James Boswell (1740-1795), autore della famosa biografia del poeta e letterato inglese Samuel Johnson (1709-1784),  questo genere include 23 specie di alberi diffusi nell&#8217;area compresa tra l&#8217;Africa tropicale (soprattutto orientale), la penisola arabica meridionale, l&#8217;isola di Socotra,  il Madagascar e l&#8217;Asia tropicale. Tra essi principalmente otto specie sono utilizzate per la produzione dell&#8217;incenso: <em>Boswellia sacra </em>Flueck., <em>Boswellia frereana</em> Birdw. della Somalia settentrionale, <em>Boswellia papyrifera</em> Del. (Hochst.) dell&#8217;Etiopia e del Sudan, <em>Boswellia bhau-dajiana</em> Birdw. della Somalia, <em>Boswellia serrata</em> Triana &amp; Planch dell&#8217;India,<em> Boswellia rivae </em>Engl. dell&#8217;Etiopia, <em>Boswellia neglecta</em> S.Moore dell&#8217;Etiopia e<em> Boswellia socotrana </em>Balf. dell&#8217;isola di Socotra. La specie storicamente più utilizzata per la produzione dell&#8217;incenso è <em>Boswellia sacra </em>Flueck.,  un piccolo albero dotato in genere di più fusti che raggiunge un altezza compresa tra i due ed i nove metri ed è ben  adattato al clima arido tropicale. Possiede caratteristiche foglie composte, lunghe 15-25 cm, imparipennate, formate da 7-10 foglioline opposte, spesso ricoperte da peluria sulle due facce.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste foglie, decidue, vengono perse durante la stagione secca allo scopo ridurre la perdita di acqua per evapotraspirazione. I fusti ed i rami appaiono piuttosto spessi a causa della succulenza, che consente di conservare l&#8217;acqua nei tessuti interni, i fusti sono ricoperti da una scorza sottile, bruno-pallida, di consistenza papiracea, che si sfalda in larghi lembi con facilità. I fiori (fig. n.3) sono piccoli, profumati, riuniti in racemi semplici, hanno colore bianco-giallastro e sono dotati di cinque petali e dieci stami. I frutti sono capsule deiscenti, lunghe circa un centimetro, che possono contenere fino a tre semi. <em>Boswellia</em> <em>sacra, </em>come si è detto, è diffusa sia in Somalia dove è chiamata &#8220;moxor&#8221;, sia nella penisola Arabica, in Yemen ed in Oman, paesi situati lungo la cosiddetta &#8220;Via dell&#8217;incenso&#8221; che storicamente sono stati importanti aree di produzione dell&#8217;olibano. Oggi alcuni studiosi ritengono che <em>B. sacra</em> sia originaria della Somalia e sia stata successivamente introdotta nell&#8217;antica Arabia Felix (Arabia meridionale), forse ai tempi del Regno di Saba, noto fin dall&#8217;VIII secolo a C. e situato nell&#8217;attuale Yemen, che si estese anche su parte della Somalia e dell&#8217;Etiopia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo areale di diffusione l&#8217;habitat di <em>Boswellia sacra</em> é rappresentato in genere da rilievi litoranei,  più esposti alle correnti umide provenienti dal mare,  a quote che raggiungono i 1200 m s.l.m., spesso su substrato calcareo (fig. n. 4). In queste zone, dove la piovosità  annua può essere inferiore ai 500 mm ed il suolo può avere uno spessore inferiore ai 20 cm, le piante di <em>Boswellia </em>contribuiscono a prevenire i processi di desertificazione.   Le loro foglie, nonostante la presenza di sostanze aromatiche, rappresentano un alimento per gli erbivori selvatici e per il bestiame domestico, mentre i fiori attraggono api ed altri insetti. <em>Boswellia frereana</em>, detta &#8220;maido&#8221;, &#8220;maydi&#8221;, &#8220;yigaar&#8221; o &#8220;yegaar&#8221;  è la specie che fornisce l&#8217;incenso più prezioso, noto come olibano migiurtino, &#8220;elemi&#8221; africano o incenso copto, perché viene usato nelle cerimonie della Chiesa copta d&#8217;Egitto. Questo incenso viene inoltre acquistato dai pellegrini musulmani che si recano in Arabia Saudita, per tale motivo il mercato saudita ne utilizza l&#8217;80 % della già ridotta produzione. <em>B. frereana</em> vegeta naturalmente su pendici rocciose aride e scoscese in Migiurtinia ed in aree antistanti dell&#8217;Etiopia, per questo il suo sfruttamento per la produzione di incenso risulta particolarmente difficile.  <em>Boswellia </em></p>
<p><a style="text-align: justify;" href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image00911.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6729" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="Piante di  Boswellia sacra durante la stagione asciutta in Dhofar, Oman." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image00911-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>papyrifera</em> è un albero deciduo alto fino a 12 m, che vive in Etiopia, Eritrea, Sudan, Ciad, Uganda e Repubblica centrafricana, ma riveste una particolare importanza ecologica ed economica in Etiopia settentrionale, dove rappresenta un importante componente della copertura vegetale delle zone aride. Questa specie fornisce il cosiddetto incenso dorato o incenso del Sudan, dotato di proprietà paragonabili a quelle dell&#8217;olibano prodotto da <em>Boswellia sacra</em>. Negli ultimi tempi <em>B.</em> <em>papyrifera</em> appare comunque sempre più minacciata dal disboscamento, dagli incendi, dal sovrapascolo (overgrazing) e dall&#8217;eccessivo sfruttamento delle piante per la produzione della resina. <em>Boswellia</em> <em>serrata </em>delle regioni aride dell&#8217;India settentrionale e centrale, dove è chiamata &#8220;shallaki&#8221;, fornisce una resina, detta &#8220;salai guggul&#8221;, dalla quale si ottiene un incenso di qualità inferiore chiamato olibano indiano. La resina di questa pianta trova invece utilizzo nella medicina tradizionale indiana (ayurvedica) per le sue proprietà antinfiammatorie ed antibatteriche, che sono state oggetto di sperimentazione anche in epoca recente</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;incenso fornito dagli alberi appartenenti al genere <em>Boswellia</em> è un  oleogommoresina che scaturisce dai vasi resiniferi contenuti nella corteccia, l&#8217;incisione della scorza determina la fuoriuscita di un&#8217;emulsione biancastra che si essicca all&#8217;aria in gocce globulari e piriformi o in cannelli, di una tinta che va dal giallo chiaro al bruno scuro.  Dopo circa un mese l&#8217;oleoresina è sufficientemente indurita e può essere raccolta. Il tronco della <em>Boswellia</em> può essere inciso fino ad un massimo di 12 volte in un anno, ad intervalli di 15- 25 giorni; ogni pianta può produrre in un anno da uno a tre chilogrammi di resina. L&#8217;epoca di raccolta e la quantità di resina prodotta variano comunque a seconda dei luoghi. In genere l&#8217;estrazione avviene durante la stagione asciutta, in Somalia settentrionale  da maggio a settembre, in Etiopia  da settembre a giugno e nel Dhofar, in Oman meridionale, da aprile ad ottobre. La raccolta dell’incenso può essere un’attività molto importante per i contadini e i pastori che vi si dedicano, garantendo loro un reddito anche nel periodo della stagione secca, nella quale è quasi impossibile praticare l’agricoltura. In Etiopia la raccolta dell&#8217;incenso coinvolge migliaia di lavoratori stagionali tra i quali il 31% sono donne. Gli uomini tradizionalmente sono dediti all’incisione della pianta ed alla raccolta della resina, le donne, invece, si occupano della selezione e della classificazione. Nel Dhofar si distinguono quattro livelli di qualità di incenso, quello più pregiato proviene da zone asciutte situate in valli montane, quello di minor valore dalle pianure costiere e  dalle vallate esposte alle piogge monsoniche. In questa regione per la raccolta si adopera un comodo utensile spatolato chiamato &#8220;mengaf&#8221;. Lo sfruttamento eccessivo degli alberi per l&#8217;estrazione dell&#8217;incenso determina comunque un indebolimento delle piante, che si evidenzia anche con una riduzione del  tasso di germinazione dei semi che producono. Questo nel tempo causa il mancato rinnovamento delle popolazioni di <em>Boswellia</em> e la loro progressiva diminuzione, accentuata dalla maggiore suscettibilità agli attacchi degli insetti parassiti. In alcuni luoghi per evitare l&#8217;eccessivo sfruttamento degli alberi l&#8217;estrazione della resina viene effettuata solo per tre anni consecutivi, lasciando poi alle piante un periodo di riposo di alcuni anni. Lo storico greco Erodoto (484 &#8211; 425 a.C.) nelle Storie riferisce che l&#8217;estrema regione meridionale dell&#8217;Arabia rappresenta il principale paese al mondo produttore di incenso, mirra, cassia, cinnamomo e ladano, ma accenna anche alla presenza dell&#8217;incenso lungo la costa del Mar Rosso, nell&#8217;estrema parte meridionale dell&#8217;Egitto.   A proposito della raccolta dell&#8217;incenso in Arabia,  Erodoto  riferisce  che le piante che producono l&#8217;incenso sono sorvegliate da serpenti alati di piccole dimensioni e dai vivaci colori, che si radunano in gran numero intorno a ciascun albero e possono essere allontanati dagli alberi solo con il fumo dello storace, una sostanza esportata in Grecia dai Fenici. Questa notizia, in apparenza fantastica, potrebbe derivare da voci messe in circolazione per giustificare l&#8217;alto prezzo dell&#8217;incenso o, in alternativa, fare riferimento a qualche specie d&#8217;insetto o a piccoli serpenti velenosi arboricoli asiatici appartenenti al genere <em>Boiga,</em> forse introdotti dall&#8217;uomo o  scomparsi successivamente a causa della desertificazione. Gli antichi Romani utilizzavano essenzialmente l&#8217;incenso prodotto in Arabia, che veniva lavorato ad Alessandria d&#8217;Egitto. Secondo Plinio il Vecchio (23 -79 d. C.) la zona che produceva l&#8217;incenso nell’Arabia Felix si trovava nei pressi del paese degli Atramiti, una tribù di Sabei, che dovrebbe corrispondere all&#8217;odierno Hadhramut nello Yemen, in un&#8217;area montagnosa accessibile solo dal mare, identificabile con l&#8217;odierno Dhofar, in Oman. Da questa zona, attraverso il territorio dei Minei, l&#8217;incenso veniva trasportato sino alla città di Sabota (Shabwa), nella regione degli Atramiti, dove un decimo del raccolto era prelevato dai sacerdoti del tempio del Sole. In seguito l&#8217;incenso rimasto a dorso di dromedario veniva trasportato attraverso il paese dei Gebbaniti (Qatabaniti), sempre nell&#8217;attuale Yemen, fino alla loro capitale Tomna (Timna&#8217;). Da lì, attraverso la dorsale carovaniera che percorrevano l&#8217;Arabia occidentale, giungeva alla città di Gaza, sulle rive del Mediterraneo, dopo essere stato sottoposto ad una serie di tasse e di pedaggi che facevano lievitare il costo della qualità migliore di incenso a sei denari, (62 grammi di argento, del valore di circa 48 euro attuali) la libbra (326,68 grammi). Questo  era la &#8220;Via dell’incenso&#8221; in epoca romana. Sempre Plinio il Vecchio nella <em>Naturalis Historia</em> riferisce che a Roma erano del tutto ignote le caratteristiche dell&#8217;albero che produceva la preziosa resina, anche se i Romani avevano condotto una spedizione militare in Arabia nel tentativo di conquistare i luoghi di produzione dell&#8217;incenso e della mirra. Presso i Greci le caratteristiche dell&#8217;albero dell&#8217;incenso erano ugualmente sconosciute, sebbene all&#8217;epoca dei Tolomei se ne fosse tentata la coltivazione in Egitto, in Persia ed a Sardi in Lidia. Ancor Plinio afferma che in pratica tra i Minei non erano più di 3000 le famiglie che si tramandavano in forma ereditaria il privilegio di raccogliere l&#8217;incenso. Per questo motivo i membri di quelle famiglie erano considerati sacri e nel periodo dell&#8217;incisione e della raccolta evitavano il contatto con le donne e con i defunti, facendo così aumentare il valore religioso della loro merce. Le boscaglie d&#8217;incenso di quell&#8217;area sarebbero state proprietà comune di alcune famiglie che ne avrebbero usufruito a rotazione di anno in anno. Presso i Romani, così come presso gli altri popoli antichi, l&#8217;incenso venne adoperato soprattutto nel culto pubblico e privato e nei sacrifici, fu usato comunque anche come profumo ed impiegato per le fumigazioni degli ambienti  domestici. Nel culto romano l&#8217;incenso rappresentava la più importante tra le offerte incruente (<em>libamina</em>) e senza il suo uso i riti sacri non potevano considerarsi completi. Nel culto pubblico veniva bruciato sull&#8217;ara con il vino e le interiora delle vittime, mentre nel culto domestico quotidianamente se ne faceva offerta ai <em>lares familiares</em>. M. P. Catone (234 &#8211; 149 a C.),ad esempio, nel <em>De agri cultura </em>raccomandava di offrire incenso con vino come rito propiziatorio prima della mietitura.  Ancora  Plinio il Vecchio narra invece che l&#8217;imperatore Nerone durante i funerali della moglie Poppea  consumò un quantitativo d&#8217;incenso corrispondente alla produzione di un anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Presso i Greci come presso i Romani l&#8217;incenso era usato largamente durante i sacrifici, lo si bruciava negli incensieri e se ne riempivano le vittime negli olocausti per renderle più gradite alle divinità. Era utilizzato in particolare in alcuni culti misterici, ad esempio nei misteri orfici. L&#8217;incenso, proveniente da un paese desertico tropicale, era considerato una pianta solare, i cui fumi salivano verso il cielo sede del Sole e della divinità, sprigionando fragranze ultraterrene.   Secondo un mito greco riportato da Ovidio la pianta dell&#8217;incenso sarebbe nata dal corpo della fanciulla Leucotoe, amata dal Sole, e per questo sepolta viva dal padre. Alessandro Magno fu il primo sovrano del mondo greco in onore del quale, secondo l&#8217;uso orientale, venne bruciato incenso. In seguito, in età ellenistica, questa consuetudine si diffuse, pur rimanendo sostanzialmente limitata alle aree asiatiche di cultura greca. Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia e Plutarco (46 &#8211; 127 d. C.) nelle Vite Parallele narrano che Alessandro Magno, dopo la conquista di Gaza, che, come si è visto, era lo snodo finale sul Mediterraneo della &#8220;Via dell&#8217;incenso&#8221;,   inviò al suo precettore Leonida 500 talenti di incenso (2600 chili), memore dell&#8217;augurio di poter conquistare un giorno il paese dell&#8217;incenso per non usarlo più con parsimonia durante sacrifici, che questi gli aveva fatto durante la sua infanzia. Presso i Greci, come presso altri popoli antichi, l&#8217;incenso rientrava infatti tra i doni preziosi che venivano fatti ai personaggi importanti. Quest&#8217;uso si ritrova nella Bibbia, dove, nel libro delle Cronache, si riferisce che la regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne a Gerusalemme, arrivando con un corteo molto numeroso e con cammelli carichi di incenso, di oro e di pietre preziose. La regina di Saba proveniva, infatti, dall&#8217;attuale Yemen, luogo di produzione dell&#8217;incenso e di altri aromi. Nella Bibbia l&#8217;incenso fa parte del &#8220;ketoreth&#8221; o &#8220;timiati&#8221;, l&#8217;incenso consacrato, una miscela di aromi, detta anche &#8220;haketoreth&#8221;, che era offerta  sullo specifico altare dell&#8217;incenso allorché venne realizzato il tabernacolo nel primo e nel secondo tempio, a Gerusalemme. L&#8217;offerta del &#8220;ketoreth&#8221; era una delle principali componenti del culto nel tempio. Nel libro dell&#8217;Esodo (30: 34) sono espresse le indicazioni riguardanti la costruzione dell&#8217;altare mobile dell&#8217;incenso, che sarà posto davanti al velo che nasconde l&#8217;Arca della Testimonianza. L&#8217;altare deve essere di legno di acacia e ricoperto di oro, su di esso due volte al giorno sarà bruciato un incenso (ketoreth) composto da una miscela di storace, onice (forse ladano), galbano (resina di <em>Ferula galbanifula</em>) ed olibano puro, che in ebraico è indicato con la parola &#8220;lebonah&#8221;.  Nel Salmo 141 (140):2  è scritto: &#8221; Come incenso salga a te la mia preghiera / le mie mani alzate come sacrificio della sera&#8221;. Nel Vangelo di Luca (1,5-23) si racconta che mentre  il sacerdote Zaccaria officiava a Gerusalemme gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l&#8217;offerta dell&#8217;incenso ed alla destra dell&#8217;altare dell&#8217;incenso gli apparve l&#8217;arcangelo Gabriele che gli annunziò la nascita del figlio Giovanni.  Anche nell’Apocalisse (8:3-4) si parla di un angelo che regge un incensiere d&#8217;oro nel quale bruciano aromi che salgono davanti a Dio con le preghiere dei santi. Nel culto cristiano non si ha notizia dell&#8217;uso dell&#8217;incenso fino al IV secolo, successivamente venne utilizzato soprattutto nei riti esequiali, per entrare poi anche nella liturgia pubblica. Intorno al Mille l&#8217;uso dell&#8217;incenso nella liturgia cattolica appare fissato  ed identico all&#8217;utilizzo attuale. L&#8217;incensazione durante la liturgia non ha solo il significato di venerazione o adorazione, ma anche di purificazione, per questo vengono incensati anche il celebrante, il ministro ed i  fedeli. Attualmente l&#8217;olibano più utilizzato  per uso liturgico è quello detto greco, importato dalla Grecia, in particolare il più pregiato è quello proveniente dai monasteri dal Monte Athos. Fino a poco tempo fa la maggior parte dell&#8217;incenso che arrivava in Europa proveniva dalla costa settentrionale della Somalia da dove affluiva nei mercati di Aden, Gibuti e Mumbai. Oggi i siti di produzione appaiono più diversificati grazie alle produzioni dell&#8217;India, dell&#8217;Etiopia e di altri stati africani che vengono esportate anche direttamente in Europa. L&#8217;incenso si trova in commercio in grani o in lacrime (fig. n. 5), queste hanno aspetto globulare, piriforme o allungato (a stalattite), e sono formate dalla resina essiccata sui tronchi all&#8217;aria ed al sole. L&#8217;incenso di qualità più elevata solitamente è quello quasi incolore o tendente al verdognolo, quello più scadente assume un colore che va dal giallastro al bruno e può trattenere molti resti di scorza bruna. I grani più piccoli tendono ad essere meno opachi di quelli più grandi. Il sapore dell&#8217;incenso è amarognolo, sebbene nel mondo arabo spesso venga masticato, l&#8217;odore a freddo è solo leggermente aromatico. Solamente quando viene riscaldato emette i fumi dal caratteristico odore aromatico. Se viene a contatto con acqua fredda tende a riformare l&#8217;emulsione lattiginosa che scaturisce dalle incisioni delle cortecce, ma è solo parzialmente solubile in acqua, così come in etanolo o in etere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo studio sulla composizione chimica dell&#8217;olibano venne effettuato nel 1788 da J.E. Baer dell&#8217;università di Erlangen, nel 1838 si scopri la presenza nell&#8217;incenso dell&#8217;acido α-boswellico, un acido triterpenico e successivamente anche l&#8217;acido 3-acetil-β-boswellico. L&#8217;incenso è costituito per il 56 % da una resina acida e per il 30 % circa da una gomma simile alla gomma arabica. La resina contiene vari terpeni e terpenoidi spesso aromatici, la cui abbondanza varia a seconda della specie di <em>Boswellia</em> ed anche delle aree di provenienza delle singole specie.  Tra i terpeni si possono ricordare l&#8217;α-pinene, il β-pinene, il limonene, l&#8217;α-fellandrene, il camfene, l&#8217;α-terpinene, il mircene.  Vi sono inoltre vari costituenti sesquiterpenici, tra cui il β-elemene, l&#8217;α-copaene ed il β-cadinene.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne i terpenoidi si hanno l&#8217;incensolo ed il linalolo che sono alcool terpenici e soprattutto  gli acidi boswellici (acidi pentaciclici triterpenici), come l&#8217; acido α-boswellico, l&#8217; acido acetil β-boswellico, l&#8217;acido cheto-β-boswellico e l&#8217; acido acetil-11-cheto β-boswellico.<br />
Molti di questi composti sono responsabili dell&#8217;aroma dell&#8217;incenso, che a causa della loro differente percentuale è soggetto a variazioni in relazione alle diverse provenienze ed alle condizioni ambientali che in esse si registrano. Nelle zone aride gli elevati quantitativi di terpeni e terpenoidi rendono meno appetibile la pianta nei confronti degli insetti fitofagi, mentre l&#8217;abbondante resina aromatica, insieme alla corteccia costantemente rinnovata, protegge i fusti, nei quali la <em>Boswellia</em> immagazzina l&#8217;acqua, così come fanno altri singolari vegetali pachicauli di quell&#8217;area geografica, tra i quali gli alberi bottiglia (Adansonia spp.) ed il sangue di drago (Dracaena cinnabari).  Anche per l&#8217;olfatto umano l&#8217;odore a freddo dell&#8217; incenso può risultare poco gradevole. La presenza di questi particolari componenti chimici spiega l&#8217;impiego che tradizionalmente i vari tipi d&#8217;incenso hanno avuto in campo farmaceutico  nella penisola arabica, in Africa orientale e soprattutto in India, dove sono stati utilizzati a scopo terapeutico nei confronti di varie patologie umane e degli animali domestici. Anche in occidente fin dall&#8217;antichità l&#8217;incenso è entrato nella composizione di preparati farmaceutici, tra i quali per i tempi più recenti è possibile ricordare il balsamo Fioravanti.</p>
<p style="text-align: justify;">I principali composti attivi in campo farmacologico presenti nell&#8217;incenso sono gli acidi boswellici, in particolare gli  acidi β-boswellici, rappresentati soprattutto nella resina di <em>Boswellia serrata</em>.  Questi terpenoidi sono dotati di  proprietà antinfiammatorie, antireumatiche ed antidolorifiche che derivano dall&#8217;azione inibente  nei confronti  di alcuni enzimi come la 5-lipossigenasi,   questa si traduce nel blocco della sintesi di  alcuni leucotrieni, composti che rivestono il ruolo di mediatori chimici propri dei processi infiammatori sia acuti sia cronici. Questa azione  determina una diminuzione della risposta infiammatoria tipica delle reazioni immunologiche ed allergiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image0103.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6735" title="Grani di incenso." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/image0103-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;estratto di <em>B. serrata</em> può essere quindi considerato un rimedio naturale per il trattamento di stati infiammatori cronici, come l&#8217;artrite reumatoide, l&#8217;osteoartrite, alcuni tipi di colite, l&#8217;asma bronchiale, etc. A differenza di altri farmaci usati in questi casi gli acidi boswellici sono privi di effetti collaterali gastrolesivi. Recenti indagini hanno messo in luce  che l’aroma dell’incenso aiuta il rilassamento e scongiura lo stato depressivo. In particolare la molecola dell&#8217;incensolo acetato, estratta dalla resina della <em>Boswellia</em>, agirebbe sui circuiti nervosi del cervello tenendo sotto controllo l’ansia. Per questo in aromaterapia  vengono attribuite all&#8217;incenso proprietà rilassanti che riguardano la mente ed  il corpo, oltre a quelle  antisettiche, astringenti e antinfiammatorie</p>
<p style="text-align: justify;">La mirra come l&#8217;incenso è un&#8217;oleogommoresina prodotta dall&#8217;arbusto <em>Commiphora myrrha </em>(Nees) Engl. (fig. n. 6) che è diffuso in Africa orientale (Somalia, Etiopia, Sudan, Kenia) e nella vicina penisola arabica. Il genere <em>Commiphora</em>, la cui denominazione deriva dal termine greco κόμμι (gomma) e significa produttrice di gomma, appartiene, come il genere <em>Boswellia,</em> alla famiglia della Burseracee e comprende 185 specie di alberi ed arbusti diffusi in Africa, Medio Oriente, penisola arabica, Madagascar e subcontinente indiano. A questo genere,  oltre a <em>Commiphora myrrha,</em> appartengono <em>Commiphora habessinica, </em>dell&#8217;Africa orientale e dell&#8217;Arabia, e <em>Commiphora schimperi, </em>dell&#8217; Africa meridionale,, ugualmente produttrici di mirra. <em>Commiphora gileadensis</em> produce il balsamo di Gilead, <em>C. wightii</em> detta &#8220;gugul&#8221;o &#8220;guggal&#8221;, diffusa in Africa,  Medio Oriente ed India, fornisce la resina detta mirra&#8221;mukul&#8221; o anticamente bdellio, usata in India dalla medicina ajurvedica, <em>C. kataf</em> dell&#8217;Africa orientale e dello Yemen, produce la mirra detta &#8220;bisabol&#8221;, <em>C. guidotti</em> della Somalia trasuda la mirra dolce detta &#8220;opoponax&#8221; o &#8220;habak hadi&#8221;, <em>C.stocksiana</em> del Pakistan produce il &#8220;baysal guggal&#8221;, <em>C. wildi</em> della Namibia dà la resina profumata detta &#8220;omunbiri&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La principale specie produttrice di mirra, <em>Commiphora myrrha</em> (Nees) Engl.,  è un arbusto o un piccolo albero alto fino a 5 m, dotato di tronco ingrossato, dal quale si dipartono rami spinosi e nodosi, dalla disposizione irregolare. La pianta in tutti i suoi aspetti appare fortemente adattata agli ambienti aridi. Il fusto è poco compatto, poiché la pianta, pachicaule, in esso accumula acqua. La corteccia è liscia, bruno-verdastra, poiché svolge la fotosintesi clorofilliana, lo strato superficiale, cartaceo tende a sfaldarsi in frammenti che prima hanno colore bruno chiaro e poi grigio o biancastro. Nel complesso, come afferma Plinio il Vecchio, questa particolare corteccia può ricordare quella del corbezzolo greco o andracne.  Il fusto, anche in assenza di incisioni, produce un essudato profumato resinoso Le foglie, caduche, sono semplici, talvolta riunite in gruppi di tre, nel qual caso la foglia centrale è molto più grande delle altre due. Esse hanno consistenza cartacea e colore glauco. La specie, come le altre <em>Commiphora</em>, è dioica ed i fiori, riuniti in piccoli gruppi, sono di modeste dimensioni (3-4 mm) e poco appariscenti. Il frutto è lungo circa 7 mm, ovale, con estremità appuntita. <em>Commiphora myrrha</em> è una specie molto variabile morfologicamente, il cui aspetto varia a seconda delle caratteristiche dell&#8217;habitat che la ospita. Vive in zone rocciose, soprattutto calcaree, a quote comprese tra i 250 ed 1300 m, in aree caratterizzate da livelli di precipitazioni che vanno dai 230 ai 300 mm annui. La pianta si presta alla coltivazione, anche come specie succulenta ornamentale, tuttavia non tollera gli eccessi di umidità ed i geli. La resina aromatica  prodotta da questa pianta e da altre specie congeneri riveste una funzione protettiva nei confronti degli insetti e dei vertebrati erbivori. In Somalia ed in Etiopia la mirra viene estratta da più specie di <em>Commiphora, </em>ma solitamente quella prodotta in Arabia meridionale viene ritenuta di qualità migliore. La vera mirra in commercio è detta anche &#8220;heerabol&#8221;o &#8220;karam&#8221; mentre quella detta &#8220;bisabol&#8221; o &#8220;bissa bol&#8221; ha qualità inferiore ed usi differenti. La mirra grezza consiste in granuli o lacrime di forma e dimensioni irregolari rivestiti da una polvere giallastra aromatica. Il colore dei granuli può variare dal giallo scuro al bruno-rossastro, possiede un aroma balsamico intenso ed un sapore marcato, aromatico ed amaro. La mirra è solo parzialmente solubile nell&#8217;acqua,  se sottoposta ad estrazione con alcool lascia un resinoide semisolido molto aromatico che rappresenta un importante fissatore per i profumi, in quanto riduce il tasso di evaporazione dei componenti più volatili di una miscela di essenze profumate. La composizione della mirra vede una prevalenza di gomme, che rappresentano il 30 &#8211; 40 % del peso totale, tra le altre frazioni assumono rilievo gli oli essenziali (10 %) e le resine (fino al 6 %). Fra i componenti chimici degli oli essenziali vi sono terpeni come limonene e d-pinene, terpenoidi come elemolo, eugenolo ed m-cresolo, sesquiterpeni come herabolene,  cadinene, lindestrene, curzerene, germacrene B. La resina contiene soprattutto acido α, β, e γ metilglucuronico. Il contenuto in sesquiterpeni e terpenoidi conferisce  alla mirra le proprietà antisettiche, antimicrobiche, vermifughe ed insetticide note fin dall&#8217;antichità.  La sostanza è dotata inoltre di proprietà astringenti, antinfiammatorie, cicatrizzanti, analgesiche ed antalgiche. Stimola inoltre l&#8217;attività gastrica ed in passato è entrata nella composizioni di vari amari eupeptici, oltre che di preparati farmacologici tradizionali come il balsamo Fioravanti e la tintura di mirra.   La mirra, come l&#8217;incenso fu molto utilizzata dagli antichi Egizi  che organizzavano, come si è visto, spedizioni vero la terra di Punt per procurarsela direttamente. Essa era chiamata &#8220;bal&#8221; e rappresentava uno dei componenti principali del &#8220;kyphi&#8221; una miscela di aromi usata in vari contesti cerimoniali. Secondo Plutarco i sacerdoti egizi bruciavano incenso la mattina, mirra a mezzogiorno e  kyphi al crepuscolo. La mirra era infatti bruciata come l&#8217;incenso, ma in occasioni differenti. Nell&#8217;antico Egitto la mirra per le sue proprietà antisettiche rappresentava uno dei principali prodotti utilizzati  per le imbalsamazioni.  La mirra  veniva impiegata anche a scopo medicinale, come antidoto contro il morso dei serpenti e le punture degli scorpioni, nonché come insetticida per allontanare le pulci. Il nome egizio della mirra &#8220;bal&#8221;, da cui forse deriva il greco &#8220;balsamon&#8221;, ricorda quello sanscrito ed hindi &#8220;bol&#8221;, che si ritrova in nomi moderni come &#8220;bisabol&#8221;. La parola mirra, probabilmente, deriva invece dalla voce semita &#8220;mur&#8221; o &#8220;murr&#8221;, con il significato di amaro. La diffusione di questa voce si deve ai traffici dei popoli della penisola arabica, Sabei in particolare,  che per lungo tempo si assicurarono il controllo delle aree di produzione situate sia nello Yemen</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6751" title=" Pianta di Commiphora myrrha" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/clip_image002-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">sia nelle regioni costiere dell&#8217;Africa orientale. La rotta attraverso cui la mirra giungeva sulle rive del Mediterraneo  era la stessa seguita dall&#8217;incenso e rappresentò per secoli una cospicua fonte di reddito per Minei, Sabei e Nabatei.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando le invasioni barbariche e l&#8217;affermarsi del Cristianesimoridussero sensibilmente la richiesta di mirra e di incenso nell&#8217;area mediterranea questi popoli subirono pesanti conseguenze economiche e molti importanti centri  urbani situati lungo la direttrice dell&#8217;incenso, come Petra nell&#8217;attuale Giordania, decaddero rapidamente e furono inghiottiti dai deserti. Presso i Greci  la mirra era detta μύρρα, ma esisteva anche il termine simile μύρον (myron) con il significato di  mirra, olio odoroso, unguento. Un sostantivi affine era μυῤῥίνη (mirrine), che indicava il mirto, un arbusto odoroso mediterraneo, detto anche μίρτος. Forse i Greci conobbero la mirra già nel secondo millennio avanti Cristo, se è valida l&#8217;interpretazione che l&#8217; ideogramma <em>MU</em> della scrittura lineare B trovato a Cnosso in alcune che illustrano la preparazione di un unguento, indichi proprio la mirra. Nel mondo greco la mirra venne usata insieme ad altri aromi per scopi rituali, ma trovò anche un largo impiego come unguento e come profumo. Sotto questa forma in particolare era utilizzata dagli sposi in occasione  delle cerimonie nuziali. Per le sue qualità astringenti, antisettiche ed analgesiche la mirra trovava impiego anche in campo farmacologico,   Ippocrate di Coo (460-377 a. C) raccomandava infatti di usarla come balsamo per le ferite. Secondo un mito greco Mirra era una principessa della Siria, madre di Adone, che fu trasformata nell&#8217;omonima pianta. Anche presso i Romani la mirra fu soprattutto un ingrediente di profumi e di balsami, ma era impiegata anche in campo fitoterapico. Secondo Plinio il Vecchio le piante che producevano mirra avevano un areale di diffusione più esteso di quello dell&#8217;incenso ed erano anche oggetto di coltivazione. Ne esistevano diverse qualità  che avevano aroma, colore e prezzo diversi. La mirra di qualità di migliore era quella più chiara e  molto aromatica, quella di minor valore aveva colore scuro. La più apprezzata era quella prodotta dai tronchi spontaneamente, senza incisioni, detta stactè, che raggiungeva anche il prezzo di 50 denari per libbra. Dal punto di vista delle provenienze  quella di maggior pregio era prodotta dagli arbusti selvatici nel paese dei Trogloditi, che dovrebbe corrispondere all&#8217;attuale Somalia, ma anche quella estratta dalle piante coltivate era apprezzata e raggiungeva il prezzo di 11 denari per libbra.  La mirra di qualità inferiore era quella proveniente dall&#8217;India. Sempre secondo Plinio per ottenere la mirra gli alberi di <em>Commiphora </em> erano incisi due volte durante l&#8217;anno, negli stessi periodi nei quali lo si faceva per gli alberi di incenso, ma le incisioni riguardavano solo la porzione basale dei tronchi. Nella Bibbia la mirra (in ebraico &#8220;lot&#8221;) è citata più volte, nell&#8217;Esodo (30, 22 -25) essa è indicata come uno dei componenti dell&#8217;olio dell&#8217;unzione che è costituito da:&#8221;mirra vergine per il peso di cinquecento sicli, cinnamomo odorifero duecentocinquanta sicli, canna odorifera duecentocinquanta, cassia cinquecento sicli e un hin di olio di oliva&#8221;. Nel Cantico dei cantici (5:1) viene così ricordata per il suo aroma:<strong> </strong>&#8220;Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo&#8221;. L&#8217;uso di unguenti profumati contenenti mirra fu molto diffuso tra gli Ebrei, come testimoniano vari reperti archeologici, ma essa era utilizzata anche imbalsamare i defunti come testimonia il Vangelo di Giovanni (19,39-40) riferendosi a Giuseppe d&#8217;Arimatea ed a Nicodemo : &#8220;portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei&#8221;. Presso gli Ebrei era in uso anche il vino mirrato, che a causa del suo potere inebriante ed analgesico  veniva somministrato per motivi umanitari ai condannati ai supplizi ed alla pena capitale, infatti si legge nei Proverbi (31,6):&#8221;dare bevande inebrianti a chi sta per perire&#8221;. Del vino mirrato venne offerto anche a Gesù prima della crocifissione dai soldati (Marco 15,23):&#8221; e gli offrirono del vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel complesso gli impieghi della mirra nelle varie tradizioni appaiono molto più legati all&#8217;orizzonte profano rispetto a quelli dell&#8217;incenso. L&#8217;uso di questo balsamo poteva accompagnare l’esistenza dell&#8217;uomo in tutta la varietà dei suoi aspetti, dai momenti più lieti a quelli più duri, da quelli iniziali a quelli conclusivi.  Per questo i padri della Chiesa hanno visto nel dono della mirra fatto dai Magi il simbolo dell&#8217; umanità e della natura mortale dell&#8217;uomo, ma anche della capacità di lenire i mali dovuti ai limiti della natura umana.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Nicola Olivieri</em></p>
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		<title>Cerqueto: un paese riscoperto</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 17:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei giorni di venerdì 13, sabato 14 e domenica 15 gennaio, nell’ambito del Programma di escursioni “Parco d’Inverno” si è svolta la “10° edizione della Festa dell’Alpino sulla Neve” organizzata dal Cai Abruzzo (Centro di Educazione Ambientale “gli aquilotti” e Sezioni Cai di Teramo e Castelli) e dall’Associazione Nazionale Alpini (Gruppo Alpini di Teramo). Nell’organizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/IMG_2701.jpg"><img class="size-medium wp-image-7490 alignleft" title="Una bella foto di Cerqueto  visto da Poggio Umbricchio fatta da Ercole De Giorgis la sera del 26 dicembre 2011" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/IMG_2701-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Nei giorni di venerdì 13, sabato 14 e domenica 15 gennaio, nell’ambito del Programma di escursioni “Parco d’Inverno” si è svolta la “10° edizione della Festa dell’Alpino sulla Neve” organizzata dal Cai Abruzzo (Centro di Educazione Ambientale “gli aquilotti” e Sezioni Cai di Teramo e Castelli) e dall’Associazione Nazionale Alpini (Gruppo Alpini di Teramo).<span id="more-7416"></span> Nell’organizzazione del decennale, come  rappresentante del CAI e d’intesa con Tonino Di Carlo (ANA), ho pensato di ampliare l’area di interesse e per questo coinvolgere anche il paese di Cerqueto, con un’escursione che dal  paese ha raggiunto Pietracamela. Così la mattina del 13 novembre i numerosi partecipanti all’escursione, ritrovatisi nella “piazza del presepe”, sono stati cordialmente accolti dalla Pro Loco e accompagnati lungo i sentieri della rappresentazione per poi salire verso “il Cancello” e attraversare tutto il crinale dei “Cucurimpizzi” che sovrasta Cerqueto, dal quale si ammira una bella visione del paese. Ridiscesi poi verso la chiesa di Santa Reparata, il ritorno a Cerqueto attraverso il Rione Castello per poi visitare la Chiesa di S. Egidio Abate. Infine, all’interno del circolo, ci sono stati illustrati caratteristiche e storia del piccolo borgo. Da Cerqueto, è iniziata l’escursione a Pietracamela, dove, risalendo un panoramico e interessante sentiero, con l’ultimo tratto su neve, gli escursionisti sono giunti dopo circa tre quarti d’ora di cammino.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Programma “Parco d’Inverno” è voluto dal Cai Abruzzo nelle Aree Protette per promuovere l’avvicinamento e la scoperta di paesi e montagne, anche nei mesi invernali. In questo caso sono stati interessati paesi e località del territorio di Cerqueto di Fano Adriano e di Pietracamela (TE). Ci siamo mossi da paese a paese, verso le pendici montuose del Gran Sasso d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Cerqueto è un piccolo borgo, un grappolo di case abbarbicate sulle pendici della montagna, a circa 750 m. Una realtà, incorniciata da boschi e punteggiata di rocce, affacciata sulla Valle del Vomano, con luminosi panorami sui vicini Monti della Laga e poderose suggestioni verso il dominante nucleo centrale del Corno Grande e del Corno Piccolo. Merita di essere visitato e merita servizi adeguati che riescano a premiare l’impegno profuso dalla Pro Loco che con tenacia porta avanti iniziative diverse. A Cerqueto c’è la possibilità di allestire un Museo Etnografico delle tradizioni popolari, frutto di una fase di ricerca e raccolta durata anni, importante strumento di documentazione su cultura e attività delle piccole comunità della montagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Club Alpino Italiano e Associazione Nazionale Alpini, sotto l’egida “insieme per la montagna” affermano la necessità di una chiara “immagine” della montagna e di un mirato impegno, condiviso con il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, per la tutela e il riconoscimento sociale ed economico del territorio e delle sue risorse. La montagna necessità di idee semplici ed efficaci, di valori ritrovati e unitari, di progetti intercomunali aggreganti. Le tre giornate di attività in montagna tra escursioni in ambiente innevato (con le ciaspole), il Convegno su “tutela, sicurezza e promozione”, incontri, mostre, proposte didattiche e di sensibilizzazione ambientale hanno coinvolto circa 200 partecipanti. Per tutti tranquillità, giornate luminose e sorrisi, apprezzando il sapore dell’emozione, dell’identità e dello spirito di appartenenza.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Filippo Di Donato</em></p>
<table style="text-align: justify;" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: right;"><strong>- responsabile Cea “gli aquilotti”</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>- accompagnatore nazionale di escursionismo</strong></p>
<p><strong>- rappresentante Cai nella FederParchi</strong></p>
<p><strong><a href="mailto:f.didonato@caiabruzzo.it">f.didonato@caiabruzzo.it</a> &#8211; 3397459870</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><a href="http://www.caiabruzzo.it/">www.caiabruzzo.it</a> – <a href="http://www.caicastelli.it/">www.caicastelli.it</a></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>&#8220;Radici&#8221;, una mostra fotografica</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:17:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Fotia</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione della  45° edizione del Presepe Vivente a  Cerqueto, il 26 dicembre,  ho presentato una piccola mostra fotografica. Un  desiderio che ho potuto concretizzare grazie alla disponibilità della Pro Loco .  Per l&#8217;allestimento dei pannelli espositivi devo ringraziare in modo particolare  Porfirio Cacciacarne, che mi ha  consigliato nella scelta rivelatasi perfettamente  adeguata all&#8217;ambiente e Vincenzo Pisciaroli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Francesco-le-foto.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Francesco-le-foto.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6704" title="Francesco durante la mostra - Ph. Adina Di Cesare" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Francesco-le-foto-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In occasione della  45° edizione del Presepe Vivente a  Cerqueto, il 26 dicembre,  ho presentato una piccola mostra fotografica. Un  desiderio che ho potuto concretizzare grazie alla disponibilità della Pro Loco .  Per l&#8217;allestimento dei pannelli espositivi devo ringraziare in modo particolare  Porfirio Cacciacarne, che mi ha  consigliato nella scelta rivelatasi perfettamente  adeguata all&#8217;ambiente e Vincenzo Pisciaroli per l&#8217;aiuto pratico nell&#8217;allestimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6597"></span></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6789" style="border-style: initial; border-color: initial; color: #0000ee; text-decoration: underline;" title="Le foto in mostra" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/PC260116-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La mostra ha riguardato  foto scattate a Cerqueto, volti di donne anziane di Cerqueto e  altre persone del posto:  un omaggio al paese , alla sua ricchezza  e alla sua cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Intitolare la  mostra “RADICI”  è stato un fatto naturale perché in quei volti di anziani e in quei  gesti sapienti  mi pare di ritrovare la certezza di quello che si è sempre stati , di quello che è importante essere.  Queste persone legate al lavoro, alla  propria  terra sono portatrici di valori sacrosanti che devono essere trasmessi a noi giovani che siamo il seme per il futuro e quindi le &#8220;radici&#8221; di domani.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;"><em>Francesco Fotia</em></p>
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		<title>Ampliamento del progetto” Vestiti d’oro,d’argento e di stelle.”</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:16:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Brazzoduro</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giorno 28 dicembre alle ore 17.00, a Fano Adriano, si è svolto un incontro nella sala polifunzionale, perfettamente attrezzata, per illustrare i risultati del lavoro svolto nell’ ambito del progetto ”Vestiti d’oro, d’argento e di stelle. Narrativa, musica, lingua e azione sociale in due comunità dell’Alta Valle del Vomano ” sulla trasmissione della memoria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-align: justify;"><span id="more-6593"></span>Il giorno 28 dicembre alle ore 17.00, a Fano Adriano, si è svolto un incontro nella sala polifunzionale, perfettamente attrezzata, per illustrare i risultati del lavoro svolto nell’ ambito del progetto ”</span><strong>Vestiti d’oro, d’argento e di stelle. Narrativa, musica, lingua e azione sociale in due comunità dell’Alta Valle del Vomano </strong><span style="text-align: justify;">” sulla trasmissione della memoria degli anziani. Dopo brevi interventi del sindaco, Adolfo Moriconi , del Presidente del  Parco Nazionale  del Gran Sasso e Monti della Laga, Marcello Maranella e del dott. Gianfranco Spitilli, ha preso la parola il dott. Giovanni Agresti che ha sottolineato l’importanza culturale del lavoro svolto ed ha auspicato un ampliamento del progetto e la presentazione del nuovo lavoro:<strong> Toponomastica narrativa, racconti autobiografici e ancoraggi geografici in due villaggi dell’Alta Valle del Vomano ( Fano Adriano e Cerqueto, n.d.r.)</strong>. </span><span style="text-align: justify;">La proposta è stata accolta con interesse dall’Università di Renness in Francia ove si svolgerà un convegno internazionale.</span></p>
<p>Durante l’incontro sono stati mostrati dei brevi filmati per mettere in risalto i risultati ottenuti e le metodiche di lavoro utilizzate sia negli incontri di Fano sia in quelli di Cerqueto al fine di far emergere particolari interessanti relativi ai luoghi e alla vita di un tempo.</p>
<p>Tra le nuove prospettive: ricostruire e tramandare la memoria,  arricchire di affetto il territorio, creare laboratori intergenerazionali, fare escursioni guidate sui luoghi-simbolo, creare e pubblicare  racconti–testimonianze.</p>
<p>E’ seguita una presentazione  di fotografie  di Gianluca Pisciaroli riguardanti varie persone intervistate.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giorgio Brazzoduro </em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Le carrozze senza cavalli</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-carrozze-senza-cavalli/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[“Verrà un&#8217;epoca in cui le carrozze cammineranno senza cavalli e gli uomini voleranno nell’aria come uccelli. Saranno costruite sbarre di ferro e mostri di ferro latreranno attraverso le radure. E tutte le terre saranno  ricoperte di fili. Il mondo diventerà irriconoscibile. L’apparenza della gente cambierà e sarà impossibile distinguere gli uomini dalle donne per via della loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">
<div style="text-align: justify;">
<p><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/cavalli..jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/cavalli..jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/cavalli..jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6900" title="&quot;Boscaiolo&quot;, olio su carbone" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/cavalli.-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a></p>
<p><strong><em>“Verrà un&#8217;epoca in cui le carrozze cammineranno senza cavalli e gli uomini voleranno nell’aria come uccelli. Saranno costruite sbarre di ferro e mostri di ferro latreranno attraverso le radure. E tutte le terre saranno  ricoperte di fili. Il mondo diventerà irriconoscibile.<span id="more-6498"></span><br />
</em></strong></p>
<p><strong><em>L’apparenza della gente cambierà e sarà impossibile distinguere gli uomini dalle donne per via della loro mancanza di pudore nel vestire.</em></strong><span style="font-style: italic; font-weight: bold;">La fede religiosa scomparirà quasi del tutto; i religiosi non meriteranno più alcun rispetto per via della loro condotta. I comandamenti di Dio non saranno più rispettati, né dagli aristocratici né dal più umile dei lavoratori.</span></p>
<p><span style="font-style: italic; font-weight: bold;"> </span><span style="font-style: italic; font-weight: bold;">Non si considereranno come peccato nemmeno le più grandi delle ingiustizie. La giustizia non sarà più presa in considerazione; spesso il povero verrà sfruttato e sarà meno rispettato di un cane.  Le persone diventeranno egoiste, non più disponibili all’aiuto del prossimo”.</span></p>
<p><em> </em></p>
<p>Erano gli anni intorno al 1815 e questo , più o meno,  era quello che   Bursittë,  seduto davanti la sua casa a Cerqueto, quella dei Barüzzë, leggeva da un misterioso libro, entusiasmando e allo stesso tempo sbalordendo tutti i cerquetani. Era un libro di profezie che Bursittë aveva sempre con sé e dal quale non si separava quasi mai. Non si sa bene se il libro riguardasse le profezie di Stormberger, o si trattasse del popolare  Monarca, ma questo poco importa.  Come   è stato  tramandato da una generazione all’altra e riportato a noi dai nostri nonni e dai nostri padri, quello che leggeva Bursittë  ha sempre affascinato tutti e in modo particolare i cerquetani di quel primo 800 che, incuriositi,  ascoltavano increduli e meravigliati.</p>
<p>Era impossibile che le carrozze potessero muoversi senza la forza  trainante dei cavalli o dei muli.  Le stesse carrozze facevano parte di un mondo molto lontano dalle stradine tortuose, irte e ineguali  di  Cerqueto. Le carrozze senza traino erano poi  inconcepibili! E la ferrovia e il volo dovevano sembrare pura fantascienza.  Certo già intorno al 1400 il famoso Leonardo da Vinci aveva progettato il concetto di automobile e nel 1500 si erano verificati diversi tentativi di costruire vetture meccaniche mosse da complicati meccanismi azionati da uomini nascosti. Nel 1700 era stata costruita la macchina a vapore,  le macchine su rotaia di ferro già figuravano in Europa e nel 1804 veniva usata per la prima volta una locomotiva a vapore. E sempre Leonardo da Vinci aveva studiato  il volo, lasciando più di 100 disegni che illustrano le sue teorie. I fratelli Montgolfier avevano inventato con successo il primo pallone ad aria calda, e il primo volo con equipaggio si era verificato nel 1782, molto anni prima della previsione fatta da Stormberger.</p>
<p>Tutto questo era completamente sconosciuto ai cerquetani. All’epoca nessuno aveva la possibilità di informarsi, di leggere e si era all’oscuro di tutto ed era così per la stragrande maggioranza della gente.  I libri non erano necessari neanche per i Re, bastava loro l’ispirazione divina! Il Re d’Italia,Vittorio Emanuele II, si vantava di non aver mai letto un libro e anche suo figlio Umberto.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Leonardo_fly1-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6901" title="Leonardo Da Vinci - Il volo" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Leonardo_fly1-1-300x260.jpg" alt="" width="300" height="260" /></a>Nell’800 la stampa iniziava, comunque, ad avere una certa diffusione, le idee nuove cominciavano a circolare seppure con grande difficoltà anche tra le classi più umili e rischiavano di raggiungere, seppure sotto mentite spoglie di profezie, anche i paesi nascosti tra le montagne abruzzesi come Cerqueto.</p>
<p>Ma come era approdato a Cerqueto un libro nei primi anni dell’800?    Il &#8220;barone&#8221; aveva portato Bursittë  all’estero. Lo aveva prelevato da Cerqueto quando era ancora molto giovane a bordo di un cavallo, lo aveva istruito insegnandogli a leggere e scrivere. Dopo diversi anni Bursittë si era ritirato a Cerqueto. Capitava che  i ragazzi venivano presi e portati via dal barone di turno e capitava pure che non facessero più ritorno. Picchiulittë, ad esempio, partito anch’egli con il &#8220;barone&#8221; verso il 1885, si era stabilito a Monaco di Baviera,  si era sposato con una ricca donna della città, meravigliando i suoi parenti, quando andarono a trovarlo dopo diversi anni, sia per la sua posizione sia per il suo stile di vita completamente modificato.</p>
<p>Così  Bursittë, tornato a Cerqueto, era diventato un divertimento e uno stimolo a curiosare e fantasticare per i cerquetani che si organizzavano a gruppetti per andare a sentire quello che leggeva dal libro, tra incredulità e risate senza fine.  Per molti cerquetani egli  era un pazzo in preda al delirio e alla più insana immaginazione, era  colui che prospettava un futuro  incomprensibile e oscuro, enigmatico e inquietante ma  alla stesso tempo pieno di fascino.</p>
<p>E un  fascino misterioso e oscuro doveva avere lo stesso libro, per chi non sapeva leggere e scrivere. Solo  qualcuno, tra camerlenghi e massari, durante la lunga vita  di Cerqueto come università agricola,  riusciva con fatica ad apporre la propria firma. La stesura dei documenti era riservata al cancelliere o scribente. La scuola  era un corpo estraneo al Regno, gestita dagli enti ecclesiastici o privati ed era  riservata a pochi privilegiati, che non erano certo i cerquetani. Sono i francesi che, durante il decennio del dominio nel Regno di Napoli, antecedente la Restaurazione del 1815,  introducono il concetto di istruzione pubblica. E con un decreto del 1814 stabiliscono a Teramo un Collegio, quello che diventerà successivamente il futuro Liceo Melchiorre Delfico. L’art. 4 di questo decreto indica la dotazione patrimoniale atta a finanziare tutte le spese di esercizio del Collegio. Tale dotazione era costituita dai beni &#8220;addetti alla pubblica istruzione nei comuni di Bellante, di Nereto, e Campli&#8221;; dalla corresponsione di una somma da parte dell&#8217;Ospizio di S. Andrea di Atri &#8220;per lo stesso oggetto&#8221;; dalle somme che a decorrere dal 1.1.1814 dovevano essere erogate ogni anno dai comuni del Distretto di Teramo nel seguente modo: Teramo per lire 1000; Atri e ville per lire 500; Cellino per lire 300; Colonnella per lire 396; Pietracamela, Cerqueto, Fano Troyano e Intermesoli (all’ epoca riuniti sotto lo stesso Comune) per lire 300; Civitella del Tronto per lire 100 (per un ammontare complessivo di lire 2596). A questi beni erano da aggiungersi i censi dei Reali Demani e i proventi ricavati dalle rette pagate dai convittori (con l&#8217;eccezione di quelli che erano esentati).</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6930" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="Cerqueto 1934 . Archivio Lino Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Cerqueto-1934-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" />L’accesso al Collegio era sicuramente riservato a qualche privilegiato e certamente a coloro che già sapevano leggere e scrivere ed avevano una istruzione primaria oltre al fatto che potevano  pagare la retta. Certamente i cerquetani non erano tra questi,  per  accedere al Liceo hanno dovuto attendere più di un secolo e mezzo! Ma allora perché coinvolgere nel finanziamento gli esclusi in partenza? Incomprensione e mistero che contiene tutto il fascino oscuro dell’incredibile!  Un tempo perduto che va ritrovato e recuperato per pensare e riflettere sul proprio passato.</p>
<p>Solo nel 1877 con la legge Coppino viene fatto un timido passo verso la scuola elementare obbligatoria per tutti pur con i limiti del ministro Baccelli,  che nel 1894 sulla nuova riforma della scuola così si esprimeva nel suo preambolo: “…<strong><em> bisogna insegnare solo a leggere e a scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze in una sola materie sotto un’unica materia di “nozioni varie” senza nessuna precisa indicazione programmatica  o di testi, lasciando spazio all’iniziativa del maestro e rivalutando il </em></strong><strong><em>più nobile degli antichi insegnamenti quello dell’educazione domestica e mettere da parte infine </em></strong><span style="font-style: italic; font-weight: bold;">l’anti-dogmatismo, l’educazione al dubbio e alla critica, insomma a far solo leggere e scrivere altrimenti sono guai…”</span></p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Da-six-Raffaella-la-maestra-Consolina-suo-mariro-Sistino-e-Adalgisa.-Ph.-Lino-Bianchini.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Da-six-Raffaella-la-maestra-Consolina-suo-mariro-Sistino-e-Adalgisa.-Ph.-Lino-Bianchini.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7254" title="Da six Raffaella, la maestra Consolina, suo marito Sistino e Adalgisa. Ph. Lino Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Da-six-Raffaella-la-maestra-Consolina-suo-mariro-Sistino-e-Adalgisa.-Ph.-Lino-Bianchini-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Nel 1866 nel comune di Fano Adriano era stata già istituita la scuola elementare pubblica a cura del Regio Ispettore Scolastico della provincia. Qualche tentativo di fare scuola c’era stato anche in precedenza per iniziativa del Comune. Ma erano veramente pochissimi i bambini che da Cerqueto si recavano a Fano Adriano per seguire qualche lezione. Andare a scuola era un lusso che i cerquetani non si potevano permettere perché troppo impegnati nei lavori agricoli e pastorali, indispensabili alla sopravvivenza.  Qualcuno riusciva in qualche modo ad imparare i rudimenti della scrittura e della lettura e poi si recava a Fano per l’esame di compimento,  veniva così prosciolto dall’obbligo scolastico. Sicuramente nel 1903 esistevano anche a Cerqueto le prime tre classi elementari sotto la guida della maestra Pasquarosa Luzi. Tra gli insegnanti che si sono succeduti a Cerqueto per i primi decenni di scuola, ci sono stati Rodolfo Impronta, Graziella Scorzetti fino ad arrivare a  Consolina de Federiciis, <em>la maestra vecchia</em>, come veniva affettuosamente chiamata da tutti i Cerquetani, colei che ha istruito tutti i nostri padri  per più di trent’anni dai primi anni ’20 fino alla fine degli anni ’50.<br />
Poi i tempi sono notevolmente cambiati a partire dalla generazione degli anni ’50! Con il collegamento di Cerqueto alla S.S. 80, certamente in ritardo rispetto a tutta la zona circostante, si è aperta anche la strada dell’istruzione secondaria, si poteva raggiungere Montorio e Teramo, seppur con qualche sacrificio.  Un ritardo importante quello dell’accesso all’istruzione, una barriera che non può non aver caratterizzato, nel bene e nel male,  anche le generazioni successive.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/12/decreto_delfico.pdf"><strong>Decreto per lo stabilimento di un collegio a Teramo</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
</div>
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		<title>Un sacrificio  inutile</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rita Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Un piccolo paese come Cerqueto ha dato un grande triste contributo alla guerra del 1940-43. Mi riferisco alla perdita di un notevole numero di vite umane. Molti giovani, arruolati come alpini nella gloriosa Divisione Julia  hanno partecipato alla campagna di Russia e non sono più tornati. Di questi giovani, forti, robusti, rosei, sono rimasti solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/romolojpg.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/romolojpg.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7404" title="Romolo Di Matteo, 1937" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/romolojpg-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Un piccolo paese come Cerqueto ha dato un grande triste contributo alla guerra del 1940-43. Mi riferisco alla perdita di un notevole numero di vite umane. Molti giovani, arruolati come alpini nella gloriosa Divisione Julia  hanno partecipato alla campagna di Russia e non sono più tornati. Di questi giovani, forti, robusti, rosei, sono rimasti solo pochi resti associati a “fredde piastrine metalliche” di riconoscimento. <span style="color: #000000;">Altri </span>sono stati fatti prigionieri in Africa ed in Grecia, molti sono morti sulle loro navi insieme all’intero triste equipaggio. Siamo in piena guerra e le perdite navali nel periodo dal giugno 1940 all’8 settembre 1943 sono ingenti. Gli equipaggi risultano tutti dispersi.<span id="more-6523"></span><img class="alignleft size-medium wp-image-7405" title="Il retro della foto di Romolo, inviata da Livorno" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/romolo2jpg-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" />Gli ultimi mesi del 1942 avevano già evidenziato le differenze delle forze in campo e la guerra, persa già in partenza, aveva ormai le ore contate. Nel Mediterraneo si cercava di ritardare il più possibile lo sbarco alleato in Italia e l’asse dei tre Paesi Italia, Germania e Giappone cercava di “mantenere” la Tunisia e con essa il controllo del Mediterraneo.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/romolo2jpg.jpg"></a></p>
<div style="text-align: justify;">
<p>Dal dicembre 1942 fino a maggio ‘43, il canale di Sicilia fu teatro di una serie di scontri divenuti sempre più cruenti. Il 12 maggio, la Tunisia cadde nelle mani degli alleati e successivamente si intensificarono i bombardamenti aerei e navali, cosicchè si arresero senza combattere, le due isole fortificate di  Pantelleria e Lampedusa. La marina italiana che aveva il comando di queste isole, incassò un duro colpo, sia per la credibilità verso la Nazione, sia nei confronti dell’alleato tedesco.</p>
<p>L’8 settembre fu firmato l’armistizio e fu la fine della guerra e di una grande marina militare.</p>
<p>Nella “rotta della morte”, così veniva chiamato il tratto di mare attraversato dai nostri equipaggi militari, affondarono anche 101 navi mercantili e 42 unità di vario genere.</p>
<p>Fu proprio nel canale di Sicilia che trovò la morte lo zio Romolo, a soli 33 anni.</p>
<p>Di Matteo Romolo era il quarto dei cinque fratelli di papà. Nato nel 1910,come tutti i piccoli della sua numerosa famiglia, si guadagnava da vivere facendo il garzone di greggi.</p>
<p>Quasi ventenne raggiunse il fratello, di qualche anno più grande a Roma. Lavorò in un’officina meccanica, conseguì una patente speciale. Divenne autotrasportatore.</p>
<p>Fu chiamato alle armi e arruolato nell’artiglieria.</p>
<p>Finito il periodo di leva obbligatoria, tornò al suo lavoro, si sposò con una bella ragazza ciociara, la zia Rosina.</p>
<p>Di lei ho un bellissimo ricordo: nonostante fosse vedova inconsolata, con due bambini orfani, quando tornava da Roma aveva il tempo per farci sorridere, ci truccava con rossetti  e creme e preparava con noi un teatrino|.</p>
<p>Per qualche anno gli zii vissero  felici, avevano due figli: la più grande, Maria  e il piccolo Domenico.</p>
<p>La loro felicità, però,  durò poco… Scoppiò la guerra e, nel 1940, lo zio fu richiamato. Era in servizio a Brindisi, e qui incontrò ultima volta suo fratello, papà Quintino.</p>
<p>Quest’ultimo era in aeronautica e l’aereo sul quale viaggiava aveva fatto scalo proprio in quella città.</p>
<p>Qui i fratelli s’incontrarono abbracciandosi commossi, rimasero un po’ insieme, giusto il tempo per il rifornimento dell’aereo. Era l’ultima volta, non si sarebbero più visti!</p>
<p>La nave sulla quale lo zio era imbarcato affondò nel Canale di Sicilia il 17 gennaio 1943.</p>
<p>La tragica notizia fu data a papà del suo comandante Oscar Secchi, il quale, nel consolarlo, riferì di aver perso anch’egli la sorella Vanda, crocerossina volontaria, caduta durante il siluramento della Nave Ospedale Po, nella rada di Valsane, il 14 marzo 1941.</p>
<p>Non ho avuto la possibilità di conoscere lo zio Romolo, mi rimane solo il ricordo del suo grande sacrificio.</p>
<p>Il suo nome, insieme a quello  di molti altri giovani, scalfito nella lapide del monumento ai Caduti di Cerqueto, viene ricordato da tutti.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rita Di Matteo</em></p>
<p> </p>
</div>
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		<item>
		<title>MARISCIA’ !   …. YA ! ! … PR&#8217;SENT</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/mariscia%e2%80%99-%e2%80%a6-ya-%e2%80%a6-prsent/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Battista Mazzetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Curiostà d'altri tempi]]></category>
		<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci saranno migliaia di foto ricordo di “Marisciall” (Abramo Moretti  nato nel 1920 … “ma quant’ ahi’?”  …. “so d lu vint fatt li cunt” !!) ma così elegante forse poche! E’ veramente elegante, cravatta!, vestito lungo al punto giusto!, pulitissimo! Profumatissimo !… e sorriso del vincitore! Porfirio spesso racconta che: lo lavarono!! … ecc. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/maresciallo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5029" title="Maresciallo al matrimonio di Battista e Anna Rita " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/maresciallo-300x267.jpg" alt="" width="300" height="267" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ci saranno migliaia di foto ricordo di “Marisciall” (Abramo Moretti  nato nel 1920 … “ma quant’ ahi’?”  …. “so d lu vint fatt li cunt” !!) ma così elegante forse poche!</p>
<p style="text-align: justify;">E’ veramente elegante, cravatta!, vestito lungo al punto giusto!, pulitissimo! Profumatissimo !… e sorriso del vincitore!<span id="more-5026"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Porfirio spesso racconta che: lo lavarono!! … ecc. e lo prepararono per la cerimonia. Era il 7/7/1979.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti amici di Cerqueto, in primis Porfirio, fecero di tutto per far trascorrere a Marisciall una bellissima giornata. E a me faceva enormemente piacere avere alla mia festa un amico con cui avevo trascorso momenti di eccezionale allegria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho cercato questa foto e mi sono tornati in mente tanti ricordi da commuovermi!</p>
<p style="text-align: justify;">E mi sono messo a ricordare le mia gioventù a Cerqueto, gli amici coetanei con cui trascorrevo molto tempo, vivendo diverse avventure… Franchino, la buon anima di Aldo, ecc. e, spesse volte, con noi, “Marisciall”!!) .</p>
<p style="text-align: justify;">Molti amici di Cerqueto, e in primis Porfirio e la buonanima di Roberto Di Marco, facevano di tutto per far trascorrere a Marisciall momenti rilassanti e divertenti. Ci divertivamo noi più di lui o viceversa? Ancora oggi non saprei dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Era “matto sicuramente” rispetto ai “nostri” canoni di salubrità mentale! Ma era fondamentalmente un animo puro!</p>
<p style="text-align: justify;">Ed oggi lo apprezzo ancor più di fronte ad un pragmatismo pauroso ed innaturale, che sempre più toglie poesia, fantasia e colore alla vita di tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono molto emozionato nel rivivere sprazzi di ricordi con dentro anche Marisciall.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno o due giorni (non ricordo bene) prima della sua morte, gli feci la barba a casa sua con del sapone ed una lametta che mi diede lui stesso, facendo attenzione a non passare sopra quella brutta ferita che aveva in volto … il mio ultimo ricordo di Marisciall. Non stava bene e mi faceva una gran pena, pur nella sua dignità di uomo libero.</p>
<p style="text-align: justify;">Buon giorno! In piedi! C’è l’Ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione! La Professoressa Antonella Grieco Paladin con cui collaboravo come Insegnante Tecnico Pratico, nel vedere Marisciall entrare nel Laboratorio di Fisica Atomica dell’I.T.I.S. “E. Fermi” di Roma, con fare hitleriano e con la serietà che il momento imponeva, si mise quasi sull’attenti e con l’aria di chi comunque aveva qualche cosa di cui farsi rimproverare e di chi, quindi, … implorava pietà, con gli studenti tutti in piedi (erano miei studenti, addestrati ad alzarsi quando entrava qualcuno), si avvicinò a Marisciall per stringergli la mano… credendo che veramente fosse un ispettore ministeriale!. Poi prorompemmo in una risata liberatoria… Marisciall per primo! E, allegramente, finimmo tutti al bar.</p>
<p style="text-align: justify;">Amava la vita!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/mar.jpg"><img class="size-medium wp-image-7471 alignleft" title="Maresciallo, marzo 1993 - Ph. Angelo Mastrodascio" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/mar-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a>Amava uscire da Cerqueto … e raggiungere anche a piedi Montorio, Fano Adriano, Prati di Tivo, Poggio Umbricchio, ecc. , ma soprattutto gradiva uscire con noi più giovani che lo caricavamo in macchina e via verso Feste Patronali dove, tra balli e musica di “ddu bott” , se lo chiamavamo “mariscià” rischiavamo, come è avvenuto, che qualche militare un po distratto scattasse sull’attenti pensando veramente ad un vecchio maresciallo in pensione… e Porfirio ne sa qualche cosa a Basciano!.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero quello che raccontavano gli amici più grandi, ha avuto l’ardire incosciente di “sfidare le truppe tedesche”: …”avere tu rubato nostra gomma di camion? Ya!!! ”. Ma non gli credettero nemmeno i tedeschi! Era troppo autoironico per farsi prendere sul serio!, con il sorriso sempre impresso su quel viso scolpito! Con il naso da pugile…. E le orecchie a sventola! Figuriamoci se i tedeschi gli potevano dar retta!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto era uno sterminatore di lumache!</p>
<p style="text-align: justify;">Le aspettava al varco e le colpiva con un machete affilatissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto sta che ne prendeva tante di lumache, e le rivendeva a qualcuno di cui si fidava. Sicuramente non era fesso!</p>
<p style="text-align: justify;">Avendo frequentato il conservatorio di Ndrummësl si impossessava, e ne diventava il capo assoluto, di tutte le bande che il primo settembre, festa del nostro patrono Sant’Egidio Abate, venivano, di mattina presto, a Cerqueto, e che sotto la sua guida ci svegliavano caricandoci di quell’entusiasmo giovanile che ci portavamo appresso per tutto il giorno fino allo sparo finale serale, prima di tornare a letto e sognare … Vasternò.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il suo piglio autoritario… (secondo me era sicuramente un simpatizzante teutonico!, un ariano mancato?, un inconsapevole hitleriano?), dopo aver trascorso sveglio una intera notte di attesa, controllando dalla sua romantica finestrella, tutto quello che succedeva nella piazza del Casale, nel timore, forse, che qualcuno potesse spodestarlo,    attendeva l’arrivo della banda.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne prendeva immediatamente possesso! La coordinava … e dava l’ordine di partenza. La guidava, spesso con un elegante e possente passo dell’oca, per tutto il Paese e comandava l’arresto della Banda di fronte a quelle case dove veniva offerto un bicchiere di vino (spesso le case dei potenti membri del “Comitato” &#8211; struttura “sovra ordinamento”, con poteri assoluti nell’organizzare la festa di Sant’Egidio! I vari “Papantò”, “Battistaun”, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Poi è morto ! …. Ma la sua storia non finisce, ovviamente, con questi miei pochi, seppur intensi, ricordi !</p>
<p style="text-align: justify;">E quando Luigi Misantoni, non molto tempo fa, in una pausa del Consiglio Comunale di Fano Adriano, tra il serio ed il faceto disse: “ad esempio si potrebbe intitolare la Piazza del Casale a Maresciallo”, disse qualche cosa in parte condivisibile, ma condivisibile in un ordine di priorità. Io sostengo, infatti, che se Piazza si dovrà intestare a Cerqueto a qualcuno, per primo dovrà essere considerato il Sindaco Sor Ettore Riccioni che portò la strada a Cerqueto; secondariamente dovranno essere considerati quelli che più di altri sono stati vicino a Sor Ettore nel sostenere e nell’operare per portare la strada a Cerqueto … e poi tanti altri amministratori di Cerqueto che ci hanno lasciato  e poi …. sicuramente anche il mio amico Mariscial!, cui riserveremo sicuramente la via di fronte casa sua.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono sicurissimo che lui dal Cielo condivide pienamente, con una risata! &#8230; e con un marziale  “YA !”.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Battista Mazzetta</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sant&#8217;Antonio Abate tra storia, leggende e santità</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:10:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[ANTONIO Dal greco antìonos , nato prima oppure anthos, fiore. Per altri, dal latino Antonius, inestimabile. Patrono degli eremiti, dei monaci, dei canestrai S. Antonio è considerato il caposcuola del Monachesimo, è uno degli eremiti più illustri. S. Attanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto, ci comunica notizie certe della vita di S. Antonio. Nacque verso il 250 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/santantonioabate3_web.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/santantonioabate3_web.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7264" title="Sant'Antonio Abate tra gli animali." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/santantonioabate3_web-241x300.jpg" alt="" width="241" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANTONIO </strong>Dal greco <em>antìonos</em> , nato prima oppure <em>anthos</em>, fiore. Per altri, dal latino <em>Antoniu</em>s, inestimabile. Patrono degli eremiti, dei monaci, dei canestrai<span id="more-6552"></span></p>
<p style="text-align: justify;">S. Antonio è considerato il caposcuola del Monachesimo, è uno degli eremiti più illustri. S. Attanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto, ci comunica notizie certe della vita di S. Antonio. Nacque verso il 250 a Coma, oggi Qumans in Egitto. A vent’anni perdette i genitori,  vendette tutto il grande patrimonio, affidò la sorella a una comunità di suore e si dedicò alla preghiera e al lavoro,<span style="color: #000000;"> in vita solitaria.</span> Due secoli più tardi sarà la regola di S. Benedetto: “Ora et Labora” – “Prega e Lavora”. Un amico gli portava un po’ di pane e spesso si cibava con radici e frutti selvatici. Si spostò verso il Mar Rosso e poi sulle montagne della Tebaide, accanto ad una sorgente. Il demonio spesso lo tentava facendogli vedere tutti gli agi della vita che aveva abbandonato, ma S. Antonio era forte e mai si pentì della sua scelta<span style="color: #000000;">. Il compagno di tutti i giorni era un corvo che gli portava il pane e gli indicava la strada per trovare l’acqua. </span>Accorrevano da lui pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente, consolava tutti e compiva miracoli. Verso la fine del ‘300 incontrò S. Ilarione che fondò a Gaza, in Palestina, il primo monastero con gli insegnamenti del Santo. Nel 311 si recò ad Alessandria, dove incontrò S. Attanasio per consolare i martiri perseguitati da Massimino, Imperatore romano. Lo stesso Costantino e i figli richiesero i suoi consigli.</p>
<p style="text-align: justify;">All’età di 98 anni seppe che l’eremita Paolo di Tebe aveva bisogno d’aiuto. Dopo tre giorni di cammino, in compagnia del corvo, trovò l’amico molto malato. Il corvo portò due pani ma Paolo morì tra le braccia di S. Antonio,  che lo seppellì con l’aiuto di un leone, dopo aver pregato. Trascorsero molte altre lune. Era un giorno pieno di sole e lo splendore della sua lunghissima barba si mescolava ai raggi, il suo cuore aveva cessato di battere. Due monaci lo trovarono sorridente, pieno di luce e coperto con infinite foglioline intessute dalle zampette del corvo. Era il 17 Gennaio del 356. Aveva 106 anni. Il suo sepolcro sarà scoperto nel 561. Del Santo ci restano 120 detti e 20 lettere dov’è manifestata la sua grande sapienza.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima chiesa costruita in suo onore è in Francia dove affluivano malati di ergotismo canceroso, causato da un fungo della segala che, a quel tempo, si usava per fare il pane. Il morbo provocava un bruciore terribile. Per ospitare tutti gli ammalati che andavano a chiedere la grazia, si costruì un ospedale. Nacque così l’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. All’Ordine il Papa accordò il privilegio di allevare maiali per uso proprio. I porcellini circolavano liberamente e portavano un campanellino di riconoscimento (ecco l’uso di mettere al collo delle bestie il campanello) così nessuno li toccava. Il grasso dei maialini era usato per curare “l’ignis sacer” cioè il fuoco di S. Antonio che è l’herpes zoster. Per questo nella religiosità popolare il maiale fu associato al grande eremita assieme agli altri animali.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre al maialino nella sua iconografia compare il bastone dell’eremita a forma di “T”, la Tau, ultima lettera dell’alfabeto ebraico e il libro “Segni di Saggezza e di Eternità”. Com’è simpatico S. Antonio che, con il suo amico porcellino, si reca all’Inferno per recuperare le anime di alcuni morti, che, secondo lui, erano degne del Paradiso mentre il maialino distrae i demoni col suo campanellino.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nome mi riporta alla giovinezza vissuta a Cerqueto, un paese piccolo ma attento alle tradizioni e rispettoso dei Santi. Non c’era stalla che non avesse attaccato alla porta il Santino e non c’era padrone, dopo aver governato le bestie, che non dicesse:  “SANT&#8217;ANTUONËJË  T&#8221;AJEUTË”, “S. Antonio ti protegga” e quando si smarriva un animale, nessuno si preoccupava più di tanto, il Santo l’avrebbe protetto e fatto trovare. Speciale era il 17 Gennaio, le bestie venivano trattate meglio e la sera si andava a cantare “La Storia di Sant’Antonio”, un canto di questua, bellissimo che si tramanda da secoli (La voce di mio fratello accompagnata dalla sua fisarmonica mi lacrima nel cuore!).</p>
<address style="text-align: center;"><span style="font-style: italic;">Nel deserto dell’Egitto<br />
</span>Noi remiti mendicanti<br />
Noi veniamo coi sacri canti<br />
D’un gran Santo, d’un gran Santo<br />
<em>A celebrar.<br />
</em><em>Vi cantiamo la santa vita<br />
</em><em>Dell’eccelso Antonio Abate<br />
</em><em>E cortese a noi mostrate<br />
</em><em>Belle donne, belle donne il vostro cuor.<br />
</em><em>Ricco e nobile nacque Antonio<br />
</em><em>Disprezzò le sue ricchezze<br />
</em><em>Nonostante le dolcezze<br />
</em><em>Tutt’a Dio, tutt’a Dio si consacrò.<br />
</em><em>Fè dell’erba scarso pane<br />
</em><em>Fu la mensa sua gradita<br />
</em><em>Fu cent’anni e cinque in vita<br />
</em><em>Nei rigori, nei rigori di povertà.<br />
</em><em>Ripartì il patrimonio<br />
</em><em>Donò parte a sua sorella<br />
</em><em>Che devota figlia e bella<br />
</em><em>Tutt’a Dio, tutt’a Dio si consacrò.<br />
</em><em>E quel povero remita<br />
</em><em>Si rinchiuse nel deserto<br />
</em><em>Giovanetto poco esperto<br />
</em><em>Per amore, per amore del Buon Gesù.<br />
</em><em>Vedi tu che presto siamo<br />
</em><em>Dà la mano al tuo nemico<br />
</em><em>Fatti presto a farti amico<br />
</em><em>Per quel Dio, per quel Dio che ti salvò.<br />
</em><em>Fu eseguito senza stono<br />
</em><em>In raffronto al nostro canto<br />
</em><em>Viva sempre Antonio Santo<br />
</em><em>Cose buone, cose buone in quantità.<br />
</em><em>Ci darete voi signori<br />
</em><em>Ricompensa al nostro Santo<br />
</em><em>Viva sempre Antonio Santo<br />
</em><em>Cose buone, cose buone in quantità.</em></address>
<address style="text-align: center;"><em><br />
</em></address>
<address style="text-align: center;"></address>
<address style="text-align: center;"><span style="font-style: normal;">Spesso si continuava a cantare così:</span></address>
<address style="text-align: center;"></address>
<address style="text-align: center;"></address>
<address style="text-align: center;"><em>Un quintale di gioie e zucchero<br />
</em><em>Cento libbre di torroni<br />
</em><em>E confetti e maccheroni<br />
</em><em>Cose buone, cose buone in quantità.<br />
</em></address>
<address style="text-align: center;"><span style="font-style: italic;">S. Antonio, giglio giocondo<br />
</span><em>Nominato per tutto il mondo<br />
</em><em>Chi lo tiene per suo avvocato<br />
</em><em>Da S. Antonio sarà aiutato.</em></address>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo canterino veniva rifocillato con un “goccetto” e con la “ricompensa” che poteva essere qualche salame, qualche salsiccia del maiale appena ucciso, delle uova fresche. Salutava con “SANT&#8217;ANTUONËJË TË L&#8217; ARCUMPENSË”  e si continuava di casa in casa. Il ricavato della faticosa questua veniva cucinato e mangiato in “comunella” dalla maggior parte dei paesani con gioia e sempre in onore del Santo che visse nel deserto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;"><em>Rema Di Matteo</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>La chiesa di S. Antonio a Cerqueto</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:08:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianna Lisii</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Curiostà d'altri tempi]]></category>

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		<description><![CDATA[Penso di fare cosa gradita a tanti  e soprattutto alle nuove generazioni che sicuramente non sanno che a Cerqueto esisteva una quarta chiesetta al Rione Piano oltre alla Chiesa Madre di S. Egidio, alla chiesetta di S. Rocco e alla Chiesetta rupestre di S. Reparata. La piccola chiesa del Rione Piano era dedicata a S. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span id="more-6660"></span>Penso di fare cosa gradita a tanti  e soprattutto alle nuove generazioni che sicuramente non sanno che a Cerqueto esisteva una quarta chiesetta al Rione Piano oltre alla Chiesa Madre di S. Egidio, alla chiesetta di S. Rocco e alla Chiesetta rupestre di S. Reparata. La piccola chiesa del Rione Piano era dedicata a S. Antonio e  più precisamente a S. Antonio Guida ed  era situata tra l’abitazione di Antonio e Riccardo Di Matteo (recentemente demolita in seguito al terremoto del 6 aprile 2009) e Francesco Cacciacarne, lungo il lato sinistro della strada  che dal Rione Piano porta al Rione Casale. La piccola e graziosa chiesa di S. Antonio fu abbattuta alla fine degli anni &#8217;50. Il tempo aveva corroso la piccola costruzione lasciando solo un arco sopra una porta murata. La chiesetta era sopraelevata rispetto al livello della strada e vi si accedeva tramite un a scaletta interna.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come mai a Cerqueto esisteva una chiesa dedicata ad un santo con un cognome cerquetano? Chi era S. Antonio Guida? Un santo cerquetano? Certamente no, non si è mai saputo niente dell’esistenza di santi cerquetani. Sappiamo invece che la piccola chiesa  era di proprietà della famiglia Guida. Dagli atti civili dell’Archivio di Stato , e precisamente da un certificato di nascita, si evince che un certo Antonio Guida , parroco di Cerqueto,  nel 1783 aveva impartito il sacramento del Battesimo. Probabilmente  la chiesetta in questione  era l’abitazione del parroco, Don Antonio Guida, e alla sua morte la chiesetta quasi sicuramente è stata trasformata in una chiesa dedicata a S. Antonio con il cognome dello stesso parroco. Legalmente i parenti erano  i legittimi eredi   dell’immobile di Don Antonio;  loro hanno infatti ereditato gli arredi della piccola chiesetta, una campana  e un grande dipinto, olio su tela, raffigurante S. Antonio. La campana è stata generosamente donata dalla famiglia Guida alla Chiesa parrocchiale di Cerqueto, dove attualmente ancora si trova. Il dipinto a cura dei legittimi proprietari è in via di restauro.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Gianna Lisii</em></p>
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		<title>La pastuccia</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Leonardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[. . Ricette locali]]></category>

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		<description><![CDATA[INGREDIENTI  ( per 6 persone) 1Kg di farina di granturco, sfricoli (pezzettini di guanciale di maiale  oppure pancetta precedentemente soffritti), sale, olio di oliva, 2 salsicce di fegato,  cargini (fichi secchi), acqua bollente. PREPARAZIONE In una pentola mettere a bollire dell’acqua. In un altro recipiente versare la farina e aggiungere lentamente l’acqua bollita, mescolare fino ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past.jpg"></a><br />
<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past2.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6533" title="La pastuccia di Mazzetta Filomena durante la cottura - Ph Giorgio Brazzoduro" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>INGREDIENTI  ( per 6 persone) </strong></p>
<p style="text-align: justify;">1Kg di farina di granturco, sfricoli (pezzettini di guanciale di maiale  oppure pancetta precedentemente soffritti), sale, olio di oliva, 2 salsicce di fegato,  cargini (fichi secchi), acqua bollente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6535"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PREPARAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In una pentola mettere a bollire dell’acqua. In un altro recipiente versare la farina e aggiungere lentamente l’acqua bollita, mescolare fino ad ottenere un impasto ben sodo. Incorporare</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6532" title="La pastuccia  nell' antichissimo e prezioso piatto di portata di Cotalonghë - Ph. Giorgio Brazzoduro" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/past-300x282.jpg" alt="" width="300" height="282" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">all’impasto  anche il sale, l’olio, gli sfricoli, le salsicce di fegato sbriciolate e i cargini tagliati a pezzettini. Rimescolare il tutto. In una teglia con coperchio di rame versate l’impasto e livellarlo. Porre la teglia su di un treppiede  da camino. Sotto al trippiede e sopra il coperchio mettere la brace in modo che l’impasto cuocia lentamente e uniformemente. Controllare la cottura per ottenere un colore dorato sia sotto che sopra (circa 40 minuti ).</p>
<p style="text-align: justify;">Per una versione più moderna e più light si può aggiungere l’uva sultanina ed è possibile usare della ricotta al posto della salsiccia. Si può cuocere l’impasto al forno. La pastuccia è ottima se servita molto calda ma è buona anche fredda.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Antonio Leonardi</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La bbona vlangë</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/la-bbona-vlange/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:04:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rema Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. . Salviamo il nostro dialetto]]></category>

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		<description><![CDATA[bbona vlangë La buona bilancia, una  patto antico  che si consumava tra l’anno, terminato da poco, e l’anno  appena iniziato.  La sera del 31 Dicembre si cuoceva il granturco  a la  callarë. Il granturco “nostrano” impiegava circa tre ore per cuocere e la fiamma doveva sempre essere “allegra”. Non solo veniva consumato dai componenti la famiglia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>bbona vlang<em>ë </em> </strong>La buona bilancia, una  patto antico  che si consumava tra l’anno, terminato da poco, e l’anno  appena iniziato.  La sera del 31 Dicembre si cuoceva il granturco  a la  <em>callarë</em>. Il granturco “nostrano” impiegava circa tre ore per cuocere e la fiamma doveva sempre essere “allegra”. <span id="more-6853"></span>Non solo veniva consumato dai componenti la famiglia, ma una parte veniva data ai bambini per la <em><strong>bbona vlangë.</strong> </em>La mattina del 1 Gennaio i bambini  andavano  casa per casa a ricevere il regalo dell&#8217;anno nuovo.  <em><strong>Statètë attëntë a lu jaccë,</strong> </em> “Attenti al ghiaccio!” si raccomandava mentre si preparava la <em> bbona vlangë </em>per gli altri bambini con l’aggiunta dei “cappelletti americani”, dei cioccolatini squisiti,  e qualche mandarino. Le caramelle erano  merce rara.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>criscë &#8216;mbraccë </strong> Augurio che si fa ad un bambino in braccio alla mamma. La mamma risponde:  <strong>Criscë benë</strong>, la risposta è un progetto di vita. <strong>Cresci santo e benedetto </strong><strong>è un augurio simile </strong><strong> </strong><strong>a </strong><strong>criscë &#8216;mbraccë</strong></p>
<p><strong>mënnëjmë </strong> Un insieme di stracci ben stretti legati a un lungo bastone con delle corde era detto,  come il mocio vileda, suo erede diretto.  Era la scopa che puliva il forno in modo tale che le pagnotte uscissero belle, croccanti e senza carboncini attaccati. Prima di usarlo <em><strong>lu mënnëjmë,</strong></em> si bagnava, si strizzava bene e, dopo aver raccolto le braci con un rastrelletto di ferro e averle ammucchiate da una parte, si passava sul pavimento del forno. “Che fatica e che caldo cuocere il pane ad Agosto! Ma che profumo!”. <strong>N<em>u mënnëjmë de fornë</em> </strong> vestito brutto. <em><strong>Quand&#8217;è bruttë quellë nghë chë lu nu mënnëjmë de fornë!</strong></em></p>
<p><strong>mantëjmë </strong> Striscia di panno, bianca e molto lunga che aveva la larghezza della tavola  dove si poggiava il pane prima di essere infornato. Questo panno di <em>accë e cuttaunë</em>, cioè di canapa e cotone, tessuto spesso da telai costruiti a casa, mi fa tornare alla memoria un mondo di miti e di riti ancestrali, di cui era intessuta la vita contadina, ricca di sogni, speranze, fatiche e colori.  <strong> Lu manteumë blanchë</strong> copriva Cerqueto per molti mesi  <em><strong>Mittëtë sottë lu mantëjmë dë la Madonnë. </strong></em>Che bel consiglio! <strong>Ha ammantate lu mantëjmë  dë mezzanottë, </strong>ha commesso una brutta azione. <strong>Li mantëjmë dë la Madonnë</strong>, da quello azzurro trapuntato di stelle della Madonna del Rosario, come i nostri cieli sereni, a quello dell&#8217;Addollorata, a quello dipinto da Salvador Dalì  della madonna di Guadalupe, trapuntato di angeli, mi fanno pensare alla sacralità dell’essere umano e a qualcuno che lassù ci ama.</p>
<p><strong>munnà</strong> Mondare, pulire, spazzare. <strong>Munnà lu ranë</strong> Ripulire il grano, togliere dal campo di grano le erbacce che crescevano insieme alle piantine. Lavoro difficile e faticoso ben (remunerato) ricompensato dalle spighe dorate che scintillavano ai raggi infuocati di “<strong><em>zi&#8217; ruscë</em></strong>”, il sole. <em><strong>Munnë la casë e munnalë mò!</strong></em> Pulisci la casa e puliscila subito! E’ l’ordine che il marito impartisce alla moglie bisbetica nella canzoncina <strong>“Lu juorn</strong><strong><em>ë </em></strong> d<strong><em>ë </em></strong> Carneval<strong><em>ë</em></strong>”.</p>
<p><strong>papalojë</strong> - <em>arrtratë &#8216; mpapalojë”</em>:  “E’ rientrato nelle grazie del papa, nelle grazie di qualcuno”.</p>
<p><strong>splanotë </strong> Focaccia schiacciata a mano o con il matterello</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rema Di Matteo</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Li Misciarulë&#8221; &#8211; Il calendario 2012</title>
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		<comments>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/il-calendario-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 14:04:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/?p=6693</guid>
		<description><![CDATA[Il calendario 2012,  realizzato dalla Pro Loco, con il canto dei mesi, li Misciarulë. Li Misciarulë, un canto tradizionale di questua, pieno di allegria e di fiduciosa speranza nella bontà e prosperità della natura. Si cantava a Cerqueto fino agli anni ’90, la sera del  30 aprile, passando di casa in casa  e annunciando l’arrivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong><a style="font-style: italic;" href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/calendario-2012.jpg"><br />
<img class="size-medium wp-image-6949  aligncenter" title="Calendario 2012" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/calendario-2012-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a><em><strong><span id="more-6693"></span> </strong></em></strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong><em><strong>Il calendario 2012,  realizzato dalla Pro Loco, con il canto dei mesi,</strong> li Misciarulë.<strong><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/calendario-2012.jpg"></a></strong></em></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Li Misciarulë</em>, un canto tradizionale di questua, pieno di allegria e di fiduciosa speranza nella bontà e prosperità della natura. Si cantava a Cerqueto fino agli anni ’90, la sera del  30 aprile, passando di casa in casa  e annunciando l’arrivo di Maggio, in cambio di doni. Immancabile il pasto collettivo con il ricavato della questua.  Le origini di questa singolare forma di rappresentazione popolare si perde nella notte dei tempi, ha quindi origini sicuramente precristiane e deriva  probabilmente da riti di tipo propiziatorio per l’augurio di un buon raccolto e il ritorno della stagione primaverile, il trapasso ad una esistenza rigenerata e rinvigorita, in piena sintonia con il calendario agricolo e pastorale. Più anticamente, sicuramente fino agli anni ‘40, il canto “ Li Misciarulë” veniva usato durante il periodo di carnevale per svolgere una vera e propria pantomina,  in cui  dodici personaggi interpretavano simbolicamente i dodici mesi davanti ad un tredicesimo personaggio, il vecchio, che rappresentava l’anno completo.</p>
<p style="text-align: justify;">La melodia su cui venivano cantate le strofe è quella del salterello al suono dei &#8220;ddubottë&#8221; (organetti a 2 tasti al basso) e la tecnica dei cantori si avvicina ad altre forme di musica popolare arcaica dell’area dell’Italia centro-meridionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole si sono fuse  e confuse nel corso degli anni. La versione, che vi proponiamo, è  abbastanza completa.  Una sua caratteristica è la mescolanza tra termini propriamente dialettali  e termini più vicini ad un linguaggio “pulito”. I componenti della famiglia, dove veniva eseguito il canto,  ricevevano infine ringraziamenti sotto forma di saluti, secondo una formula che abbinava in rima il nome di una persona  a quello di un fiore.</p>
<p style="text-align: center;">Voce singola: <em><strong>Lu benë e la malor, fior di  viola</strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong> Tanti saluti li lasciamo a Ciola!</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">Coro:<em> <strong>A Cio-o-o-o-la!</strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em>Doveroso un saluto a voi tutti!  <em><strong>Lu benë e la malor, fior di  lillà</strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong> Buon anno a tutti e tanta felicità!</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em><strong><br />
</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il calendario  2012 ,   dedicato a Cerqueto, con foto  degli anni 30&#8242; &#8211; 60&#8242; e il canto dei mesi,  è stato curato da Adina Di Cesare e Angelo Mastrodascio. Il canto L<em>i Misciarulë,</em> nella versione proposta nel calendario, è il frutto della collaborazione dei cerquetani:  Maria Ruscio, Giuseppe Mastrodascio , Rema Di Matteo,  Rita Di Matteo e Vincenzo Pisciaroli.<br />
Le foto d&#8217;epoca  sono di Beniamino Mazzetta,  Federico Mastrodascio, Giovanni Leonardi, Lino Bianchini, Jutaka Tani, Profeta Di Profeta, Tommaso Bianchini e Vittorio Guida.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;</span></p>
<p><strong>Il canto tradizionale cerquetano,   &#8220;Li Misciarulë&#8221;</strong></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="601" align="left">
<tbody>
<tr>
<td rowspan="2" width="292" valign="top">
<p style="text-align: left;">E lu mesë dë Jennarë</p>
<p>E’ cundrarië all’animalë</p>
<p>E lu poverë    nimaluccë</p>
<p>Tra  lu sorghë  e lu mastruccë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;</span></p>
<p>Mò se në vé lu mesë dë Marzë</p>
<p>Lu bifolchë  avanzë   l’artë</p>
<p>Së  rëtrovë   ‘vvandaggiatë</p>
<p>Chë  la terra ha   lavuratë</p>
<p>Së në trovë    cacchëdunë</p>
<p>Ch’ha campatë li sumarunë</p>
<p>Cacchëdunë  chë  n’ha campatë</p>
<p>La plebernë  n’ gnë   l’ha datë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;.</span></p>
<p>E di Maggio noi vi diamo</p>
<p>Cari compari la bona sera</p>
<p>A chi vuol compareggiare</p>
<p>Ecco qua il primo fiore</p>
<p>E un mazzettin di rose</p>
<p>Per  regalarle alle   gentil spose</p>
<p>E nu mazzë dë   sellecchiellë</p>
<p>Per regalarlë a stì fantellë</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë   e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;..</span></p>
<p>Mò së në vè lu mesë   dë Lujjë</p>
<p>E’ arrivatë lu callë in Pujjë</p>
<p>Pë li muntë e pe’ li pianë</p>
<p>Cë së metë orzë e ‘ranë</p>
<p>La usanzë ancorë l’apportë</p>
<p>Chë së bevë lu vinë cottë</p>
<p>Cantë li grillë e cantë li quajjë</p>
<p>Tuttë li jervë dëventë pajjë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë   e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;..</span></p>
<p>E lu mesë dë Settembrë</p>
<p>È nu mesë assai curtesë</p>
<p>Purë li strippë cë fa li spesë</p>
<p>Dijë cë la datë</p>
<p>E Dije cë  lu mannë</p>
<p>Chë cë pozza durì ‘n annë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;.</span></p>
<p>E lu mesë dë Nuvembrë</p>
<p>È nu mesë chë së lagnë</p>
<p>Chë së magnë li castagnë</p>
<p>Quattrë cottë sott’ a    la vrascë</p>
<p>Na bevutë e na smënzatë</p>
<p>Na bevutë d’acquarëlle</p>
<p>Tappetamurre  e sparë   castellë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë e fiurë lu mesë dë Maggë!</td>
<td rowspan="2" width="308" valign="top">E lu mesë dë Fëbbrarë</p>
<p>Së rallegrë lu pecuralë</p>
<p>Së rallegrë volentierë</p>
<p>Ch’arrivatë la primaverë</p>
<p>E la serë la mazzë ‘nderrë</p>
<p>La matinë cupertë dë jervë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;</span></p>
<p>Mò së në vè lu mesë d’Abbrilë</p>
<p>L’ummenë  sappë  e li femmenë filë</p>
<p>Filë la lana  e monnë   lu linë</p>
<p>Li cïllë candë a mattutinë</p>
<p>Candë e fa’ gran festa</p>
<p>Voi signori farete festa</p>
<p>E se voi non ci credete</p>
<p>Scetë forë e li sentirete</p>
<p>Sentirete di cantare</p>
<p>La matinë all’albeggiare.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Forë Abbrilë  entrë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;</span></p>
<p>Mò se në vè lu mesë dë Giugnë</p>
<p>Lu pëcuralë cumenzë    a mognë</p>
<p>E  në fa ricottë e   cascë</p>
<p>N’abbundanzë dë cerascë</p>
<p>Dë cerascë e dë marenë</p>
<p>Së në trovë lë vignë pienë</p>
<p>E la sera e la matinë</p>
<p>Tuttë và ‘nghë li cistinë</p>
<p>E la sera e la dumanë</p>
<p>Tuttë va ’nghë li cistë    ‘mmanë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë   e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;</span></p>
<p>Mò së në vè lu mesë d’Agostë</p>
<p>Lu ricchë e lu poverë s’arcunoscë</p>
<p>Chi lu tritë e chi lu squajë</p>
<p>A lu pover’omë jarmanë la pajjë</p>
<p>E jë prësentë li scritturë</p>
<p>Ch’à da pahà li debbiturë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;..</span></p>
<p>E lu mesë dë Uttobbrë</p>
<p>Së prëparë  pë’ la   vëllégnë</p>
<p>Malvascìa e muscatellë</p>
<p>P’armbì li varratëllë</p>
<p>Questë è nu mesë svënturatë</p>
<p>Pë li poverë namuratë</p>
<p>E pu quannë cë së penzë</p>
<p>‘Naccëdentë a la partenzë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë   e fiurë lu mesë dë Maggë!</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;..</span></p>
<p>E lu mesë dë Dëcembrë</p>
<p>È nu mesë dë  banditë</p>
<p>Verdë e secchë sa finitë</p>
<p>Së prëparë la salatë</p>
<p>La provvistë pë l’istatë</p>
<p>Quattrë  appesë pë li   stanchë</p>
<p>Pë në perdë la usanzë.</p>
<p>Escë lu solë chë spannë    li raggë</p>
<p>Rosë e fiurë lu mesë dë Maggë!</td>
<td width="0" height="168"></td>
</tr>
<tr>
<td width="0" height="667"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: left;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><br />
</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Versione stampabile &#8211; Cerqueto InForma &#8211; novembre 2011</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/versione-stampabile-cerqueto-informa-gennaio-2012/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 04:29:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[Edizione stampabile __________________________________]]></category>

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		<description><![CDATA[La stampa è in formato A3. pdf Cerqueto InForma   &#8211; novembre 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>La stampa è in formato A3. pdf</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/02/giornale-stampa-611.pdf" target="_blank">Cerqueto InForma   &#8211; novembre 2011</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>La 45ª  rappresentazione del Presepe Vivente</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 15:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Marafante</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale __________________________________]]></category>

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		<description><![CDATA[Di questi tempi a Cerqueto il “Presepe Vivente” è l’argomento che non finisce mai di appassionare ed animare accese discussioni. Anche quest’anno non ha fatto eccezione perché il presepe è chiaramente un patrimonio di tutti gli abitanti di Cerqueto e nel tempo è diventato una tradizione di tutta la zona della montagna del teramano. Eppure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Presepe-Vivente-2011-Ph.-Diego-Feliciani.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Presepe-Vivente-2011-Ph.-Diego-Feliciani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6912" title="Presepe Vivente 2011 - Ph. Diego Feliciani" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/01/Presepe-Vivente-2011-Ph.-Diego-Feliciani-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Di questi tempi a Cerqueto il “Presepe Vivente” è l’argomento che non finisce mai di appassionare ed animare accese discussioni.</p>
<p>Anche quest’anno non ha fatto eccezione perché il presepe è chiaramente un patrimonio di tutti gli abitanti di Cerqueto e nel tempo è diventato una tradizione di tutta la zona della montagna del teramano.</p>
<p>Eppure chi assiste per la prima volta alla rappresentazione non può in alcun modo immaginare che sia il frutto del lavoro di così poche persone e con così scarsi mezzi a disposizione. Ogni volta si tratta di un prodigio che si ripete in modo quasi miracoloso e tutti coloro che ci lavorano lo sanno bene. Da sola, questa evidenza, dovrebbe essere sufficiente a fugare tutte le polemiche.</p>
<p>Più che descrivere scene, musiche ed effetti di luce, in questa ultima edizione ancora più straordinaria  del solito, vorrei soffermarmi sul significato che un evento del genere costituisce per il paese e la sua comunità.<span id="more-6696"></span></p>
<p>Il presepe, inteso come raffigurazione di una scena o fatto di particolare rilevanza, nasce nell’epoca romana quando c’era l’usanza di costruire delle statuette di terracotta che raffiguravano i parenti defunti  (i cosiddetti  “lari”) e sistemarle sul focolare nel periodo di fine Dicembre, sempre nelle stesse posizioni, per vegliare sul buon andamento della famiglia.</p>
<p>Con l’avvento del Cristianesimo è divenuto la raffigurazione della nascita di Gesù ma ha sempre mantenuto il significato di raffigurazione di un evento, così  importante e significativo per tutta una comunità, che merita di essere ripetuto ogni anno, in ogni casa e con la partecipazione di tutti e seguendo una ben precisa tradizione.  Si devono riprodurre tutti i personaggi e i posti della tradizione, dalla grotta alle stelle, dai Re Magi ai pastori, dal bue e l&#8217;asinello agli agnelli, perché è il modo di ricordare l’avvento del Salvatore ma anche di ribadire i valori che caratterizzano ed uniscono il nucleo sociale e familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ovviamente al suo significato religioso (che però ognuno interpreta secondo la sua sensibilità personale) è proprio nel suo sostanziarsi come atto pubblico da ripetere in omaggio alla tradizione per elevare e certificare l’affermazione della comunità, che il presepe della sera del 26 Dicembre a Cerqueto si identifica al meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presepe diventa il modo con cui ogni cerquetano può per un giorno partecipare ad un evento collettivo diventandone a suo modo protagonista e rafforzando la sua appartenenza alla comunità del paese ed alla sua identità.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo ognuno ha pieno diritto a viverlo come crede.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è il presepe di chi vuole partecipare a tutti i costi alla scena a cui è ormai affezionato e quello di chi preferisce  rimanere in mezzo alla gente venuta da fuori e sentirne i commenti.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è il presepe di chi ci spende tutte le proprie forze prima e dopo le 18:30 perché tutto deve funzionare nel  vero giorno di gloria per Cerqueto e quello di chi invece preferisce un ruolo di osservatore e critico (ma va bene anche così … c’è sempre qualcosa da migliorare).</p>
<p style="text-align: justify;">C’è il presepe di chi invita amici e conoscenti e quello di chi è un po’ infastidito, se non impaurito, perché teme i giudizi delle persone venute da fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è il presepe dei pittori e quello delle specialità gastronomiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è alcun presepe invece per chi decide di assumere un atteggiamento di indifferenza perché, senza magari nemmeno accorgersene , così facendo compie un atto di presunzione, che oltre a privare se stesso di un giorno di festa,  manca di rispetto per gli altri allontanandosi spiacevolmente dallo spirito del Natale.</p>
<p style="text-align: justify;">Convincere 4000 persone a recarsi in un paese di montagna in Abruzzo, il 26 dicembre, in pieno inverno,  con una temperatura sicuramente poco confortevole non è impresa semplice. Farlo per assistere all’aperto ad una rappresentazione sacra è, di questi tempi, ancora più complicato.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure è avvenuto … e questo, per l’orgoglio di tutta la comunità di Cerqueto,  ha tutto il suo valore!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Andrea Marafante</em></p>
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		<item>
		<title>Un paese da recuperare</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/un-paese-da-recuperare/</link>
		<comments>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/un-paese-da-recuperare/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei requisiti essenziali affinché una località possa essere ritenuta accogliente dal punto di vista turistico, e di conseguenza attirare l’interesse dei visitatori, risiede nell’ordine e nell’armonia dell’ arredo urbano e dei fabbricati. E questo non è purtroppo un requisito di cui può vantarsi il nostro paese. Vecchie case abbandonate e pericolosamente in rovina, anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/469400061.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/469400061.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/469400061.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6339" title="Cerqueto visto da Di Contro - Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/469400061-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Uno dei requisiti essenziali affinché una località possa essere ritenuta accogliente dal punto di vista turistico, e di conseguenza attirare l’interesse dei visitatori, risiede nell’ordine e nell’armonia dell’ arredo urbano e dei fabbricati. E questo non è purtroppo un requisito di cui può vantarsi il nostro paese.<br />
Vecchie case abbandonate e pericolosamente in rovina, anche nelle vie principali, strade e vicoli malridotti, intrecci di fili aerei, arredi urbani deteriorati, immobili edificati con stili variegati e spesso contrastanti con quelli limitrofi <span id="more-5789"></span></p>
<p style="text-align: justify;">o aventi forme poco adatte ad un paese di montagna, improbabili accostamenti nei materiali da costruzione o negli infissi. Tutto questo restituisce al paese un’immagine disordinata, specchio insieme di decadenza e di incuria. Le potenzialità turistiche vengono di conseguenza a ridursi drasticamente. Un costante impegno per migliorare il decoro urbano, sia negli interventi pubblici che in quelli privati, dovrebbe invece costituire una finalità primaria per un paese come il nostro, situato in un comprensorio a vocazione turistica. Un impegno che però si rileva solo sporadicamente.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione, che per noi riguarda  Cerqueto, ha in effetti una valenza ben più generale e coinvolge, in modo più o meno marcato,  tutti i paesi del nostro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni intervento, ad esempio, che includa anche lavori che modificano l’aspetto esteriore delle abitazioni, andrebbe attentamente vagliato dagli uffici comunali appositi e non lasciato, come spesso accade, alla sensibilità del singolo! Spesso sembra che molti richiami doverosi ed evidenti vengano subordinati alle convenienze elettorali o ad una erronea idea di “vivere e lasciar vivere” per non urtare i proprietari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che non abbiamo mai prestato grande attenzione a tale tematica e gli esempi sono sotto  gli occhi di tutti. Molti degli interventi pubblici e privati realizzati negli anni, hanno alterato l’antica fisionomia del paese, imperniata su case in pietra calcarea e strade in selciato, sempre in pietra, un insieme coerente e monocolore di materiali, come testimoniano le foto d’epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda gli edifici privati, sono diverse le cause che hanno generato l’odierno scenario e non tutte rimandano a mancanze o ad inadempienze di noi abitanti, anche se queste sono comunque consistenti. Il nostro paese ha avuto un grande sviluppo edile negli anni settanta, quando ancora esso presentava un numero apprezzabile di residenti, tale da indurre i suoi concittadini ad avere una prospettiva di conduzione della vita nel proprio luogo di origine e tale, nel contempo, da stimolare le famiglie che si erano trasferite lontano, a ristrutturare la dimora originaria per poterci tornare nei periodi di ferie. In quegli anni non c’era purtroppo la consapevolezza di quanto importante fosse lo stile delle abitazioni, anzi questo veniva visto come qualcosa di futile e secondario rispetto alla parte strutturale.  Così intonaci in cemento e derivati, alluminio (per gli infissi), eternit, cortina e plastica, furono massicciamente utilizzati, tenendo in scarsissima considerazione l’estetica della parte esteriore. Dalla seconda metà degli anni ’80, il paese ha però subito una notevole involuzione, che si è riflessa sulla sporadicità di nuove costruzioni e sul logico degrado dei materiali di molte di quelle costruite negli anni ’70 ed ora quasi abbandonate, perché poco utilizzate dai proprietari non residenti. Oltretutto, solo alcune delle poche costruzioni realizzate in questi anni, rispettano i dettami di utilizzare forme, materiali e colori appropriati. L’insieme che ne consegue, come detto, è poco armonico e poco ordinato. Del resto il Piano Regolatore risale al 1977! Nel frattempo sono stati sperimentati altri materiali edili, altri colori ed altri metodi di costruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente, neppure gli interventi pubblici hanno rispettato il contesto ambientale: lungo le vie, molti muri di contenimento sono stati lasciati in cemento; l’acciottolato preesistente (che poteva essere in parte recuperato o rimpiazzato con materiali affini) è stato sostituito con l’asfalto o con materiali (porfido grigio, pietra serena arenaria ecc.) non certo adatti al nostro paese, che è invece situato in un territorio di natura calcarea; l’illuminazione pubblica in più zone è stata realizzata tramite pali di sostegno in acciaio (attualmente ricoperti oltretutto di ruggine) adatti più che altro alle vie di scorrimento di una città, piuttosto che ad un paese di montagna; alcune delle opere realizzate danno l’impressione (o effettivamente lo sono) di incompiutezza; in certi interventi sono stati utilizzati coppi moderni e grondaie zincate piuttosto che in rame (come per l’ex edificio scolastico o lo stabile messo in sicurezza lungo la strada principale del Piano) e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è sicuramente facile adesso riconquistare un equilibrio architettonico cancellato nell’arco di quarant’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’inversione di tendenza la si potrebbe ottenere solo se si riuscisse a cambiare radicalmente metodo operativo cominciando a ripensare il paese, le sue abitazioni, il suo arredo urbano e l’ambiente circostante come qualcosa da trattare con attenzione e rispetto facendo osservare sul serio ed in modo coerente il regolamento edilizio. E’ indispensabile recuperare per quanto possibile il suo quasi dissolto spirito originario e naturale di paese di montagna, concepire che la bellezza e l’armonia dell’abitato siano non qualcosa di superfluo, ma piuttosto qualcosa di ben più concreto e tangibile, che influiscono non solo sul pur importante appagamento della vista, ma anche e direttamente sulla stabilità e resistenza del paese stesso nel tempo presente e, non ultimi, nelle tasche degli abitanti e nella qualità della loro vita, considerato che tutto il borgo verrebbe rivalutato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sarebbe bisogno, a mio parere, di agire su due piani, distinti ma complementari. Il primo consiste nel completare o migliorare le infrastrutture e l’arredo urbano, così da rendere più accogliente l’intero abitato. Al presente non c’è uno spazio pubblico di cui si possa dire non necessiti di alcun intervento migliorativo: dal Castello fino al Casale e al Piano, sarebbero numerose le opere necessarie per un recupero architettonico. Lo stesso ingresso al borgo, che costituisce per il visitatore il primo impatto percettivo con il centro abitato, dovrebbe essere completamente sistemato, recuperando sia l’area non asfaltata in fondo allo slargo dove si fermano i pullman, sia le opere murarie in cemento, che conducono fino alla piazza e che sono da rivestire in pietra locale, sia la piazza stessa. Pochi mesi fa, per comparazione, è stato completato, con una spesa consistente, il recupero degli ingressi a Fano Adriano. <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Cerqueto-visto-dai-cucurumpizzi.jpg"><img class="alignright" title="Cerqueto visto  dai Cucurumpizzi Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Cerqueto-visto-dai-cucurumpizzi-300x222.jpg" alt="" width="311" height="246" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Anche gli arredi, come panchine, lampioni, ringhiere, vasi di fiori, sono importanti. Attualmente si nota un disordinato assortimento di varie tipologie di panchina. In ferro, in ghisa, in legno o ricavate dalle travi di quercia, in diversi punti mischiate una con l’altra. Allo stesso modo sono state utilizzate diverse tipologie di lampioni o di ringhiere. Arredi acquistati e collocati in anni e periodi differenti, senza nessuna direttiva a monte a chiarire cosa fosse adeguato e cosa no per il contesto nel quale sarebbero stati sistemati. Manca in pratica una continuità urbanistica che invece rappresenta uno dei cardini per la valorizzazione di un borgo. I lampioni posizionati nelle vie periferiche sono, come detto, in acciaio e pieni di ruggine (saltano agli occhi quelli che vanno dal Rione Colle al Rione Castello). Se non ci sono fondi per cambiarli, dovrebbero essere almeno riverniciati! Come sarebbero da riverniciare le panchine ed i cassonetti in legno.  Particolare importanza ha pure una buona pulizia all’interno del paese, curando ognuno la pulizia all’esterno delle proprie abitazioni ed il Comune lungo le vie.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro piano consiste nel promuovere la realizzazione di strutture in grado di riqualificare il luogo e di rendere interessante la visita al paese anche dal punto di vista  paesaggistico, oltre che grazie alle  potenzialità offerte dall’auspicata valorizzazione culturale delle tradizioni. Alcuni esempi sono le opere di abbellimento, quali l’installazione di fontane o opere d’arte, in luoghi appropriati. L’illuminazione artistica di punti notevoli (iniziata dalla pro loco con l’illuminazione della chiesa e del monumento ai caduti e non completata per i pochi fondi, ma ci sono altri punti che potrebbero essere valorizzati). Poi il recupero dei sentieri all’esterno del paese, come potrebbero essere la passeggiate fino alle “Plaje”, lungo la strada che porta ai Canili, o fino a Rio Ferroni,  tramite installazione di panchine, acqua ed illuminazione pubblica, così da poterci andare anche nelle sere estive. Importante sarebbe pure la realizzazione di sentieri dedicati, come il “percorso botanico” (un ampio assortimento di alberi, siepi e piante da piantumare lungo un tracciato specifico), o come il sistema integrato di percorsi tematici lungo i sentieri del presepe vivente (progetto presentato alcuni anni fa dalla pro loco), con strutture in pietra locale (aventi una duplice valenza, scenografica per il presepe e turistica), e con aree di sosta attrezzate, rendendo fruibile ai visitatori, in qualsiasi periodo dell’anno, tutta la bellezza di questa area boschiva,  o ancora, l’area attrezzata per camper, da realizzare nel vecchio campo sportivo, e così via. </p>
<p style="text-align: justify;">Sono piccole cose se considerate singolarmente, ma acquistano un notevole valore quando inserite in un contesto che offre la scelta di molteplici itinerari.</p>
<p style="text-align: justify;">In un paese strutturato con queste caratteristiche, pulito, ordinato, con un tessuto urbanistico rispettoso del contesto ambientale e storico e con un’offerta culturale fondata sulle sue risorse naturali e sulla sua tradizione, si potrebbero creare  opportunità oggi neppure prese in considerazione.                                               </p>
<p>                                                                                                                                                                                                            <em>   Angelo Mastrodascio</em></p>
<p style="text-align: justify;">. <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Cerqueto-visto-dai-cucurumpizzi.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>La fine di un dittatore</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mustapha Baztami</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente si sono conclusi 42 anni di dittatura spietata. Il colonnello che ha sottomesso il suo popolo per anni, che si è sporcato le mani col sangue di migliaia di innocenti, è arrivato al capolinea. Era un uomo che si qualificava re dei re in Africa. Il rivoluzionario antipatico e nello stesso tempo amico dell’occidente.Si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/la-tenda-di-Gheddafi-durante-il-G8-LAquila-2010.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/la-tenda-di-Gheddafi-durante-il-G8-LAquila-2010.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/la-tenda-di-Gheddafi-durante-il-G8-LAquila-2010.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/la-tenda-di-Gheddafi-durante-il-G8-LAquila-2010.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5575" title="La tenda di Gheddafi durante il G8 - L'Aquila 2010" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/la-tenda-di-Gheddafi-durante-il-G8-LAquila-2010-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a>Finalmente si sono conclusi 42 anni di dittatura spietata. Il colonnello che ha sottomesso il suo popolo per anni, che si è sporcato le mani col sangue di migliaia di innocenti, è arrivato al capolinea. <span id="more-5506"></span>Era un uomo che si qualificava re dei re in Africa. Il rivoluzionario antipatico e nello stesso tempo amico dell’occidente.Si rendeva ridicolo col suo modo di presentarsi, con la sua tenda che  portava con sé in giro per il mondo, ma era ben accolto perché riempiva le banche occidentali con i suoi petrodollari. <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/la-tenda-di-Gheddafi-durante-il-G8-LAquila-2010.jpg"></a>Non era allora considerato come dittatore, né ci si preoccupava degli elementari diritti umani da lui violati in patria. Erano più importanti i soldi che investiva in Europa, nonostante tutti fossero a conoscenza che questi erano soldi sottratti illegalmente al popolo libico. Il risveglio tanto atteso dei popoli arabi, l’arrivo prematuro di una primavera che ha prodotto una contagiosa voglia di libertà in tutta l’area, ma soprattutto il continuo digradarsi delle condizioni di vita, hanno scosso pesantemente il regime totalitario libico affrettando così la sua fine, e speriamo che non sia l’ultimo ad essere spazzato via.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo lungo corso, la Storia ha visto nascere diversi personaggi come il colonnello, e anche a questi si fa cenno in due versetti del Corano che recita: <em>“E non credere che Dio sia disattento a quello che fanno gli iniqui. Concede loro una dilazione fino al Giorno in cui i loro sguardi saranno sbarrati. Verranno umiliati, la testa immobile, gli occhi fissi, il cuore smarrito.” (Abramo 14, 42-43)</em>. Se i dittatori arabi fossero davvero dei buoni musulmani, come pretendono, avrebbero letto i sopraccitati versetti. Cosa che sicuramente li avrebbe invitati ad una lunga e profonda riflessione. Ma, a quanto pare, non l’hanno mai fatto, e ammesso che un giorno abbiano avuto l’occasione di leggerli, dubito che li abbiano capiti. In realtà non serve essere dotati di chi sa quale grado di intelligenza per trarre delle utili lezioni dalla Storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrerebbe che chiunque in quell’area, quando accede al potere, concepisca nel cervello l’idea assurda di essere diventato il possessore eterno dell’intera sua nazione. Tutti i dittatori, in qualsiasi parte del pianeta, hanno sempre fatto una brutta fine, e al termine della loro sciagurata carriera sono stati umiliati. Quelli che riescono in qualche modo a sfuggire ai rivoltosi, se la stanno vedendo con delle malattie incurabili. Situazioni in cui potere militare e soldi non servono assolutamente a nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/libia_camper_dimavv_31.jpg"><img class="size-medium wp-image-5574 alignleft" title="Il culto dell'immagine nella Libia di Gheddafi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/libia_camper_dimavv_31-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente il colonnello contava sull’appoggio degli amici occidentali, ma questi sono stati i primi a scaricarlo, anzi ad attaccarlo. Non aveva capito il colonnello che, quando si tratta di salvaguardare certi interessi economici, non si guarda in faccia nessuno. Sarà vera l’ipotesi secondo la quale l’ex amico libico era diventato una minaccia per determinati interessi e quindi doveva essere eliminato? O che il nuovo ordine mondiale aveva bisogno di un nuovo agnello da sacrificare dopo quello iracheno? Sta di fatto che, nonostante ai combattenti del Consiglio Nazionale di Transizione libico fossero stati impartiti precisi ordini, ossia di catturare il colonnello vivo e portarlo davanti ad un tribunale libico. Qualcuno (forse un agente occidentale infiltrato?) avrebbe disobbedito agli ordini e avrebbe sparato per uccidere il rais. Il motivo è chiaro: farlo tacere per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta naturalmente solo di una semplice e sintetica lettura degli ultimi avvenimenti legati alla faccenda libica. Chiaramente c’è chi la pensa in modo diverso, ma come sempre, sarà la storia a dire l’ultima parola. Prima o poi spunterà qualcosa di simile a Wikileaks, che manderà in giro documenti top secret per dire al mondo come sono andate veramente le cose.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Mustapha Baztami</em></p>
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		<title>Il vescovo visita la nostra parrocchia</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Bianchini</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 24 ottobre il nostro paese è stato onorato dalla visita del Vescovo, Monsignor Michele Seccia. La visita rientra nell’ambito degli incontri pastorali che il Vescovo compie presso le diverse parrocchie della Diocesi. E’ arrivato a Cerqueto verso le quattro del pomeriggio e qui è stato accolto da don Filippo, don Telesforo e don Nicola, insieme al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/don-Filippo-Mons.-Seccia-e-donTelesforo-durante-la-celebrazione-religiosa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5560" title="Don Filippo, Mons. Seccia e Don Telesforo durante la celebrazione religiosa - Ph. Chiara Marini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/don-Filippo-Mons.-Seccia-e-donTelesforo-durante-la-celebrazione-religiosa-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sabato 24 ottobre il nostro paese è stato onorato dalla visita del Vescovo, Monsignor Michele Seccia. La visita rientra nell’ambito degli incontri pastorali che il Vescovo compie presso le diverse parrocchie della Diocesi. <span style="text-align: -webkit-auto;">E’ arrivato a Cerqueto verso le quattro del pomeriggio e qui è stato accolto da don Filippo, don Telesforo e don Nicola, insieme al sindaco Adolfo Moriconi e a tutta la cittadinanza. Dopo i saluti di rito da parte di don Filippo e del sindaco, il vescovo ha celebrato la Santa Messa.<span id="more-5621"></span><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;">Terminata la funzione religiosa, Mons. Michele Seccia si è ritirato in sacrestia, per accogliere ed ascoltare chiunque avesse voluto porgli questioni inerenti la fede o relative alle problematiche della parrocchia.<br />
<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Rinfresco-al-circolo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5563" title="Rinfresco al circolo - Ph. Chiara Marini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Rinfresco-al-circolo-300x158.jpg" alt="" width="300" height="158" /></a>All’interno della sala abbiamo anche esposto il quadro “la natività” che Julio Padrino ha dipinto per il prossimo presepe vivente. Il vescovo l’ha notato ed ha subito riconosciuto lo stile di Julio, il quale ha <span style="text-align: justify;">realizzato anche un grande ritratto, </span>ora esposto in vescovato, di Mons. Seccia. Ne abbiamo approfittato per invitarlo alla rappresentazione del presepe per la sera del 26 dicembre alle problematiche della parrocchia. Infine ci siamo recati tutti al circolo per un piccolo e veloce rinfresco.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Il-Vescovo-Vincenzo-e-Giovannijpg.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5562" title="Il Vescovo, Vincenzo e Giovanni - Ph. Chiara Marini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Il-Vescovo-Vincenzo-e-Giovannijpg-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ci ha promesso che se avesse trovato il tempo dopo aver partecipato ad un importante incontro a Notaresco, a cui ha già risposto in modo affermativo, sarebbe sicuramente venuto. Le canzoni cerquetane, intonate al suono tradizionale dell’organetto, hanno concluso in modo piacevole e simpatico questa importante visita al nostro paese, nella quale il vescovo si è dimostrato persona cordiale e disponibile all’ascolto.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giuseppe Bianchini</em></p>
<p style="text-align: right;">
]]></content:encoded>
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		<title>Ritorna il Presepe Vivente a Cerqueto</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/ritorna-il-presepe-vivente-a-cerqueto/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua a Cerqueto come ogni anno la tradizione del Presepe Vivente del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Il 26 dicembre 2011  alle 18:30 si potrà assistere alla quarantacinquesima edizione della sacra rappresentazione. Ad organizzare il tutto la Proloco di Cerqueto com’è nella tradizione e nei cromosomi del popolo cerquetano. Il presepe si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/erica.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5673" title="26/12/2010 Erica, Davide e Francesco dopo la rappresentazione - Ph. Gianluca Pisciaroli" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/erica-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Continua a <strong>Cerqueto</strong><span style="text-align: justify;"> come ogni anno la tradizione del </span><strong>Presepe Vivente </strong><span style="text-align: justify;">del</span><strong> </strong><span style="text-align: justify;">Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Il </span><strong>26 dicembre 2011  alle 18:30</strong><span style="text-align: justify;"> si potrà assistere alla quarantacinquesima edizione della sacra rappresentazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Ad organizzare il tutto la Proloco di Cerqueto com’è nella tradizione e nei cromosomi del popolo cerquetano. <span id="more-5485"></span>Il presepe si realizza però anche grazie agli oltre 150 figuranti, che con dedizione, tanta pazienza e soprattutto cuore, ci accolgono riproponendo le tappe più significative della storia dell’uomo secondo il Vecchio ed il Nuovo Testamento. Calati in una magica atmosfera senza tempo, i cerquetani daranno vita ad un evento  degno di essere vissuto. Ad interpretare la Madonna sarà Manola Pisciaroli e la sua piccola Giulia  sarà Gesù Bambino.  S. Giuseppe sarà interpretato  da Francesco Pisciaroli. Una scenografia spettacolare, un ottimo gioco di luci, unitamente alla suggestione e alla bellezza naturale del paesaggio, rendono questa manifestazione oltre che unica, imperdibile.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/presepe-2010-1531.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5672" title="Presepe 2010 - operazioni di smontaggio - Giorgio, Piero, Berardo, Giuseppe, Pino" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/presepe-2010-1531-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quali saranno le novità di questa edizione? Dopo il &#8220;ponte luminoso&#8221;  che ha unito l’anno scorso Cerqueto a  Poggio Umbricchio,  quasi a svelare  attraverso lo straordinario miracolo della vita, la natività, il valore e la bellezza della vita e della solidarietà anche tra questi monti, che cosa ci riserverà quest’anno<strong>? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le idee non mancano purtroppo i finanziamenti sì. Questo mi è stato risposto aggiungendo che ci si deve attivare in tutti i modi per trovare una soluzione di uscita dall’émpasse economica<strong>. </strong>E’  necessario per questo l’impegno e il contributo di tutti, perché solo con lo sforzo di tutti possiamo riuscire a conservare una delle più antiche e sentite tradizioni del nostro paese. Il Presepe è di tutti e tutti ci dobbiamo  impegnare per difenderlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/presepe-2010-1531.jpg"></a>E&#8217;  un evento con forte connotazione culturale, ambientale e sociale e con questi elementi distintivi dovremmo trovare il modo di far comprendere alle nostre istituzioni l&#8217;importanza di difendere una manifestazione che ha una formula quasi unica nel panorama nazionale.  <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Immagine-2401.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5671" title="Particolare del quadro di comando delle luci - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Immagine-2401-300x270.jpg" alt="" width="300" height="270" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Accogliamo allora l&#8217;invito  del giornalista Giovanni Lattanzi,  che su Cultura in Abruzzo così scrive   <strong>“Il suggerimento è quello di andare il prossimo 26 dicembre a Cerqueto, sui monti teramani, per vedere come si fa (e soprattutto come si migliora nel corso degli anni) un vero presepe vivente. Quella di quest’anno</strong> <strong> a Cerqueto è stata una edizione che, nonostante la pioggia e il freddo, ha davvero emozionato i cuori: capolavoro di scenografia e regia, organizzazione perfetta e</strong> <strong>grandiosa&#8221;.</strong>  L’’articolo completo si può leggere sul sito http://culturainabruzzo.it                   </p>
<p style="text-align: justify;"><em>                                                                                                                           Adina Di Cesare</em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><em><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/CerquetoDicembre2010_Presepe_002_26122010.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6252" title="Presepe 2010 - La Creazione - Ph. Francesco Fotia" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/CerquetoDicembre2010_Presepe_002_26122010-300x89.jpg" alt="" width="300" height="89" /></a><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La Natività dell&#8217;artista Julio Padrino</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/la-nativita-dellartista-julio-padrino/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Conosco Julio Padrino da alcuni anni e quello che mi ha colpito fin da subito della sua produzione artistica è la grande tecnica e la cura dei minimi particolari che si evidenziano nella riproduzione dei soggetti. Per questo ho pensato di proporlo alla Pro Loco per la realizzazione del dipinto relativo alla 45a rappresentazione del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/natività.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5633" title="&quot;Natività&quot; Julio Padrino - olio su tela 50x40 " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/natività-300x236.jpg" alt="" width="300" height="236" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Conosco Julio Padrino da alcuni anni e quello che mi ha colpito fin da subito della sua produzione artistica è la grande tecnica e la cura dei minimi particolari che si evidenziano nella riproduzione dei soggetti. Per questo ho pensato di proporlo alla Pro Loco per la realizzazione del dipinto relativo alla 45a<sup> </sup>rappresentazione del presepe vivente di Cerqueto.<span id="more-5323"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L’opera che ha realizzato, (olio su tela, 50&#215;40 cm)  rispecchia pienamente il suo modo di intendere la pittura. La Natività è raccontata in modo semplice ed immediato, con i tre protagonisti in primo piano: sopra un giaciglio, che sembra essere ricavato nella roccia della grotta usata come rifugio; e la madre, adagiata, con il bambino tra le braccia e con gli occhi rivolti verso Giuseppe. Gli sguardi dei due sembrano cercare sia incoraggiamento reciproco che condivisione della gioia,  come se fossero consapevoli dell’unicità dell’evento. L’opera comunica la positività verso la vita acquisita attraverso la nascita del Salvatore. Nella sua semplicità, il dipinto sembra quasi una foto o una scena di un film, con un carattere essenzialmente narrativo. Il simbolismo è invece racchiuso nell’eterea luce diretta sul bambino, un segno del miracolo della nascita.</p>
<p style="text-align: justify;">In quest’opera si può notare l’attenzione prestata ai particolari, dalla raffigurazione dei radi capelli del bambino  alle vesti consunte di Maria e Giuseppe. Questa, come detto, è una caratteristica di Julio, che recentemente, in modo magistrale, ha realizzato nel vescovado di Teramo i ritratti degli ultimi tre vescovi. Allo stesso modo, alcuni affreschi che ha dipinto all’interno della sua casa e c<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Mons.-seccia-.jpg"><img class="size-medium wp-image-6481 alignright" title="Ritratto del vescovo Mons. Michele Seccia realizzato da Julio Padrino ed esposto nel vescovado di Teramo" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Mons.-seccia--255x300.jpg" alt="" width="255" height="300" /></a>he ho avuto modo di apprezzare, colpiscono istantaneamente lo sguardo per la loro meticolosa precisione e l’accurata scelta dei colori.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni di questi sembrano finestre aperte sulle pareti della casa, dove i colori naturali e la moltitudine di oggetti decorati a mano rimandano alle origini latino-americane dell’artista.<br />
Julio è infatti nato in Venezuela ed ha iniziato a disegnare all&#8217;età di circa quattro anni, negli anni è riuscito a sviluppare, usando quasi tutte le tecniche, olio su tela, acquerello, carboncino, restauro, con la stessa cura dei particolari e con la stessa meticolosità, tutte le sue opere. Mi lega a lui ormai una profonda stima ed amicizia. Mi piace chiamarlo Maestro perché, senza retorica e senza peccare di presunzione, può essere considerato tale sperando che con la umiltà e la semplicità che lo contraddistingue possa continuare a regalarci emozioni ogni qualvolta si metta davanti ad un cavalletto a dipingere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Franco Villani</em></p>
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		<title>Un Planetario al Circolo</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Mastrodascio</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[.. In queste sere autunnali il circolo è quasi sempre semivuoto e noi pochi che a turno ci ritroviamo lì, giochiamo a carte, oppure guardiamo qualche programma televisivo o leggiamo qualche rivista al tepore generato dalla stufa. In questa tranquilla, a volte annoiata ed altre volte un pò malinconica, monotonia, è stata accolta più che positivamente l’attività proposta da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/planetario.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/planetario.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5797" title="Il planetario in costruzione" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/planetario-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a><span style="color: #ffffff;">.. </span>In queste sere autunnali il circolo è quasi sempre semivuoto e noi pochi che a turno ci ritroviamo lì, giochiamo a carte, oppure guardiamo qualche programma televisivo o leggiamo qualche rivista al tepore generato dalla stufa. In questa tranquilla, a volte annoiata ed altre volte un pò malinconica, monotonia, è stata accolta più che positivamente l’attività proposta da Lino Bianchini per la realizzazione di un planetario, cioè un modello meccanico del Sistema Solare, costruito tramite complesse combinazioni di ingranaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span id="more-5358"></span>Poco meno di un anno fa, Lino iniziò una raccolta di circa 50 fascicoli, con uscita a scadenza settimanale, comprendenti ognuno una rivista con argomenti di astronomia e pezzi meccanici (viti, ruote dentate, pianeti, ecc.) necessari per comporre il planetario. Nella sua indole da mecenate e come cultore dell’astronomia, ebbe poi l’idea di consegnare a noi i fascicoli già raccolti, con lo scopo di suscitare, soprattutto nelle nuove generazioni, un po’ dell’interesse e della passione che lui ha per questi argomenti. Ad oggi abbiamo assemblato i primi 33 fascicoli. ll sistema si basa sul modello eliocentrico e utilizza un meccanismo ad orologeria. Bisogna dire che all’indifferenza ed alle difficoltà iniziali è subentrata la curiosità e la soddisfazione nel vedere pian piano, nella mescolanza di minuscole viti, di innumerevoli ruote dentate, dadi, chiavette a brucola e piccoli giravite,   formarsi il planetario, con il Sole al centro e Mercurio, Venere, la Terra e gli altri pianeti ognuno nella propria orbita. La rotazione di uno provoca anche quella di tutti gli altri, ognuno col proprio periodo di rivoluzione intorno al Sole. I pianeti più lontani dal Sole si spostano  come è noto più lentamente rispetto a quelli più vicini. Anche le ragazze si sono appassionate a questa lenta costruzione e spesso danno una mano. Al momento siamo arrivati fino a Urano! Mancano ancora Nettuno, Plutone ed Eris e infine il motore elettrico da collegare all’asse centrale, per dar vita a tutto il movimento del meccanismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Posizionato l’ultimo elemento, realizzeremo un mobiletto in legno, con il planetario fissato sulla superficie superiore e con tutti i fascicoli posti in un cassetto aperto situato inferiormente. In questo modo rimarrà esposto al circolo, così che chiunque possa, con un po’ di impegno, comprendere il Sistema nel quale viviamo. Il moto preciso degli ingranaggi riprodurrà fedelmente quello reale dei pianeti. Il valore didattico risiederà nel fatto che osservando i pianeti muoversi nel planetario, si comprenderanno in modo più immediato i rapporti che legano i corpi celesti tra loro, più che studiando le complesse formule matematiche che ne descrivono il movimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/DSC084161.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/DSC084161.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/DSC084161.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/DSC084161.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5365" title="Il planetario non ancora completato" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/DSC084161-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a> Una volta azionato il meccanismo, la processione dei pianeti attorno al Sole avrà inizio con il moto di rivoluzione di ciascun pianeta, che segna la durata di un anno su quei “mondi”.   Grazie al planetario, sarà possibile osservare anche l’alternarsi del giorno e della notte, il trascorrere delle stagioni ed il fenomeno delle eclissi lunari e solari. Risulterà pure più facile individuare la posizione dei pianeti sulla volta celeste, distinguendoli facilmente dagli altri astri del cielo stellato. Occorre però adottare degli accorgimenti ben precisi per rendere più celere tale individuazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Una particolarità che distingue un pianeta da una stella risiede nelle caratteristiche della luce emessa: quella di un pianeta è una luce fissa, senza variazioni di intensità o tremolii, perché non brilla di luce propria ma di luce riflessa,   mentre quella emessa dalle stelle è oscillante ed instabile perché emessa direttamente dall’astro. E’ necessario anche conoscere a grandi linee la zona del cielo dove cercare un determinato pianeta.  Ad esempio, i pianeti Mercurio e Venere, chiamati anche pianeti “interni” perché si trovano tra la Terra e il Sole, si possono osservare solo ad est prima del sorgere del Sole oppure ad ovest dopo il tramonto, quindi è inutile cercarli in altre aree del cielo. Ovviamente, quando uno di questi pianeti sarà visibile ad est prima dell’aurora di sicuro non si mostrerà ad ovest la sera.  Per quanto concerne il pianeta Mercurio, si segnala una particolare difficoltà per individuarlo sulla volta celeste, sia perché molto piccolo sia perché molto vicino al Sole; per questi motivi sarà visibile solo per pochi giorni l’anno e in condizioni ambientali particolari (cielo terso e lontano da qualsiasi sorgente luminosa). Gli altri  tre pianeti visibili ad occhio nudo, cioè Marte, Giove e Saturno, definiti invece “pianeti esterni” perché ruotano su orbite esterne a quella della Terra, si muovono  su un fascia di cielo che va da est ad ovest passando per il sud e possono avere una altezza variabile rispetto all’orizzonte, comunque sia, alle ns. latitudini non raggiungeranno mai lo zenit.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre inoltre evidenziare che sempre alle nostre latitudini nessun pianeta è visibile in direzione nord.<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/I07-02-SolarSystem.jpg"><img class="size-medium wp-image-6455 alignright" title="rappresentazione del Sistema Solare" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/I07-02-SolarSystem-300x235.jpg" alt="" width="401" height="314" /></a>E’ opportuno conoscere anche il colore del pianeta e la sua grandezza apparente,  cioè come viene visto dalla Terra. Venere è apparentemente l’astro più grande dopo il Sole e la Luna, è molto luminoso e il suo colore è un bianco candido, ad occhio nudo sembra un disco pieno, ma in realtà del pianeta viene illuminata solo una parte a forma di falce, più o meno grande a seconda della sua posizione rispetto al Sole. Anche l’illuminazione solare di Mercurio è simile a quella di Venere ma, come ho sopra esposto, il pianeta brilla di una luce debole, quindi è difficilmente individuabile nel cielo; il suo colore è un bianco tenue tendente all’argento. Giove, che ha dimensioni tali da risultare molto più grande di tutti pianeti del sistema solare messi insieme, visto dalla Terra risulta più piccolo di Venere, ma quando è in opposizione e il suo disco viene illuminato completamente dal Sole raggiunge quasi la grandezza e lo splendore di Venere;  ha un colore giallastro. La grandezza effettiva di Saturno è tale da superare quella complessiva di tutti i pianeti, ovviamente senza considerare Giove, ma la sua notevole distanza dalla Terra lo fa apparire più piccolo sia di Giove che di Venere; il suo colore è paragonabile ad un grigio chiaro. Infine Marte, che appare come un disco rosso ruggine per via del colore delle sue rocce; benché di piccole dimensioni, quando si trova in opposizione al Sole raggiunge una consistente luminosità e si presenta più grande di Saturno, anche perché non è molto distante dalla Terra.   Splendidi sono i colori dei due pianeti che orbitano oltre Saturno perché le loro sfere sono completamente avvolte da gas: Urano è di colore verde mentre l’azzurro è il colore di Nettuno, ma questi pianeti non li possiamo osservare ad occhio nudo per via dell’enorme distanza dalla nostra Terra (circa 2,7 miliardi di km per Urano e circa 4,3 miliardi di km per Nettuno). Plutone, distante circa 6 miliardi di km dalla Terra è talmente piccolo che, da qualche anno, non è più considerato un pianeta; il suo colore è grigio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da ragazzo ero curioso di questi temi e la proposta della costruzione del planetario da parte di Lino ha risvegliato in me un pò di interesse per l&#8217;astronomia, che è la  più affascinante delle scienze, perché lega e contrappone la razionalità scientifica e matematica all&#8217;indeterminata e incommensurabile estensione dell&#8217;Universo.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Angelo Mastrodascio</em></p>
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		<title>Chë  ví  strulachènnë?</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/salviamo-il-nostro-dialetto/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Bianchini</dc:creator>
				<category><![CDATA[. . Salviamo il nostro dialetto]]></category>
		<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Stummülàusë “Quantë sí stummülàusë!” Dicesi di persona particolarmente sofisticata e pretenziosa. Spesso utilizzata a tavola quando si vuol rimproverare a qualcuno il rifiuto di una portata perché, ad esempio, sente appena  un aroma non gradito. Strulachènnë “Chë ví strulachènnë?” Si usa questa espressione quando si vuole rimproverare a qualcuno l’eccessiva curiosità nei confronti di una situazione, interpellando più persone con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Stummülàusë</strong></p>
<div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/communication2.jpg"></a></em><em><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/communication2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5502" title="Due cerquetani comunicano" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/communication2-300x176.jpg" alt="" width="300" height="176" /></a></em><em>“Quantë sí <span style="color: #000000;">stummülàusë!</span>”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dicesi di persona particolarmente sofisticata e pretenziosa. Spesso utilizzata a tavola quando si vuol rimproverare a qualcuno il rifiuto di una portata perché, ad esempio, sente appena  un aroma non gradito.<span id="more-5175"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Strulachènnë</strong></p>
<div style="text-align: justify;">
<p><em>“Chë ví strulachènnë?”</em></p>
<div>
<p>Si usa questa espressione quando si vuole rimproverare a qualcuno l’eccessiva curiosità nei confronti di una situazione, interpellando più persone con invadenza. Oppure è riferito ad una persona che, invece di impegnarsi in una determinata attività,  cerca di stare pretestuosamente lontano dal posto in cui dovrebbe operare.</p>
</div>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trippacottë</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Faccë comë Trippacottë”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Termine che richiama alla memoria un personaggio immaginario la cui peculiarità è quella di tendere a mangiare tutto e subito senza preoccuparsi di rimanere privo di provvigioni. Spesso utilizzata quando, giocando a carte,  si calano subito tutte le carte vincenti (&#8220;mó faccë comë” trippacottë&#8221;) con il rischio che, una volta esaurite, non si ha più la possibilità di rientrare in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tr0ccapollë</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Chi è sù troccapollë?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Appellativo che si attribuisce a una persona molto corpulenta e lenta. L’origine di questo vocabolo  deriva dalla storpiatura della espressione  inglese <em>truck/tractor pulling</em> sicuramente coniato dai primi emigranti cerquetani in America. Lo  sport che consiste in una gara di trattori, con motore modificato per trainare pesi eccessivi, era molto diffuso già alla fine dell&#8217;800 in America quando gli agricoltori si sfidavano trainando  carichi di grandi dimensioni ( in genere fieno)  per vantare la forza del loro cavalli.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giuseppe Bianchini</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cïlizzïjë </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Indumento molto brutto e vecchio. Ricorda per il significato e per il suono una parola molto più ricca di storia,  di usi… e di macabro. Il cilicio, infatti, era una cinghia o una corda ruvida  dura e  fastidiosa, dolorosa che, portata di giorno e di notte sulla pelle nuda, produceva piaghe e ferite che davano dolori lancinanti. Era una pratica in uso nel Medioevo per espiare i propri peccati patendo le sofferenze di Gesù.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti ricordano il cilicio che indossava la bella moglie di Jacopone da Todi scoperto solo dopo la morte della stessa, precipitata da un pavimento, durante una festa. Il dramma fu tanto grande che Jacopone si fece frate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Arr&#8217;ntratë  &#8217;ncïcïlorë</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È rientrata nelle grazie di qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">La parola <em>cïcïlorë </em> richiama alla mente la gloria, il trionfo, la visibilità, la sedia gestatoria del Papa. E’ un’espressione bellissima per spiegare un po’ maliziosamente che si è rientrati nel clan, in un contesto amicale o familiare, da cui ci si era allontanati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lu tecchië  arr&#8217;trovë  lu parecchië </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lu tecchië </em>è la scheggia di legno che schizza dall’accetta mentre si taglia un tronco o si spezza la legna.<em> Lu parecchië </em>… indica  il suo simile, il suo pari, il suo uguale. Assomiglia molto al detto latino <em>“Similis cum similibus”, </em>ognuno con i propri simili.<br />
A Cerqueto ha un significato un po’ dispregiativo.  Si dice di un individuo non tanto perbene, che si associa ad uno come lui. Ma viene usato anche in senso positivo, per esempio  per indicare il rapporto che si crea tra  bambini che, pur non essendosi mai visti, si mettono a giocare d’amore e d’accordo, come amici di vecchia data.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maritë  e fijjë,  comë   Ddijë të li dà,  cuscí të li pijjë</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Marito e figli, come Dio te li dà, così te li pigli.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ evidente in questo proverbio il senso del FIAT VOLUNTAS TUA e implica una certa rassegnazione.  Ma tutte le mamme, non solo abruzzesi, cercano di tenere unita la famiglia e di migliorare, nei propri limiti e nelle proprie forze, tutti i componenti, dando esempio di laboriosità, di educazione nello svolgimento delle varie mansioni della vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rema Di Matteo</em></p>
</div>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Come scrivere il cerquetano?</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/come-scrivere-il-cerquetano/</link>
		<comments>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/come-scrivere-il-cerquetano/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:23:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. . Salviamo il nostro dialetto]]></category>

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		<description><![CDATA[Per i numerosi dialetti abruzzesi non esistono regole ortografiche precise, tale mancanza è dovuta al fatto che esistono pochissimi scritti letterari in questi dialetti.Il cerquetano strutturalmente è simile agli altri dialetti abruzzesi appartenenti al gruppo dell’area meridionale, che comprende l’Abruzzo adriatico (non l’Abruzzo Aquilano) insieme al Molise, la Puglia, (con esclusione del Salento), la Campania, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/peppinorid.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5772" title="Conversazione in cerquetano tra Egidio, Stanislao e Peppino - Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/peppinorid-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a>Per i numerosi dialetti abruzzesi non esistono regole ortografiche precise, tale mancanza è dovuta al fatto che esistono pochissimi scritti letterari in questi dialetti.Il cerquetano strutturalmente è simile agli altri dialetti abruzzesi appartenenti al gruppo dell’area meridionale, che comprende l’Abruzzo adriatico (non l’Abruzzo Aquilano) insieme al Molise, la Puglia, (con esclusione del Salento), la Campania, l’alta Calabria.<span id="more-5707"></span><br />
Il cerquetano, nonostante le somiglianze agli altri dialetti,  ha le sue peculiarità idiomatiche sia a livello lessicale sia, soprattutto, a livello fonetico e si distingue anche dai dialetti dei paesi limitrofi del teramano. Sono diversi il lessico, l’intonazione, il sistema vocalico. Per un cerquetano  il fanese è facilmente riconoscibile, così come sono facilmente riconoscibili il cuscianese, il montoriese, il pietracamelese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema fonetico cerquetano è assai più ricco dell´italiano standard, sia per le vocali che per le consonanti. Alle sette vocali dell&#8217;italiano standard,  in ambito orale, si aggiungono nel cerquetano  suoni vocalici tipici: <strong> å </strong>(che si pronuncia come o della parola inglese <em>bottle</em>), <strong>ï  ö   ë  ü</strong> (suoni indistinti  vicini rispettivamente alla<strong> i</strong>, alla <strong>o</strong>, alla <strong>e,</strong> alla <strong>u </strong>) nonché la sostanziale differenza tra vocale aperta e chiusa  e tra vocale breve e  lunga. In cerquetano abbiamo almeno  tredici  suoni vocalici diversi rappresentati dai seguenti grafemi:  <strong>à å </strong><strong>ë </strong><strong>è é     í ì ï   ó ò ö  ü ù</strong>. Dai profili estremamente labili,  in qualche caso la performance varia da persona a persona e ciò rende difficile alcune volte definire esattamente il suono vocalico giusto, come per esempio nel caso di pane abbiamo sia p<strong>å</strong>në sia p<strong>à</strong>në.</p>
<p style="text-align: justify;">Una differenza notevole è evidente tra parlanti più anziani e più giovani. La distinzione tra i diversi suoni vocalici è importante perché costituisce la differenza sufficiente ad <a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/cerquet.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5778" title="I cerquetani Peppino, Santino, Egidio, Carino e Benito conversano– Ph. Giovanni Leonardi " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/cerquet-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>individuare significati diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro grafema indispensabile è la semivocale <strong>j </strong>che si pronuncia come <strong> ll</strong> nella parola francese <strong>fille</strong> e sostituisce l’italiano <strong>gli</strong>.  Poi è necessario distinguere il suono intermedio <strong>sc</strong> da quello più deciso<strong> ssc.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza rinunciare ai caratteri distintivi del cerquetano, abbiamo cercato di semplificare le modalità adottate per la  trascrizione come si può vedere dalla seguente tabella riassuntiva. I suoni <strong>é / e,  í / i,  ó / 0,  ù / u ,</strong> molto simili,  verranno indicati  con i relativi accenti solo se necessario, altrimenti verranno utilizzati,  per comodità,  senza alcun accento.</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="103" valign="top">g<strong>rafema</strong></td>
<td width="317" valign="top"><strong>descrizione del suono corrispondente</strong></td>
<td width="127" valign="top"><strong>esempio</strong></td>
<td width="131" valign="top"><strong>italiano</p>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong></td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>à / a</strong></td>
<td width="317" valign="top">hanno suono anteriore aperto</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.1.mp3">c<strong>a</strong>së</a></td>
<td width="131" valign="top">casa</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>å</strong></td>
<td width="317" valign="top">suono anteriore leggermente più chiuso rispetto alla <strong>a </strong></td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.2.mp3">p<strong>å</strong>në</a></td>
<td width="131" valign="top">pane</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ë</strong></td>
<td style="text-align: justify;" width="317" valign="top">detto <strong>schwà,</strong> è un suono della vocale centrale, semiaperta,  neutro, indistinto, che ha la funzione importante di formare sillaba con la consonante che la precede; si trova indifferentemente nel mezzo o in fine della parola, mai all’inizio, e non è mai accentata</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.3.mp3">arriém<strong>ë</strong>c<strong>ë</strong>n<strong>ë</strong></a></td>
<td width="131" valign="top">andiamocene</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>è</strong></td>
<td width="317" valign="top">ha suono anteriore semiaperto</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.4.mp3"><strong>è</strong>cchë</a></td>
<td width="131" valign="top">qui</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>é /e</strong></td>
<td width="317" valign="top">hanno suono anteriore semichiuso</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.5.mp3">n<strong>é</strong> / v<strong>é</strong></a></td>
<td width="131" valign="top">noi /voi</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ï</strong></td>
<td width="317" valign="top">suono anteriore neutro e più chiuso rispetto alla ë</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.8.mp3">f<strong>ï</strong>nèstrë</a></td>
<td width="131" valign="top">finestra</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ì</strong></td>
<td width="317" valign="top">ha suono anteriore più chiuso e più lungo</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.6.mp3">f<strong>ì</strong>jjë</a></td>
<td width="131" valign="top">figlia</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>í / i</strong></td>
<td width="317" valign="top">hanno suono anteriore meno chiuso e più breve</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.7.mp3">stattë z<strong>í</strong>ttë</a></td>
<td width="131" valign="top">stai zitto</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ò</strong></td>
<td width="317" valign="top">ha suono posteriore semi-aperto</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.9.mp3">n<strong>ò</strong>ttë</a></td>
<td width="131" valign="top">notte</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ó /o</strong></td>
<td width="317" valign="top">hanno suono posteriore semi-chiuso</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/1.101.mp3"><strong>ó</strong></a></td>
<td width="131" valign="top">io</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ö</strong></td>
<td width="317" valign="top">ha suono posteriore indistinto, inesistente in italiano,  tra la<strong> e</strong> e la <strong>o,</strong> più vicino alla<strong> o</strong></td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/1.11.mp3"><strong>ö</strong>jjë  mammë</a></td>
<td width="131" valign="top">oh, mamma!</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ü</strong></td>
<td width="317" valign="top">ha suono posteriore indistinto, inesistente in italiano, tra la <strong>o </strong>e la<strong> u,</strong> più vicino alla<strong> u</strong></td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.121.mp3">cazz<strong>ü</strong>tte</a></td>
<td width="131" valign="top">cazzotto</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ù / u</strong></td>
<td width="317" valign="top">hanno suono posteriore, chiuso</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.12.mp3">r<strong>ù</strong>ppël<strong>u</strong></a></td>
<td width="131" valign="top">rompilo</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>j / jj</strong></td>
<td width="317" valign="top">semivocale anteriore, unito spesso ad altra vocale, sostituisce l’italiano gli, si raddoppia se preceduto da una vocale tonica</td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.13.mp3">pa<strong>j</strong>ìrë / pà<strong>jj</strong>ë</a></td>
<td width="131" valign="top">pagliaio / paglia</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>sc</strong></td>
<td width="317" valign="top">suono intermedio fra <strong>sc</strong> e <strong>c</strong></td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.14.mp3">cà<strong>sc</strong>ë</a></td>
<td width="131" valign="top">cacio</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="103" valign="top"><strong>ssc</strong></td>
<td width="317" valign="top">suono  deciso, corrispondente a<strong> ssc</strong></td>
<td width="127" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/1.15.mp3">cà<strong>ssc</strong>ë</a></td>
<td width="131" valign="top">cassa</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Caratteristica del cerquetano è anche la vicinanza di suoni vocalici che a volte formano dei dittonghi veri e propri. Eccone alcuni esempi:</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" align="left">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="241" valign="top"><strong>au</strong></td>
<td width="147" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/2.1.mp3">s<strong>àu</strong>lë</a></td>
<td width="259" valign="top">solo</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="241" valign="top"><strong>àj</strong></td>
<td width="147" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/2.2.mp3">s<strong>àj</strong>rë</a></td>
<td width="259" valign="top">ieri sera</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="241" valign="top"><strong>éu</strong></td>
<td width="147" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/2.3.mp3">s<strong>éu</strong>lë</a></td>
<td width="259" valign="top">soli</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="241" valign="top"><strong>ëj</strong></td>
<td width="147" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/2.4.mp3">n<strong>ëj</strong>rë</a></td>
<td width="259" valign="top">nero</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="241" valign="top"><strong>ua</strong></td>
<td width="147" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/2.5.mp3"><strong>ua</strong>ntìrë</a></td>
<td width="259" valign="top">guantiera, vassoio</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="241" valign="top"><strong>uó</strong></td>
<td width="147" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/2.6.mp3"><strong>uó</strong>jjë</a></td>
<td width="259" valign="top">oggi</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;" width="241" valign="top"><strong>jjë</strong></td>
<td width="147" valign="top"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/2.7.mp3">f<strong>uó</strong>jjë</a></td>
<td width="259" valign="top">cavolo cappuccio</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Le consonanti si scrivono e si pronunciano come nella lingua italiana.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Angelina</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/angelina/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:19:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adina Di Cesare</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Cronaca]]></category>

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		<description><![CDATA[Una presenza immancabile durante i mesi estivi, a Cerqueto, è quella di Angelina, la castellana. Ogni anno ritorna al suo Castello, al Rione Castello, un balcone  naturale, che si erge alle radici del Gran Sasso, a protezione del paese,  da cui lo sguardo naturalmente si spinge lontano.Tutt’intorno un mare di verde, che accompagna la vista fino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/angelina.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5954" title="Angelina in servizio a Roncoferraro (Mn)" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/angelina-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Una presenza immancabile durante i mesi estivi, a Cerqueto, è quella di Angelina, la castellana. Ogni anno ritorna al suo Castello, al Rione Castello, un balcone  naturale, che si erge alle radici del Gran Sasso, a protezione del paese,  da cui lo sguardo naturalmente si spinge lontano.<span id="more-5047"></span>Tutt’intorno un mare di verde, che accompagna la vista fino alla cinta dei Monti della Laga.  Il  Castello, sicuro di sé e del tempo, scrigno della nostra storia, è ancora lì ad accogliere i suoi figli e a raccontare nel profondo silenzio della sera la sfida di un popolo. Il cuore del Rione è uno stretto vicolo, accessibile dal basso attraverso il<em> portone!</em><span>Due file di case addossate le une alle altre, come tante sorelle, senza alcuna interruzione nella fila a valle e senza alcuna intimità, che si inerpicano fino a confluire al </span><em>Terrone</em><span>, quasi sicuramente l’ingresso superiore dell’antica dimora medioevale.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;">Ritorna Angelina nella sua casa paterna, dove ha vissuto un’epoca felice. Solo oziose malinconie dell’adolescenza! Allora era felice in un modo pieno e tranquillo, senza paura e senz’ansia e con una totale fiducia nella stabilità e nella consistenza della felicità nel mondo.</p>
<div>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/portone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5742" title="Il Portone del castello - Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/portone-300x285.jpg" alt="" width="300" height="285" /></a>Ignorava la malattia, la morte. Niente era mai crollato nella sua vita, se non piccole cose futili, niente le era stato strappato che fosse caro al suo cuore. Generosamente messa a disposizione dai suoi genitori, a casa sua i bambini di Cerqueto potevano guardare felici la TV dei ragazzi nei grigi pomeriggi invernali!  Se non era l’unico apparecchio televisivo alla fine degli anni cinquanta, era sicuramente l’unico disponibile per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorna Angelina alla sua Cerqueto, alle sue radici, alla sua cultura, innervata dai saperi popolari.  Desidera respirare l’aria della propria terra natale, per quel profondo attaccamento alla sua origine, a quel sistema di protezione, che ha una sua logica di ferro e che da sempre ha affidato alla consanguineità e alla comunanza del suolo i cardini della propria solidità.</p>
<p style="text-align: justify;">Da autentica cerquetana Angelina è stata più volte prioressa della Madonna, ha sempre partecipato alla rappresentazione del Presepe Vivente.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Dina-Maria-Angelo-Santina-Luna-Lena.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5995" title="1 set 1964 - Dina, Maria, Angelina, Santina, Luna, Lena, Nina - Archivio Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Dina-Maria-Angelo-Santina-Luna-Lena-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo curriculum da sottolineare la magistrale interpretazione della strega di Biancaneve e della matrigna di Cenerentola in occasione delle rappresentazioni estive delle due favole, nei primi anni settanta.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/quer_ca.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto dell’anno,  dal 1972,  Angelina vive a Mantova con suo marito Aldo. Ben integrata, non si è mai sentita intrusa. Ha svolto la sua attività come postina nel comune di Roncoferraro. Il problema più grande all&#8217;inizio è stato imparare a guidare il motorino per distribuire la posta.  Ci son voluti sei mesi e tante cadute,  non certo incoraggianti, soprattutto all&#8217;inizio! A Garolda, la frazione dove abita, conosce tutti e si sente accettata da tutti. Sempre orientata al sociale, organizza perfino  una lotteria per contribuire alla ricerca sul cancro. Ma il suo cuore è sempre rivolto a Cerqueto. No ha mai smesso di pensare alla comunità cerquetana. Ha prodotto un quadro di S. Egidio all’uncinetto, esposto nella Chiesa parrocchiale. L’uncinetto, sua personale passione! A difesa della sua Cerqueto non si risparmia durante la sua permanenza per  ripulire il cimitero, sostituire qualche tegola rotta, tagliare l’erba di un prato, grazie alla sensibilità e disponibilità del suo Aldo, che ha sposato non solo Angelina ma tutto il suo mondo.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5741" title="La quercia nei pressi del rione castello- Ph. Giuseppe Bianchini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/quercia_ca-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">La devozione per la Madonna è qualcosa di innato e di insopprimibile. Quando vede per caso in un mercatino della sua Garolda una statuetta della Madonna con tanto di abito bianco e mantello azzurro, riconosce la Madonna dei suoi sogni. Si dà da fare, rinuncia  ai regali per il suo cinquantesimo compleanno e venticinquesimo anniversario  del suo  matrimonio e raccoglie fondi per poter comprare una statua della Madonna,  più grande,  e la porta a Cerqueto, nella chiesetta di Santa Reparata. Organizza per l’occasione una grande festa, con tanto di banda. Ogni anno il 22 agosto, per la Beata Vergine Maria Regina, Angelina vuole che sia celebrata una messa, nella chiesa di S. Reparata, in onore della sua Madonnina.</p>
<p style="text-align: justify;">Grande virtù quella di essere sobri con se stessi e generosi con gli altri e grande ricchezza è quella di possedere una vocazione così spontanea e disinteressata!</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si trova a Garolda ha nostalgia della sua montagna e l’ama molto nel ricordo, l’ama e ne percepisce il senso come forse non era accaduto quando ci abitava.  E’il legame con ciò che si è stati. Ed ama anche il paese dove vive adesso per la maggior parte dell’anno, dove vive suo figlio e dove risiedono altri affetti. E le manca anche  il paese piatto nel sole offuscato del nord, i larghi prati d’erba che si stendono sotto le sue finestre. Ma spesso le soffia in cuore forte il ricordo dei viottoli della sua Cerqueto, delle querce e tutto questo prende a bruciare lentamente dentro di sé. Ricorda le montagne, le ore trascorse a ricamare all’ombra della grande quercia, la gente, le amicizie di sempre, le giornate un tempo trascorse in  montagna a pascolare le pecore, a Colle Ceraso e Collembreschë, i sapori e gli odori di un tempo, il gustoso caffè fatto in montagna con le compagne.. piccolo grande divertimento!</p>
<p style="text-align: justify;">La migrazione è sempre difficile. Se si indebolisce lo scheletro che tiene salda l’identità, nei momenti di dubbio, in quei vuoti si annida la nostalgia. E questo si vive e si avverte in uno stretto rapporto tra identità, memoria e lontananza. Pur stando lontani non c’è separazione con la terra delle origini quando con quella terra ci sono valori condivisi. Se persistono i valori comuni si sconfigge la solitudine dello sradicamento. Si può anche essere tristi qualche volta stando altrove ma mai ci si sentirà sradicati se il sentimento dell&#8217;appartenenza è dentro di noi. Ed è la tradizione,  con i connotati  della nostra identità, che cuce le maglie tra la  lontananza e la memoria, filtra questi passaggi e ci fa stare bene.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Adina Di Cesare</em></p>
</div>
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		<title>La Storia e Fiorino</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/la-storia-e-fiorino/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:18:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rachele Consorte</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche l&#8217;Abruzzo fu duramente attraversato dalla Seconda Guerra Mondiale. Nei piccoli paesi e nei villaggi montani, per via del loro naturale isolamento, sicuramente la guerra fu meno sentita nei suoi aspetti più eclatanti,  ma il dolore e l&#8217;offesa che l&#8217;odio razziale e  i sentimenti disumani che l’accompagnarono, come  d&#8217;altronde accade sempre durante le terribili esperienze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Anche l&#8217;Abruzzo fu duramente attraversato dalla Seconda Guerra Mondiale. Nei piccoli paesi e nei villaggi montani, per via del loro naturale isolamento, sicuramente la guerra fu meno sentita nei suoi aspetti più eclatanti,  ma il dolore e l&#8217;offesa che l&#8217;odio razziale e  i sentimenti disumani che l’accompagnarono, come  d&#8217;altronde accade sempre durante le terribili esperienze di guerra, vivono ancora nella memoria individuale e collettiva di queste nostre piccole realtà rurali.<span id="more-5110"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ancora adesso, passati oltre 65 anni, la tristissima storia della breve vita e della morte di Fiorino Consorte vive nella memoria dei suoi compaesani cuscianesi e in quella degli abitanti di Cerqueto, teatro della tragica sorte del giovane. Ė passato molto tempo e sono ormai pochissimi gli uomini e le donne che conoscono i dettagli della triste vicenda di Fiorino e che si aprono al racconto, ma chi lo fa ne trasmette tutto il dolore e  un ricordo incancellabile.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-6462 alignleft" title="Cusciano visto dall'Ara Vecchia - Ph. Giovanni Leonardi" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/cusciano-300x187.jpg" alt="" width="490" height="282" /><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/CONSORTE-Fiorino001-3.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Aveva poco più di diciannove anni Fiorino l&#8217; otto settembre del 1943 quando fu reso pubblico l&#8217;Armistizio tra il Regno d&#8217;Italia e le forze anglo-americane.  Lascia il fronte dove combatte come semplice soldato per fare ritorno alla sua casa, a Cusciano. Gli ufficiali italiani e i comandi non ricevono ordini esecutivi, è il caos totale nell&#8217;esercito italiano. Fiorino, come tanti altri, fugge, abbandona l&#8217;esercito. Parte da Feltre, Belluno, e dopo un lungo viaggio  disperato e pieno di insidie, come solo l&#8217;immaginazione ci può suggerire, riesce a scampare i pericoli e a raggiungere la “<em>casetta di Torretta</em>”,  al bivio per Santa Croce, facilmente raggiungibile dalla statale 80. La <em>casetta</em> dell&#8217;allora anziano Nicola Torretta  per Fiorino fu l&#8217;unico rifugio possibile e il vecchio Nicola non si rifiutò di offrire riparo e ristoro al povero ragazzo, mettendo a repentaglio la sua stessa vita.  Nella piccolissima casa di Nicola avevano contemporaneamente trovato rifugio anche  due soldati inglesi, coi quali Fiorino condivise per alcuni giorni i magri pasti e il calore del piccolo focolare.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; il 28  settembre  del &#8217;43. L&#8217;Italia non è più alleata della Germania. La ritorsione da parte degli ormai ex-alleati nazisti, non si fece attendere tanto che fu immediatamente attuata &#8220;<em>l&#8217;operazione Achse</em>&#8221; (asse), ovvero l&#8217;occupazione militare di tutta la penisola italiana. Il comando nazista, che  con le armate SS controllava anche le nostre zone, andava in perlustrazione giorno e notte in cerca di sfollati e possibili prigionieri di guerra. Allora era molta la gente che peregrinava per sfuggire alle rappresaglie  e alla prigionia dei tedeschi e sottrarsi alle leggi fasciste. Si cercava rifugio nelle grotte, negli anfratti,  nelle stalle o nelle case abbandonate. Molti si salvarono grazie alla solidarietà di tante persone che rischiarono la propria vita per assistere con viveri e asilo coloro che cercavano disperatamente di farla franca. Diversamente però andò per Fiorino.  I tedeschi, ormai nemici degli italiani,   spiano da lontano la</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/CONSORTE-Fiorino001-3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5969" title="Fiorino Consorte - Liste di leva " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/CONSORTE-Fiorino001-3-263x300.jpg" alt="" width="263" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"> piccola casetta di Nicola. Forse dietro qualche segnalazione, la sorvegliano giorno e notte. Scoprono  questi giovani intenti a fare<em> la fronnë (</em>fascine di fronde di alberi da dare agli animali durante l’inverno)<em> </em>. Partono due squadre naziste, una dal basso e  l&#8217;altra proveniente dalla statale 80 sovrastante la casa e si accaniscono sui quattro i malcapitati  con botte e maltrattamenti. Il povero vecchio Nicola viene ridotto in fin di vita, morirà infatti non molto tempo più tardi, dopo aver raccontato come si erano svolti i fatti nei pressi della propria casa.   I tre  giovani vengono presi e portati presso il presidio tedesco che  in quel momento si trovava a San Giacomo.  I due soldati inglesi vengono fatti prigionieri, per Fiorino viene decisa la fucilazione perchè giudicato disertore, perché italiano e non più alleato,  considerato dai tedeschi traditore.<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Della fucilazione nessuno sa dire, nessuno ha assistito all’orrore, solo qualcuno tenta di ricostruire con rabbia e dolore il modo in cui l&#8217;esecuzione fu condotta. Qualcuno ricorda di aver sentito le urla che ordinavano al giovane di scavarsi la  fossa con le proprie mani per poi finirvi dentro dietro i colpi di pistola,  senza pietà. Molti furono i cerquetani che, intenti a lavorare nei campi, udirono urla disumane e subito dopo alcuni spari.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un testimone importante fu il giovane mugnaio, Silvino Panza, proprietario del mulino nei pressi del torrente San Giacomo, il quale riferì sia agli inquirenti,  sia a quanti avevano sentito le urla e gli spari, di aver incontrato nei pressi del bivio di San Giacomo il giovane Fiorino, con una zappa sulle spalle, che si s’incamminava con due o tre soldati tedeschi lungo la mulattiera che conduce da San Giacomo a Cerqueto. Lui aveva azzardato domandare dove lo portassero e loro  avevano risposto: ”Kaput, kaput”. Il mugnaio aveva intuito così che qualcosa di tragico sarebbe accaduto e si ritirò in casa impotente e preoccupato. Non molto distante dal luogo dell’incontro, fu infatti ritrovato il corpo di Fiorino.</p>
<p style="text-align: justify;">I cerquetani  riferirono tutto quello che sapevano a Gaetano, il padre di Fiorino. Dopo una breve perlustrazione del territorio, fu il padre stesso a recarsi su quella  terra scavata, forzatamente rimossa da suo figlio, per scavarla nuovamente, pietosamente con le sue mani e riprendersi il corpo semi-interrato del suo Fiorino. Solo il capo del giovane fuoriusciva dalla terra, un richiamo impietoso quasi uno spettacolo macabro e criminale, che non trova alcuna giustificazione nelle esigenze belliche. Posto su una scala di legno fu amorevolmente riportato a Cusciano. In preda alla paura e al terrore solo da lontano i cerquetani seguirono con lo sguardo il corteo.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il tempo e col susseguirsi delle generazioni quella terra è stata abbandonata ai rovi e alla natura selvaggia. Oggi è difficile distinguere quella croce di legno, da qualche parte, tra l’erba alta. Una terra allora coltivata a maggese, <em>li vignë</em>, terra che ha assorbito il sangue innocente di un ragazzo. Oggi a memoria di questo scempio non c&#8217;è solo, da qualche parte e sempre  che abbia resistito al tempo, quella croce di legno, ma anche una pietra bianca su di una parete della chiesa di Santa Lucia a Cusciano,  a memoria perenne di Fiorino e della terribile barbarie che se lo portò via.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro richiesta proveniente dal Ministero degli Interni con la circolare del 9 maggio 1945, il comune di Fano Adriano invia in Prefettura, come resoconto sulle “ brutalità  commesse dai tedeschi e dai fascisti” dopo il 25 luglio 1943, quella di Fiorino Consorte di Gaetano, ucciso dai tedeschi.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rachele Consorte</em></p>
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		<title>GUERRA IN LIBIA: Caporale Mazzetta Antonio  &#8211;  Genio Speciale Trasmissioni</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Battista Mazzetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Mazzetta Antonio (“lu falignam” per molti e “lu gnor mastr”) Caporale del Genio Speciale Trasmissioni &#8211; Comando Superiore 144^a Compagnia Marconisti – Battaglione Collegamenti Comando Superiore – Secondo Raggruppamento Genio Speciale – Comando Superiore Forze Armate Africa Settentrionale (C. S. FF. AA. A. S.) – Governo Generale della Libia, il 17/1/1941 fu assunto in forze nella 144 ^a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/antmazz2jpg-300x2021.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5144" title="Antonio Mazzetta in Africa" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/antmazz2jpg-300x2021.jpg" alt="" width="282" height="181" /></a>Mazzetta Antonio (“lu falignam” per molti e “lu gnor mastr”) Caporale del Genio Speciale Trasmissioni &#8211; Comando Superiore 144^a Compagnia Marconisti – Battaglione Collegamenti Comando Superiore – Secondo Raggruppamento Genio Speciale – Comando Superiore Forze Armate Africa Settentrionale (C. S. FF. AA. A. S.) – Governo Generale della Libia, il 17/1/1941 fu assunto in forze nella 144 ^a Compagnia Marconisti – Stazione A/350 “Brescia” – Copostazione Caporal Maggiore Gibertini &#8211; assegnata al comando della Divisione Operante “Brescia”.<span id="more-5031"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/antmazz1-300x206.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5142" title="Antonio Mazzetta  (il secondo da sx seduto) con Serg. Magg. Mamier e sottotenenti Dolcini e Oldrini" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/antmazz1-300x206.jpg" alt="" width="280" height="180" /></a>Dalla “Storia della 144 ^a Compagnia Marconisti e da alcuni ricordi diretti, traggo spunto per fornire alcune sensazioni sulla drammatica guerra in Libia: &#8211; sangue &#8211; dovere &#8211; fede e su cosa significava assolvere al proprio dovere di soldato italiano. Sensazioni e spunti frammentati, per una storia forse meno importante di tante altre che non si conoscono o che non vengono rese note.</p>
<p style="text-align: justify;">La 144 ^a Compagnia Marconisti aveva come comandante il Tenente Enrico Mino che, finita la guerra, ha ricoperto l’importante incarico di Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, morto in servizio a seguito di un incidente di elicottero. cosa significava assolvere al proprio dovere di soldato italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Da alcuni schemi, oggi non più segreti, della rete operativa ed informativa del Comando superiore Africa Settentrionale in atto dal 22/8/1941 al 20/10/1941 e del Comando superiore Genio A.S. si vede che la stazione A/350 del Cap. Magg. Gibertini (dove operava il Caporale Mazzetta Antonio) &#8211; negli schemi la n.5 &#8211;  era direttamente collegata al Comando Superiore Genio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/antmazz3jpg.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5036" title="antmazz3jpg" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/antmazz3jpg-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><br />
<a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/antmazz4jpg.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5037" title="antmazz4jpg" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/antmazz4jpg-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quale era il clima che si viveva in una guerra vera? Alcuni fatti verificatisi nei ripiegamenti. “…. Per la sua rapidità e per il disordine provocato da­gli attacchi nemici aerei e terrestri lungo alcuni itinerari, questo secondo ripiegamento sta assumendo l&#8217;aspetto di una ritirata e gli unici elementi che lo differenziano dal precedente sono rappresentati dalla quasi totale assenza dei civili, dalla presenza dei tedeschi, dal maggior inta­samento delle colonne lungo le strade e dalla maggior gra­vita delle perdite provocate dall&#8217;aviazione nemica che colpisce pesantemente anche il nostro Reparto….”</p>
<p style="text-align: justify;">Mazzetta Antonio raccontava, commuovendosi, che dopo un intenso mitragliamento aereo un suo camerata, al suo fianco, contorcendosi dal dolore atroce, e per questo si teneva la pancia con le mani, morendo e quindi allentando la pressione sulla pancia evidenziò l’enorme squarcio da cui fuoriuscirono immediatamente le viscere! Ed ogni volta che lo ricordava gli tremava la voce.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanti altri episodi di morte ed anche di eroismo raccontava.</p>
<p style="text-align: justify;">“Balbia nel tratto Agedabia-El Agheila. Un aereo mitragliò a bassa quota la colonna che stava ripiegando, centrando l&#8217;automezzo che trasportava il persona le ed  il materiale delle stazioni radio …. I feriti ricevettero  le prime cure dai loro compagni ed in mancanza di mezzi di trasporto più rapidi per portarli all&#8217;ospedale da campo di Agheila, vennero sistemati sul loro autocarro, in cima alla catasta dei cofani. Poi nei pressi di Agheila una nuova formazione aerea si avvicinò alla colonna già mitragliata in precedenza. Tutti gli automezzi si arrestarono ed i loro occupanti cercarono scampo sotto di essi o allontanandosi quanto più è possibile dalla strada. Il sergente Miele, immobilizzato, fu costretto a rimanere nell&#8217;autocarro, esposto ad ogni offesa. Il suo capo­stazione Marchesi, gli restò accanto cercando di fargli scudo col proprio corpo durante l&#8217;attacco. Quando dopo pochi secondi gli aerei scomparvero,  Suardi giaceva  inchiodato all&#8217;asfalto della strada, uc­ciso sul colpo da una pallottola alla testa. Sotto l&#8217;autocarro che trasporta le  stazioni, grondava sangue, furono feriti alle gambe, Carlo Rizzi e Dino Bernardi. Altro sangue pioveva dall&#8217;alto della catasta dei cofa­ni dove giaceva il sergente Miele che l&#8217;altruistico gesto dell&#8217;amico non valse a proteggere da nuovi proiettili che gli procurarono ulteriori e più gravi ferite. Al sergente maggiore Marchesi che fece da scudo col proprio corpo al sergente Miele ferito, fu concessa una ricompensa al Valor Militare con la motivazione: Capostazione di una autostazione con feriti a bor­do per azione aerea avversaria, in occasione di un succes­sivo mitragliamento che colpiva ripetutamente il suo auto­mezzo, si slanciava a coprire col suo corpo quello di un dipendente ferito ed impossibilitato a muoversi, dando gene­roso esempio di cameratismo e di coscienza dei suoi doveri di capo &#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni fatti storici, raccontati spesso da Mazzetta Antonio:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“21 Dicembre  1941. </strong>II Comando del XXI C. d&#8217;Armata ha ripiegato da Barce la­sciando in posto per le operazioni di scavalcamento l&#8217;auto stazione A/350 &#8220;Pugliese. Nell&#8217;attesa &#8211; racconta il capo r.t. &#8211; che il Coman­do raggiungesse la località prestabilita e la stazione che lo aveva seguito mi avesse dato il via per lo spianto, fe­ce rifornimento di viveri presso la locale sussistenza già abbandonata, caricando il nostro autocarro sino al limite della sua portata. Fu un&#8217;operazione rischiosa perche già gruppi di ara­bi armati avevano dato l&#8217;assalto ai magazzini nell’avida  ricerca del thè e dello zucchero che vi erano depositati in gran quantità. Grazie ad essa, tuttavia, ebbero di che sfamarci nei giorni seguenti ed anche la possibilità di soccorrere, ri­focillandoli, numerosi militari sbandati di altre Armi e reparti. I feriti durante l&#8217;incursione … furono trasportati dall&#8217;ospedale da campo di Agheila &#8211; &#8220;una grande tenda zeppa di morti militari e civili e di feriti in attesa di medicazione&#8221; &#8211; a quello di Sirte”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“22 Dicembre 1941</strong>. Nel tentativo di accerchiare le Divisioni che continuavano a ripiegare su Agedabia e nel quadro di una ma­novra analoga a quella dello scorso anno, gli inglesi si spinsero ulteriormente verso la costa nel tratto compreso fra Agedabia e Bengasi. La minaccia si profilava tanto grave che in accordo con il Comando Superiore Italiano, Rommel decise di arretrare lo schieramento in corrispondenza della linea Agheila -Marada. Mazzetta Antonio, raccontava, vide personalmente Rommel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“23 Dicembre 1941</strong>. Da Tocra a Barce, gli ultimi reparti della “Brescia” e della “Trento”  iniziarono ad arretrare verso Agebadia. Molti furono ancora i veterani anonimi della 144*che braccati dal nemico e sospinti dalla forza della disperazione e della speranza cercarono scampo lungo le coste di quella penisola di Capo Bon che sembrava materializzare il loro anelito verso l&#8217;Italia e che sulle rive di quel mare infido e non più ritenuto “nostro”, al di là del quale la salvezza sembrava occhieggiare a portata di mano, subirono impotenti e in gruppi isolati, l&#8217;ultima beffa del loro triste destino. A lumeggiare le loro ultime traversie, le loro disillusioni ed il loro estremo sconforto, si riportano a conclu­sione della storia di quel gruppo di uomini che si erano chiamati 144 e che la guerra non avevano voluto ma  che al­l&#8217; appello della Patria avevano risposto con la fiducia e con la semplicità dei figli che non chiedono alla Madre &#8220;perché ? &#8220;, le parole di uno di essi che proprio in quanto sconosciuto, più compiutamente di qualsiasi altro tutti li rappresentava:  &#8230;&#8230;&#8230;.  dopo molte peripezie, raggiungemmo una località situata a circa tre chilometri da Korba nei cui pressi si trovavano anche il Comandante del XX Battaglione e quel lo della 110* Compagnia Marconisti con parte dei loro uomini. Quivi  con l&#8217;animo rassegnato di chi non può più che subirli, rimanemmo in attesa di eventi. La fine non tardò. II mattino del 12, avuta notizia che il nemico stava avvicinandosi, distruggemmo le armi e quei pochi materiali che ancora avevamo in consegna. Poche ore dopo, verso le 15, comparvero gli anglo-a­mericani con alcuni mezzi blindati. Nulla di epico accadde e dopo pochi istanti, col pe­sante fardello dei nostri ricordi e del nostro sconfinato dolore, lasciammo sotto scorta quel luogo dove solo le tracce dei cingoli che avevano maciullato giovinezze, illusio­ni, speranze ed erba verde, rimanevano a fugace ricordo del la guerra e del nostro passaggio&#8221;. “I prigionieri vennero autotrasportati al campo di smistamento di Medjez el Bab e di qui, a mezzo carri bestiame, al campo 126 di Orano dove rimasero fino al giorno 18. Il giorno 19 vennero imbarcati sulla nave greca &#8220;Neà Hellàs&#8221;, che li trasportò a Glascow dove sbarcarono il giorno 29 Maggio. In seguito parte di essi venne fatta proseguire per gli U.S.A.”.</p>
<p style="text-align: justify;">Conoscendo Mazzetta Antonio, uomo schivo e lungi dall’auto esaltarsi, sono sicuro che avrebbe voluto tenere per se questi ulteriori fatti, che io invece voglio far conoscere a quanti lo stimavano e ai giovani che non lo hanno conosciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1/9/1941 a tutti i Capicentro e Capistazione della rete operante furono inviate le sintesi delle osservazioni formulate in occasione di una ispezione:</p>
<p style="text-align: justify;">“- Stazione A/350 “Gibertini” (Div. Brescia): &#8211; non vi è altro da dire che è la stazione che più delle altre si è sacrificata operando per lunghi mesi in silenzio e senza mai dare luogo al minimo disservizio, e più delle altre ha sofferto per le condizioni di disagio in cui si è trovata, senza mai essere sostituita. Il Caporal Maggiore Gibertini che avrà quanto si è meritato, serva di esempio ad altri Capistazione. La sua stazione costituisce un vanto per la Compagnia.”</p>
<p style="text-align: justify;">L’encomio.<br />
_______________________________________________________________________________</p>
<address>GOVERNO GENERALE DELLA LIBIA<br />
COMANDO SUPERIORE FORZE ARMATE APRICA SETTENTRIONALE<br />
GENIO<br />
N° C/4397                                                                                                                         Posta Militare 11/C 28 Giugno 1941/XIX<br />
ARGOMENTO:  Encomio.<br />
AL COMANDO 2° RAGGRUPPAMENTO GENIO SPECIALE                                   <span style="text-decoration: underline;">P.M.<br />
</span>e per conoscenza*<br />
AL COMANDO BATTAGLIONE COLLEGAMENTI C.S.                                             <span style="text-decoration: underline;">P.M.<br />
</span>AL COMANDO COMPAGNIA MARCONISTI C.S.                                                       <span style="text-decoration: underline;">P.M.<br />
</span>____________<br />
Tributo un encomio da iscriversi sulle carte personali ai sottonotati militari:<br />
-    cap.magg.        GIBERTINI Nino                  - capostazione<br />
-    &#8220;   &#8220;             CIPICCIANI Alfredo      - R.T.<br />
-    &#8220;   &#8220;             NAZZARI Guerrino       - R.M. sta<br />
-    caporale        LENARDON Cesare    &#8211; R.T.<br />
&#8220;              MAZZETTA Antonio      - R.T. &#8221;<br />
“              GEMINIANI Giuseppe    - R.E.M.<br />
con la seguente motivazione:<br />
&#8220;&#8221;Componente l&#8217;equipaggio di stazione r.t. assegnata al comando di una Divisione operante si è prodigato per mantenere, malgrado le difficoltà frapposte dall&#8217;ambiente e dalla azione nemica, l&#8217;importante collegamento. Ridotto in precarie condizioni di salute rifiutava ripetutamente ogni sostituzione per restare al suo posto, cosa da lui considerata come massimo onore cui potesse aspirare&#8221;".<br />
IL COMANDANTE SUPERIORE DEL GENIO<br />
- Generale Luigi Grosso -<br />
f.to Generale Grosso<br />
___________________________________________________________________________________________</address>
<address>GOVERNO GENERALE DELIA LIBIA<br />
COMANDO SUPERIORE FORZE ARMATE AFRICA SETTENTRIONALE<br />
GENIO<br />
N° 04375 di protocollo Posta Militare 11-0 28 Giugno 1941<br />
ARGOMENTO; Stazione A/350 Divisione &#8220;Broscia&#8221;<br />
AL SIGNOR COMANDANTE LA COMPAGNIA MARCONISTI C.S.<br />
<span style="text-decoration: underline;">POSTA  MILITARE</span></address>
<address>Riferimento n, 5258 data 25 giugno c.a.<br />
Dai rapporti che mi sono stati periodicamente inviati ho seguito giorno per giorno l&#8217;operato dell&#8217;equipaggio dalla stazione A/350 &#8220;Brescia&#8221;„<br />
II capo stazione cap.magg. GIBERTINI Nino ed i gregari CIPICCIANI, LENARDON, MAZZETTA , GEMINIANI, NAZZARI, VI­TALE, rifiutando ogni sostituzione,  restando al loro posto di combattimento finché le loro forze fisiche hanno potuto reggere, dimostrano che non c&#8217;è limite alla abnegazione dei nostri soldati.<br />
Dimostrano altresì, nella forma più nobile ed umana, che l&#8217;unità inscindibile dei marconisti è I’equipaggio il quale stretto intorno al suo capo opera silenziosamente e tenacemente spesso a migliaia di chilometri dal resto al quale appartiene.<br />
E che il capostazione è un Comandante nel più vasto senso della parola.<br />
Il cap. magg. GIBERTINI Nino durante un anno di campagna ha dimostrato di esserlo. Il migliore riconoscimento è quello fornito dal cap.magg. NAZZARI e dal caporale BERNARDON che solo per l&#8217;incalzare di una grave malattia hanno potuto essere allontanati dalla stazione e ricoverati in luogo di cura, e da tutti gli altri che per quanto in condizioni fisiche precarie, resistono ancora al loro posto.<br />
Ti prego di esprimere a tutti il mio compiacimento a il mio elogio.<br />
L&#8217;ISPETTORE DEI COLLEGAMENTI<br />
Maggiore Cesare Contadini</address>
<address>f.to Magg. Contadini<br />
<span style="font-style: normal;">____________________________________________________________________________________________________________</span></address>
<p style="text-align: justify;">Onori ai soldati di Cerqueto caduti o feriti in tutte le guerre, che non potranno mai raccontare le loro vicissitudini e le loro sofferenze.</p>
<p style="text-align: justify;">W l’Italia!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Battista Mazzetta</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La ruota dei proietti</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:11:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianna Lisii</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Curiostà d'altri tempi]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche a Cerqueto fino ai primi anni del secolo scorso, c’era la ruota dei proietti o più precisamente la Rotë dë  Ruscë, come veniva chiamata dai cerquetani, dal soprannome del proprietario della casa dove essa era ubicata. I  proietti erano i bambini abbandonati, letteralmente buttati via (dal latino  proicere formato da pro e jacere, gettare avanti a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/scansione0001.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6138" title="Ricostruzione ruota dei proietti - Giorgio brazzoduro" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/scansione0001-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" /></a>Anche a Cerqueto fino ai primi anni del secolo scorso, c’era la ruota dei proietti o più precisamente la <em>Rotë dë  Ruscë</em>, come veniva chiamata dai cerquetani, dal soprannome del proprietario della casa dove essa era ubicata. I  <em>proietti</em> erano i bambini abbandonati, letteralmente buttati via (dal latino  <em>proicere</em> formato da <em>pro</em> e <em>jacere</em>, gettare avanti a sè).<span id="more-5163"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il governo borbonico, a seguito del concordato con la Santa Sede, che trasformò gli istituti di pia carità per orfanelli da amministrazioni religiose in laiche, nel gennaio del 1751 istituisce la Deputazione dei projetti (trovatelli) e obbliga tutti i comuni, o meglio le università, anche più piccole, come Cerqueto, a istituire la ruota.<br />
La ruota serviva ad accogliere e garantire la sopravvivenza a tutti quei bambini nati in situazioni precarie, figli di padre che non riconosceva e non voleva riparare e nati da donne che non potevano assolvere al proprio compito di madre, perché in stato di povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">La ‘ruota’ era una semplice struttura di legno ruotante  attorno a due perni di ferro infissi nello stesso muro, con annessa una specie di culla.  Il bambino, adagiato nella parte esterna, veniva portato all’interno attraverso una semplice rotazione della tavola. L&#8217;operazione dell&#8217;abbandono dentro la &#8220;ruota&#8221; era preceduta dal suono di una campanella. La persona preposta a quel servizio, che si trovava aldilà del muro, udendo la campanella, si recava a ricevere il bambino e non vedeva chi dall&#8217;altra parte aveva lasciato il neonato.  Il rilascio avveniva in genere di notte in modo che nessuno potesse vedere o sentire. I cosiddetti figli di nessuno venivano in questo modo messi al sicuro. Ogni amministrazione comunale era obbligata a provvedere all&#8217;assistenza ed al mantenimento dei trovatelli tramite qualche nutrice. Successivamente nel 1760 venne emanato un regolamento che obbligava ogni Comune a corrispondere gli alimenti per i bambini maschi fino a 5 anni e per le femmine fino a 7 anni, poi i maschietti erano avviati al lavoro presso un artigiano o un contadino, le femmine imparavano in genere il mestiere della tessitura. Alla fine del secolo XIX si cominciò a mettere in discussione la validità dell&#8217;istituzione della ruota che riversava sulle casse pubbliche il problema del sostentamento di famiglie numerose poiché spesso, ricorrendo a diversi escamotàge,  venivano affidati all&#8217;assistenza pubblica anche figli legittimi. Dopo l&#8217;unità d&#8217;Italia, soprattutto dal 1883 al 1888 vi fu un enorme aumento dei neonati abbandonati, tanto che il governo di Francesco Crispi fu costretto a promulgare una legge nel 1890 per il riordino degli istituti di beneficenza con la creazione degli &#8220;Istituti per l&#8217;assistenza e benefìcenza&#8221;, ma a Cerqueto il meccanismo della ruota continuò a funzionare.    Capitava ancora all&#8217;inizio del &#8217;900 che una donna allevava il proprio figlio ma gli assegnava un altro cognome <em>non volendo essere nominata </em>oppure , in qualche caso,  veniva dichiarato soltanto il padre sempre perché <em>la madre non voleva essere nominata.</em> Tacere l&#8217;identità della madre significava percepire il contributo del comune per allevare il piccolo. A volte anche le levatrici richiedevano l&#8217;affidamento dei neonati. Ad Antonia Ferruccio, levatrice che ha portato alla luce molti nostri genitori,   viene affidata  nel 1910,  Francesch  Aida  Allegrina Caterina.</p>
<p style="text-align: justify;">La ruota a Cerqueto,  si trovava al rione Colle, a due passi dalla chiesa madre e precisamente presso la casa di Francesco Lisii. Forse se ne era occupato già suo padre Giuseppe Lisii ed è rimasta fino alla morte del figlio Angelo Antonio Lisii avvenuta nel 1914. Dopo di lui nessun altro si è più occupato della ruota. Nel 1923, comunque, le ruote furono tutte abolite nel territorio italiano con un regolamento approvato dal governo di Mussolini, che istituì &#8221; Le Aziende per il servizio alle persone&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti bambini sono passati per questa ruota! Come raccontava lo stesso Francesco, quando arrivava un bambino, lo prendeva e lo portava al comune. Alla presenza del sindaco o chi per lui, il neonato veniva <em>sfasciato, </em>spogliato delle fasce in cui era avvolto; si annotava tutto ciò che lo accompagnava, pochi cenci o anche un eventuale corredino; si annotavano eventuali segni particolari e il sesso e infine si attribuiva il nome. Spesso finivano per occuparsene gli stessi gestori della ruota eppure venivano affidati ad una nutrice. In altre zone d’Italia la ruota veniva chiamata anche <em>degli esposti</em>. I termini Projetti e Esposito o Esposto furono infatti usati anche per indicare, unito al nome proprio, l&#8217;identità anagrafica dell&#8217;infante abbandonato. I cognomi variavano dai toponimi che si rifacevano alle località del ritrovamento, ai nomi che ricordavano personaggi famosi, a quelli auguranti ogni bene, come  Diotallevi e  Diotiguardi,  ad altri di pura fantasia e non di rado assolutamente originali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne cito alcuni, trovati durante le mie ricerche: le gemelle  Adelina e Annina Mattolini, Fortunato Cerquitelli e Grazia Sfortunata del 1873.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Gianna Lisii</em></p>
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		<title>Storie di cardatori  &#8211;  Le marchigiane di Cerqueto</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Pisciaroli</dc:creator>
				<category><![CDATA[. . Storie di cardatori]]></category>

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		<description><![CDATA[La vita dei cardatori di lana era sicuramente atipica: dura,  per i continui, quasi giornalieri, spostamenti,  ma per la stessa ragione, mai monotona. Avevano Infatti la possibilità di frequentare  realtà differenti a secondo della zona in cui si trovavano, di conoscere luoghi, storie, credenze e leggende locali e naturalmente  conoscere moltissime persone. A volte facevano amicizia  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">La vita dei cardatori di lana era sicuramente atipica: dura,  per i continui, quasi giornalieri, spostamenti,  ma per la stessa ragione, mai monotona. Avevano Infatti la possibilità di frequentare  realtà differenti a secondo della zona in cui si trovavano, di conoscere luoghi, storie, credenze e leggende locali e naturalmente  conoscere moltissime persone. A volte facevano amicizia  con ragazze con le quali potevano nascere storie, che potevano sfociare nel matrimonio e di conseguenza condurre la vita di famiglia a Cerqueto oppure nel paese della moglie.<span id="more-5319"></span> Altre volte, purtroppo, morivano lontano da Cerqueto e venivano sepolti in quei luoghi. In genere la notizia della morte arrivava in ritardo: abbiamo visto in un precedente racconto che la notizia certa della morte di Attanasio Pisciaroli (avvenuta il 30 novembre 1876) arrivò a Cerqueto proprio nel giorno di Natale. Il certificato, spedito da Comunanza, impiegò quasi un mese per raggiungere Teramo e da lì  il corriere, che aveva il compito di portare a mano  il certificato, raggiunse il municipio di Fano solo il 25 dicembre.</span></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">Di quelli che si sposavano lontano, alcuni non facevano più ritorno a Cerqueto, lasciandosi dietro i pochi averi e gli affetti familiari. E’ il caso questo, ad esempio, di Zaccagnini Domenico (nato nel 1851), fratello di Zaccagnini Giuseppe (1856) che era il padre di mia nonna Dionilla, oppure dei fratelli Antonio (1848) ed Agostino Di Matteo (1864), stabilitisi  a Fiuminata, nei pressi di Camerino.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">La signora Maria Di Matteo, di Fiuminata e residente a Camerino, nipote di Antonio, ricorda con piacere le sue origini. Alcuni anni or sono, insieme al marito,  venne a Cerqueto per conoscere il paese da dove era partito suo nonno. Ricorda anche suo padre Gabriele, quando nel dopoguerra cardava la lana nella propria abitazione a Fiuminata, per uso famiglia e per altri. Segno questo che l&#8217;arte del lanaro, dai paesi di Cerqueto e Pietracamela, si era un poco trasferita anche nei paesi dove i lanari si erano stabiliti.</span></div>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/12/lana.jpg"><span style="color: #262626;"><img class="size-medium wp-image-6512 alignleft" title="&quot;ferri&quot; per cardare la lana - Ph. Federica Scardelletti" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/12/lana-300x219.jpg" alt="" width="373" height="274" /></span></a><span style="color: #262626;">Tra le donne che si erano sposate con un cardatore ed erano venute ad abitare a Cerqueto, possiamo ricordarne alcune.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">Cecilia Mariano di Villa Corvaro ( Stato Pontificio), nata nel 1801, moglie di Giuseppe Saladini, nato nel 1799 ed abitante nel Rione Castello.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">La “marchisciana di Zicchërillë “, chiamata “Fidarma”, al secolo Angela Pedante, originaria di Treia (Macerata), nata nel 1861 e divenuta moglie di Zaccagnini Egidio che abitava nel Rione Piano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">La “marchisciana di Favettë”, Teresa Ribechi di Cessapalombo, vicino Tolentino (Macerata), morta il 23 aprile 1937 e moglie di Misantoni Giovanni, abitante al Rione Colle.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">La &#8221;marchisciana di Mazzocchë&#8221;, Maria Gallope,  nata nel 1860 a San Severino Marche, seconda moglie di Di Cesare Domenico, vedovo e padre di primo letto di  Superna e Pasqua. Abitavano al Rione Piano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">Dobbiamo apprezzare il coraggio ed il senso di responsabilità di queste donne, che lasciavano i luoghi in cui erano cresciute per trasferirsi in un paese di montagna, dimora del futuro marito, senza conoscerne gli usi e le abitudini e con la consapevolezza che potevano anche non avere più possibilità di tornare nel proprio paese, dove avevano lasciato i loro cari e le amicizie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">A Cerqueto portavano comunque novità, costumi e saperi nuovi. Provenendo dallo Stato Pontificio, erano in genere molto religiose e i nostri anziani ancora ricordano le tante orazioni e le preghiere che Maria Gallope (rimasta inferma negli ultimi dieci anni della sua vita e morta nel 1945) soleva ripetere ed insegnare alle bambine di allora. Conosceva innumerevoli preghiere e pregava assiduamente per sé e per gli altri , tanto che molti, tra i quali anche il sacerdote Don Ruggero,  la consideravano quasi una santa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">La signora Teresa Misantoni, residente a Montorio e che ho incontrato qualche giorno fa, ricorda la nonna Teresa Ribechi come una  bella donna, con tante conoscenze, sia  di vita pratica che di  rituali &#8220;magici&#8221;, propri della religiosità popolare. Spesso i cerquetani la chiamavano per scongiurare il “malocchio” o per posizionare le “sanguette”, cioè le sanguisughe,  sui corpi di coloro che erano affetti da polmonite. Ricorda ancora anche una formula che la nonna ripeteva quando veniva chiamata per far guarire i bambini dai vermi intestinali:</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #262626;"><em>Lu vervnë pïntuzë à natë senza l’occhië</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #262626;"><em>l’occhië lu metterà e stà creaturë nun me la toccherà</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #262626;"><em>Lunedì Santë, Padre, Fije e Spiritë Santë</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #262626;"><em>Martedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì e Sabato</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #262626;"><em>E la matinë di Pasquë lu vervnë pïntuzë  ‘nderrë caschë</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">La formula doveva essere ripetuta per sette giorni accompagnandola con gli abituali segni di croce sopra il bambino. Questo avrebbe permesso di sconfiggere i vermi. E la gente lo faceva!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">Per i dolori di varia natura, la signora Teresa applicava sul paziente “le coppe a vent”: posizionava sulla parte dolorante una moneta da due soldi accendendoci sopra un piccolo pezzo di candela benedetta e coprendo infine il tutto con un bicchiere rovesciato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">Tutto ciò serviva per togliere o almeno lenire il dolore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;">Erano queste le credenze di allora, che comunque alcune volte (o sarebbe meglio dire solo alcune volte) funzionavano!</span></p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="color: #262626;">Vincenzo Pisciaroli</span></em></p>
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		<title>Amare gocce di memoria</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:08:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rema Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Sin da bambina mi piaceva andare da “Zi Nena”, la zia Elena, sorella di papà, una zia splendida, buona e brava con i paesani e,  soprattutto, come naturale, con noi, suoi nipotini. Aveva tutto la zia Elena, ricordo le sue pagnotte profumate e croccanti e i suoi bei merletti, che avrebbero adornato le bianche lenzuola, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/Madonna-con-Bimbo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5090" title="Madonna con Bambino, trafugata" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/Madonna-con-Bimbo-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sin da bambina mi piaceva andare da “Zi Nena”, la zia Elena, sorella di papà, una zia splendida, buona e brava con i paesani e,  soprattutto, come naturale, con noi, suoi nipotini. Aveva tutto la zia Elena, ricordo le sue pagnotte profumate e croccanti e i suoi bei merletti, che avrebbero adornato le bianche lenzuola, in parte tessute da lei, e stese sul prato per essere “curate” dal sole e dal sapone fatto in casa con i rimasugli del maiale, ucciso ogni anno intorno alla fine di dicembre.<span id="more-5077"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Viveva con la sua famiglia. Lo zio Michele e la zia Giulia l’aiutavano con i figli ad arare i campi e a governare i numerosi animali domestici che fornivano benessere e agiatezza ai componenti la famiglia. Durante la guerra aiutava anche chi, in quel  momento, aveva bisogno. Mia suocera mi ha raccontato che furono proprio le mucche dello zio Michele a fornire il latte fresco per Roberto, giunto a Cerqueto con la mamma nel pieno furore devastante del conflitto (Primavera del ’43).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/chiesa-altare.jpg"></a>Intanto gli anni passarono, i sei figli si sposarono e si sistemarono a Roma, tranne la più piccola “Zi Emmina”, che è rimasta con la sua famiglia a Cerqueto dove  vive tuttora con la gioia di noi che la ritroviamo come punto di riferimento e di affetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimasti in tre, i miei zii continuarono per molti anni a coltivare i loro campi, ad allevare i loro animali. Verso la seconda decade degli anni ’60, una mattina di fine Primavera, trovai zi&#8217;  Nena triste ed arrabbiata: 25 pizze di formaggio, circa 50Kg, frutto di fatiche di un’intera stagione, erano sparite dalle tavole, che pendevano nel fondaco. Davanti alla porta c’erano solo delle tracce di ruote di un triciclo, che, durante la notte, aveva trasportato le “pizzarelle” ad altra destinazione. Il furto turbò molto la serenità e la vita laboriosa dei miei tre zii, anche perché si sospettò subito che potesse essere il ladro, ma le prove erano labili e rimase una denuncia presso i carabinieri e un paio di sacchi vuoti gettati tra le sterpaglie del “Vallone”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre in quegli anni fu rubato anche all’Ufficio postale: comare Palmina lo ricorda ancora. Le varie ruberie sono continuate negli anni: nella casa di zia Lisetta rubarono soldi e soprattutto la collana di corallo, regalo di nozze del marito, lo zio Pasqualino, perito in Russia, come combattente della valorosa armata Iulia.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/foto-chiesa-con-don-ruggero-prima-del-1955.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5105" title="Altare maggiore. Sulla destra Don Ruggero. 1954" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/foto-chiesa-con-don-ruggero-prima-del-1955-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<div>
<p style="text-align: justify;">Ma un brutto giorno, un bruttissimo giorno, anzi la notte tra il 25 e il 26 luglio, ladri di professione portarono via tutte le statue lignee, le Carteglorie che adornavano i numerosi altari, le reliquie secolari, le collane di corallo e d’oro che pendevano dai colli santi delle statue e tutto quello che rendeva la nostra chiesa a noi e a tutti quelli che la visitavano ricca e cara. Il racconto di papà fa ancora eco nelle mie orecchie:</p>
<p style="text-align: justify;">“Accompagnavo le pecore al Castello, arrivato nei dintorni del colle, cominciai ad incontrare per la strada le statue dei nostri santi: stavo per calpestare San Egidio, il Nostro amato Protettore, più in là, la statua di San Gabriele, ancora più in là un Tabernacolo, accanto la Statua di Santa Rita ed altre cose sacre sparse tra i sassi. Cominciai a capire che qualcosa di brutto era accaduto. Le pecore avevano raggiunto il pastore del giorno,  compare Carino e gli raccontai subito tutto. Anche lui non sapeva che pensare. Non c’era in giro ancora nessuno, era molto presto, e anziché tornare a casa, andai in chiesa e lo spettacolo fu terribile: la porta principale era spalancata, tutte le cose gettate nel pavimento, sedie rovesciate, le nicchie dei Santi vuote. I lanzichenecchi erano arrivati nella chiesa di Cerqueto, come lo erano stati in S. Pietro quel 6 Maggio del 1527.”</p>
<div>
<p style="text-align: justify;">Gli occhi di papà si riempirono di lacrime assieme ai miei. La nostra chiesa era stata violentata, spogliata di cose pregiate e sicuramente di gran valore, specialmente affettivo per tutti noi cerquetani. Le statue dei Santi erano i nostri compagni di vita, punti di riferimento e di affetto con cui parlavamo col cuore e con la mente e chiedevamo aiuto nei momenti più difficili.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/chiesa-altare.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/chiesa-altare.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5089" title="Altare della Madonna con Bambino, rimosso " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/chiesa-altare-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/foto-chiesa-con-don-ruggero-prima-del-1955.jpg"></a>Tutto quello che fu trafugato in quella notte non è stato più trovato, nonostante le ricerche di Don Nicola e dei carabinieri. La nostra chiesa appare ancora spoglia e tanta angoscia mi fanno quelle nicchie vuote e quei chiodi arrugginiti infissi accanto alla statua del Nostro Patrono, dove c’erano due angeli che sorreggevano, l’uno Cerqueto in miniatura e l’altro un libro. L’immagine del prezioso tesoro rimarrà indelebile nei nostri cuori, come la Madonna col bambino, capolavoro d’intaglio e d’intarsio del XIII secolo, suprema espressione dello spirito creativo abruzzese. La Madonna maestosa e regale pare faccia parte delle Madonne regine, infatti ha la testa coronata, anticipa il rinascimento dell’arte in una dolcezza nuova e rassicurante. Dalla fotografia, unico cimelio rimasto, sembra che accolga nel suo grembo assieme al divino bambino benedicente, anche tutti coloro che la guardano e la ammirano con il cuore colmo di speranza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le altre statue rubate erano quelle di San Pietro, San Paolo e San Emidio che occupavano le nicchie dell’altare maggiore. Tutti noi abbiamo imparato le parole del Gloria e del Credo dalle “Carteglorie&#8221;, dove lo scritto in grassetto risaltava alla luce fioca del raggio di sole, che faceva capolino attraverso le finestre sopra l’altare di San Donato e ci permetteva di leggere e cantare. Con le nicchie vuote resta il rammarico per non aver ascoltato una telefonata anonima, che allertava del furto imminente.  Purtroppo nessuno la prese in considerazione: era assurdo! Sembrò a tutti uno scherzo! La tristezza nel vedere il vuoto delle nicchie viene colmata, in parte, dalle belle immagini degli affreschi, restaurati con arte paziente, da Ninetta (Nina Bianchini) e dal bel soffitto ligneo che sovrasta le tre navate. Una nostra compaesana mi disse, anni fa, che ogni pezzo del soffitto proveniva direttamente dalla fabbrica di S. Pietro, portato a Cerqueto dai sanpietrini che vi lavoravano. Ma dalla nostra chiesa è sparito anche il coro che circondava, per metà, le pareti della sacrestia. Le persone della mia età se lo ricordano, con un trono dove sedeva Don Ruggero, che ci preparava per la santa comunione e ci raccontava le storie di Giuseppe ed Assalonne, il figlio ribelle di David.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rema Di Matteo</em></p>
</div>
</div>
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		<title>L’intruso</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:04:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rita Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Il passato tra storia e leggenda]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella vecchia casa di Cerqueto ho una grande libreria. Dico libreria, in verità è un vecchio scaffale a muro ricavato da una parete e sistemato con tavole di querce lavorate minuziosamente da papà. Qui sono conservati libri, giornali, quaderni che sono le “sudate carte” dei componenti la mia famiglia…un vocabolario di latino, un’antologia, una letteratura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/247.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5537" title="&quot;Vecchio che legge&quot; - anni 60 -  Olio su tela" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/247-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nella vecchia casa di Cerqueto ho una grande libreria. Dico libreria, in verità è un vecchio scaffale a muro ricavato da una parete e sistemato con tavole di querce lavorate minuziosamente da papà. Qui sono conservati libri, giornali, quaderni che sono le “sudate carte” dei componenti la mia famiglia…un vocabolario di latino, un’antologia, una letteratura italiana e …via dicendo. Poi tanti quaderni:  con le copertine nere, i più vecchi, delle mie sorelle, e poi i miei più colorati, più vivaci, più recenti. C’è persino una vecchia enciclopedia “Curcio” sostituita ormai da un moderno pc. Si,  perché su <em>wikipedia</em> c’è tutto!<span id="more-5132"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/247.jpg"></a>Ma il pezzo più importante è sicuramente un volumetto ingiallito, che emana un leggero tanfo di muffa, con fodera di carta pecora e, all’interno, un timbro prezioso di colore blu “BIBLIOTECA DORIA”. Chiedo incuriosita alla mamma spiegazione della presenza di questo libro in casa nostra. Lei, che ha ormai novant’anni, con le lacrime agli occhi, risponde che apparteneva allo zio Egidio, fratello di papà, e che glielo aveva donato il principe Doria. La mia curiosità aumenta sempre più e lei mi racconta….Lo zio Egidio era il figlio più grande della numerosa famiglia di papà. Come gli altri aveva fatto pochi studi ma,  da autodidatta, aveva imparato tante cose. Lo ricordo, quando recitava a tavola, dopo pranzo, un intero canto della Divina Commedia, mi annoiavo un pò, però devo ammettere, una volta venuta a contatto con Dante, che era veramente bravo! Si guadagnava da vivere facendo piccoli lavori artigianali che gli venivano commissionati da alcuni abitanti di Cerqueto. Lavorava bene il legno e aveva preparato il suo letto da sposo perché si era invaghito di una ragazza. Ma non si sposò mai e il suo letto pregiato lo regalò al fratello che invece si sposò. Non sopportava il regime fascista. Era uno spirito libero ed anarchico. Quando fu chiamato per la leva obbligatoria non si presentò e si nascose nelle caverne delle nostre montagne. Nel maggio 1940 l’Italia entra in guerra, due fratelli, tra i quali papà,  partono per il fronte. Lui finisce confinato politico prima in Lucania poi a Gaeta. Qui,  nelle carceri, incontra il principe Doria che ha avuto il suo stesso destino. Filippo Andrea VI Doria- Pamphili- Landi era nato a Roma il 1 marzo del 1886. Nobile politico italiano, figlio del principe Alfonso Doria e di Emily Pelham Clinton, fin da giovane si era occupato delle proprietà di famiglia e nel 1909 entrò nel “comizio agrario di Roma” , ente che organizzava il lavoro agrario e la colonizzazione delle terre rimaste incolte dell’agro romano. Il suo incontro con la politica avvenne solo nel 1919 quando diede sostegno ai candidati cattolici  conservatori che aderivano alla lista di alleanza nazionale. L’avvento del fascismo lo convinse presto a lasciare la politica e tornare ad amministrare i suoi beni. Riguardo al regime fu all’inizio indifferente, poi divenne sempre più ostile e rifiutò l’invito ad entrare in un centro nazionale promosso dal principe Francesco Chigi. A partire dagli anni trenta, in seguito alla guerra d’Etiopia e di fronte all’avvicinamento al nazismo,  manifestò la sua vera ostilità al regime, nel ’38 rifiutò di far entrare Hitler a Palazzo Doria-Pamphili, residenza di famiglia; l’anno seguente inviò a Vittorio Emanuele III una lettera nella quale chiedeva di impedire l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. Questa lettera gli costò il confino su ordine di Mussolini e ritrovò la libertà solo alla fine del 1941 grazie a pressioni fatte in suo favore da parte della Santa Sede. Dopo la caduta di Mussolini e dopo l’armistizio continuò a dare il suo apporto all’interno della resistenza in contatto sempre con ambienti ecclesiastici. Dei suoi favori si avvalsero molti antifascisti delle varie correnti politiche a partire da alcuni intellettuali come Visconti e Guttuso. Per la sua fama di antifascista divenne il candidato ideale per guidare la città di Roma di cui divenne sindaco a tutti gli effetti rimase in carica fino alle lezioni amministrative del 1946. Una volta insediatosi formò una giunta alla quale parteciparono tutti i partiti del Comitato di liberazione nazionale. Fu stipulato un programma diretto ad affrontare e risolvere tutte le emergenze create dalla guerra. Tale patto di “concordia politica” fu approvato anche dal Vaticano, durante una visita che il neo sindaco fece il 12 luglio del 1944 per esprimere ringraziamento della città per la protezione effettuata dalla Santa Sede da parte del Papa Pio XII. L’impegno della giunta non riuscì a risolvere tutte le emergenze degli sfollati, della disoccupazione e della fame. Il neo sindaco riuscì, comunque, a tamponare il disavanzo del bilancio comunale, a riorganizzare gli uffici comunali e ad affrontare alcune misure a favore dell’infanzia.  La giunta Doria Pamphili esaurì il suo compito in seguito alla consultazione istituzionale del 2 giugno del ’46 e il  mandato del neo sindaco si esaurì il 10 novembre 1946.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/libro-antico.jpg"><img class="size-full wp-image-6478 alignleft" title="libro antico" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/libro-antico.jpg" alt="" width="317" height="216" /></a>A Gaeta il principe e lo zio diventano subito amici, la fiducia e la stima reciproca alleviano,  anche se solo per un pò,  le loro pene. Il principe riceve come confort molti libri. Lo zio, appassionato sempre di lettura, li legge tutti, alcuni li impara a memoria. Quando il loro arresto-confine finisce lo zio ha in dono alcuni libri che porterà con il suo bagaglio a Cerqueto, si salutano con la speranza di incontrarsi di nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si incontreranno… zio Egidio lo cerca nella sua villa nei pressi di Roma. Fa un po’ fatica per entrare, il custode, infatti, lo rimanda indietro più volte perché lui ha addosso abiti dismessi. Quando,  finalmente, riesce a vedere il principe, si riconoscono, si abbracciano e piangono commossi. Viene ospitato per alcuni giorni e invitato a rimanere per sempre ma lo zio non accetta. Il suo amico, diventato sindaco di Roma, gli chiede se ha bisogno di un lavoro ma lo zio per se stesso non chiede nulla,  raccomanda soltanto alcuni paesani che, senza titoli di studi,  entrano al comune di Roma come netturbini. E’ troppo innamorato del suo paesino e torna a Cerqueto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo la guerra è finita,  anche nel nostro paesino si avvertono il disagio e la fame del dopoguerra. C’è da ricostruire tutto, per sopravvivere si fa fatica. I giovani  soldati reduci, scampati alla guerra, cominciano a ricostruire le  case semi distrutte dai bombardamenti e a fare lavori agricoli e di pastorizia per sopravvivere. Lo zio Egidio, sempre più anarchico convinto, per prima cosa si reca con alcuni amici a Fano Adriano e, nella piazzetta del municipio, distrugge il monumento eretto in favore del fascio. Questa volta non viene arrestato perché l’Italia è finalmente libera. Rimane a Cerqueto poco tempo, poi torna definitivamente a Roma. Conduce una vita semplice ma è conosciuto e stimato da tutti, vive in una caverna a Saxa Rubra in compagnia dei suoi libri e di alcuni cani. Si ammala, viene ricoverato in ospedale e lì  muore negli anni settanta. La zia Anna e mia sorella Lena gli fanno spesso visita durante la degenza e nella sua casa povera trovano alcuni libri. Tra questi,  <em>l</em>&#8216;<em>intruso,</em> che mia sorella Lena , porterà nella mia povera libreria.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rita Di Matteo</em></p>
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		<title>Oh, cari santi del mio paese…. notizie sulla vita del nostro patrono, S. Egidio</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 21:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rema Di Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Arte & Cultura &Tradizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal punto di vista storico non si conoscono dati precisi sulla vita di S. Egidio.  Alcuni storici lo identificano con l&#8217;Egidio inviato a Roma da San Cesario di Arles all&#8217;inizio del secolo VI°, altri lo collocano un secolo e mezzo più tardi, e altri ancora datano la sua morte tra il 720 e il 740. Pare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/19641.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5094" title="La statua di S. Egidio, 1964" src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/09/19641-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista storico non si conoscono dati precisi sulla vita di S. Egidio.  Alcuni storici lo identificano con l&#8217;Egidio inviato a Roma da San Cesario di Arles all&#8217;inizio del secolo VI°, altri lo collocano un secolo e mezzo più tardi, e altri ancora datano la sua morte tra il 720 e il 740. Pare sia nato ad Atene, come ci indica l’etimologia del suo nome &#8211; nato sull&#8217;Egeo &#8211; , all’inizio del VII secolo, da genitori nobili, Teodoro e Pelagia,  forse, di famiglia regale. Sembra che abbia trascorso la maggior parte della vita in Provenza, dove fondò un monastero nei pressi di Arles,  di cui fu nominato abate e, probabilmente vi morì il 1 settembre. <span id="more-5082"></span>Il monastero si chiama Abbazia di S. Gilles, che divenne luogo di numerosi pellegrinaggi nel X secolo. S. Egidio si festeggia in Francia, in Belgio, in Olanda e persino in Slovacchia, Ungheria e Transilvania. A Firenze,  nel 1284,  fu fondata una compagnia laica sotto la sua protezione, di cui sono rimasti gli statuti. E non si possono certo ignorare le grandi opere di bene e di umanità per  cui si adopera la Comunità di S. Egidio con sede a Roma operante in tutto il mondo.<br />
Numerosi sono i fatti prodigiosi che infiorano la vita del Nostro Santo. Pare che da piccolo dimostrasse un grande interesse per lo studio e le sacre scritture ed avesse avuto  da Dio il dono di fare miracoli. Un giorno, mentre si recava in chiesa, trovò un malato sdraiato in piazza che gli chiese aiuto. Il santo gli donò il suo mantello e,  appena ricoperto,  l’infermo guarì. Un altro giorno ottenne la guarigione di un uomo morso da un serpente velenoso, poi quella di un ossesso, che disturbava le funzioni religiose con le sue grida.</p>
<p style="text-align: justify;">Diventato adulto, avendo perduto entrambi i genitori, abbandonò la sua patria e, dopo un viaggio pieno di fatiche e di pericoli, tra cui una furibonda tempesta, da lui sedata, raggiunse la Gallia, dove andò a vivere con il vescovo di Arles,  S. Cesario. Nel frattempo guarì una donna tormentata da una brutta febbre, che aveva da tre anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu preso dalla voglia di vivere in solitudine e si associò all’eremita Veredemio e, si racconta, che le terre intorno all’eremo, diventassero più fertili. Ma il santo aspirava ad una vita ancora più sofferta e solitaria; lasciò l’amico e preparò il suo giaciglio in una grotta, per dedicarsi  soltanto  alla contemplazione del creato e alla preghiera. La zona era impervia e solo una cerva lo raggiungeva per nutrirlo con il suo latte. Alcuni cacciatori del re rincorsero con i cani la cerva, che andò a rifugiarsi nella grotta, ai piedi del santo. I cani si fermarono, ma la stupidità umana no. Un cacciatore scagliò la freccia, che colpì il nostro santo, il quale, per proteggere l’animale, allungò il suo braccio e la freccia vi si conficcò. Il santo non emise alcun lamento. Gesù aveva sofferto tanto, pensava, e non volle essere curato. Come si può immaginare, il braccio guarì e i cacciatori rimasero sbalorditi! Nel leggendario dei Santi si legge che la freccia era stata scagliata da Carlo Martello, che divenne amico del santo e gli offrì tutto quello che desiderava.  S. Egidio accettò che si costruisse un monastero proprio accanto alla sua grotta affinchè le tante persone, che  vi si recavano per pregare, per baciare le sue mani e ammirare la cerva, stessero più comode e potessero trovare un rifugio dalle intemperie.</p>
<p style="text-align: justify;">Il re esaudì il desiderio del santo.   Egidio fu ordinato sacerdote, adottò la regola benedettina e divenne  abate, cioè il Padre della Comunità ed ottenne anche il perdono di un grave peccato del re (molti dicono Carlo Martello, altri Carlo Magno) che questi non osava confessare. Allora un angelo informò S. Egidio del peccato e il re fu perdonato. Un’altra versione detta che un angelo posò sull’altare un biglietto, nel quale era descritto il peccato, mentre il Santo celebrava la messa. Questo miracolo è raffigurato in una scultura del portale della cattedrale de Chartres e in due vetrate della stessa cattedrale.</p>
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/225px-Saint_Giles_closeup.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/225px-Saint_Giles_closeup.jpg"></a><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/225px-Saint_Giles_closeup.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5126" title=" Particolare del santo con la cerva - Anonimo - Master of Saint Giles, National Gallery, London - " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/10/225px-Saint_Giles_closeup.jpg" alt="" width="225" height="274" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Altri prodigi del santo sono illustrati nella casa di Carlo Magno ad Aachen (Aix-La-Chapelle) e in molti quadri diffusi in musei e chiese. Si racconta ancora che il nostro amato patrono, negli ultimi anni della sua vita, dopo aver resuscitato il figlio del principe di Nîmes, visitò il sepolcro di S. Pietro e il Papa Gregorio II gli donò le porte per il monastero.  Il santo depose le porte nel Tevere, fidando nella divina bontà, e le porte arrivarono a destinazione prima che giungesse Egidio che morì di lì a poco, il 1 settembre, accompagnato da un coro di angeli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il culto di S. Egidio si diffuse molto rapidamente oltre che in Francia e in Italia, dove si  contano oltre 50 parrocchie anche nell’Europa dell’Est.</p>
<p style="text-align: justify;">Si cominciò a scrivere notizie sulla sua vita verso l’anno 1000 e gli furono consacrati altari e dedicate varie chiese a Parigi e nei luoghi dove era vissuto ed in molte altre città. E’ venerato come uno dei quattordici Santi Ausiliatori, cioè quei santi che vengono invocati in particolari circostanze e per determinati mali, quali la guarigione della febbre delirante, dal panico, dalla follia, dall’epilessia e dalla lebbra.</p>
<p style="text-align: justify;">Urbano IV ne inserì l’ufficio nel Breviario Romano. Le sue reliquie si trovano in molte chiese ma la principale porzione del suo corpo è conservata nella chiesa di Saint Servin a Tolosa. La tomba del santo risale all’età carolingia ed è in un’abbazia di Nîmes.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste più o meno le notizie storiche e leggendarie sulla vita del santo più amato dai Cerquetani: il loro Patrono.</p>
<p style="text-align: center;">25 Agosto 1965 ore 19: “Commà, andiamo alla novena di S. Egidio. S&#8217;à da cantà O<em>h Gran Santo!</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;">Oh Gran Santo,onor, decoro</p>
<p style="text-align: center;">Della Chiesa universale,</p>
<p style="text-align: center;">a te sole ardente il coro</p>
<p style="text-align: center;">della laude e dell’amor.</p>
<p style="text-align: center;">Tui splendente tra le schiere</p>
<p style="text-align: center;">Dei Beati su nel ciel</p>
<p style="text-align: center;">Odi i canti e le preghiere</p>
<p style="text-align: center;">Del tuo popolo fedel.</p>
<p style="text-align: center;">Il tuo nome augusto e santo</p>
<p style="text-align: center;">Sulle labbra suoni ognora</p>
<p style="text-align: center;">E ogni lacrima smarrita</p>
<p style="text-align: center;">In te trovi pace e amor.</p>
<p style="text-align: center;">Tu splendente…</p>
<p style="text-align: center;">Oh Egidio, tu proteggi</p>
<p style="text-align: center;">Che lo puoi la tua Cerqueto</p>
<p style="text-align: center;">Noi tuoi figli in terra reggi</p>
<p style="text-align: center;">Ora e sempre fino al ciel.</p>
<p style="text-align: center;">Tu splendente…</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rema Di Matteo</em></p>
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		<title>Le società degli insetti</title>
		<link>http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/le-societa-degli-insetti/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 20:58:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Olivieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[. Ambiente &Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ape domestica (Apis mellifera) rappresenta forse l&#8217;esempio più noto di insetto sociale, un semplice animale invertebrato che è stato in grado di sviluppare una complessa organizzazione sociale con la quale i ruoli delle migliaia di individui che vivono insieme vengono suddivisi ed armonizzati fino ad originare una sorta di superorganismo che assume la capacità di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/foto-n.1-11.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5577" title="Foto n.1 Api operaie (Apis mellifera ligustica) sulla superficie di un favo, l'individuo più grande, contrassegnato da una macchia bianca sul torace, visibile in basso è la regina. (Ph. N. Olivieri)." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/foto-n.1-11-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ape domestica (Apis mellifera) rappresenta forse l&#8217;esempio più noto di insetto sociale, un semplice animale invertebrato che è stato in grado di sviluppare una complessa organizzazione sociale con la quale i ruoli delle migliaia di individui che vivono insieme vengono suddivisi ed armonizzati fino ad originare una sorta di superorganismo che assume la capacità di affrontare e di superare in maniera originale molte delle dure sfide che la natura impone ai piccoli esseri viventi.<span id="more-5570"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In realtà quello dell&#8217;ape domestica, benché molto noto, non rappresenta sicuramente un caso isolato nel mondo degli insetti e degli invertebrati, nel quale la socialità si è sviluppata più volte ed è presente in vari stadi, più o meno evoluti. Tra gli artropodi diversi dagli insetti si possono ricordare alcuni aracnidi come i ragni   <em>Anelosimus eximius</em> che costituisce gruppi che contano anche 50.000 individui e <em>Bagheera kiplingi</em>, specie singolare non solo per la sua dieta basata su alimenti di origine vegetale ma anche perché forma piccole colonie che collaborano nella difesa delle uova e dei giovani esemplari. Per quanto concerne i crostacei un&#8217;organizzazione sociale abbastanza evoluta si osserva tra i gamberi tropicali appartenenti ai generi <em>Zuzalpheus</em> e <em>Synalpheus, </em>che formano colonie all&#8217;interno di spugne marine. I livelli più elevati di socialità del mondo animale si raggiungono comunque tra gli insetti, in particolare nell&#8217;ambito dell&#8217;ordine degli Imenotteri, che comprende le api, i bombi, le vespe e le formiche, nonché dell&#8217;ordine degli Isotteri di cui fanno parte le termiti. Questi organismi rappresentano esempi di eusocialità, con la quale si realizza una differenziazione così netta dei ruoli all&#8217;interno della comunità di individui appartenenti allo stesso gruppo familiare, da portare alla formazione di vere e proprie caste morfologicamente distinte. Tra i vertebrati ci si avvicina alla vera e propria eusocialità solo con i ratti talpa <em>Heterocephalus glaber</em> dell&#8217;Africa</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">orientale e <em>Fukomys damarensis</em> dell&#8217;Africa meridionale. In queste specie di roditori, che conducono vita quasi esclusivamente sotterranea in complesse reti di gallerie da loro scavate, a somiglianza di quanto avviene in alcuni insetti eusociali le colonie sono formate da una femmina e da alcuni maschi dominanti che assicurano la riproduzione, da individui di minori dimensioni che svolgono la funzione di &#8220;operai&#8221; e di norma non si riproducono e da &#8220;soldati&#8221; che difendono la comunità in caso di pericolo. Questi singolari roditori, in particolare <em>Heterocephalus glaber</em>, presentano spiccati adattamenti alla vita sotterranea come la perdita de pelo, la riduzione della vista, la perdita della capacità di regolare la temperatura corporea e l&#8217;aumento della durata della vita. La loro esistenza si svolge pressoché sempre al di sotto della superficie del suolo, impegnati nello scavo, nella manutenzione delle gallerie e nella ricerca di radici e tuberi, di cui si nutrono. L&#8217;acquisizione di un così elevato grado di socialità, paragonabile a quello raggiunto da alcuni insetti, si è accompagnato in questi mammiferi a peculiari modificazioni morfologiche ed alla comparsa di un certo grado di dimorfismo tra individui consanguinei, che nella colonia svolgono funzioni differenti. Questa differenziazione, tipica degli organismi eusociali, si manifesta con la massima frequenza nell&#8217;ambito degli insetti che formano società complesse. Nel mondo animale sono stati distinti vari livelli di organizzazione sociale, che vanno dalla presocialità alla subsocialità, dalla semisocialità alla parasocialità, dalla quasisocialità all&#8217;eusocialità. Nella subsocialità più individui adulti allevano la prole insieme, nella semisocialità più individui si aiutano nella cura della prole e qualche individuo può rinunciare alla riproduzione, mentre nell’eusocialità si ha una completa suddivisione delle attività riguardanti la riproduzione e la cura della prole tra differenti categorie di individui che vengono indicate come caste. Gli individui appartenenti ad alcune caste possono rinunciare in modo permanente o quasi alla propria riproduzione nell&#8217;interesse dell&#8217;intera colonia.  Gli insetti eusociali comprendono tutte le formiche, tutte le termiti, molte specie di api e vespe, il coleottero australiano <em>Austroplatypus incompertus</em>, alcuni afidi galligeni ed alcuni Tripidi. L&#8217;organizzazione sociale di questi insetti presenta molte analogie, ma anche molte differenze. Una caratteristica che le accomuna e che sicuramente ha esercitato un’influenza decisiva nell&#8217;evoluzione dell&#8217;eusocialità è rappresentata dalla costruzione di un &#8220;nido&#8221;, un ricovero che serve in primo luogo per proteggere i primi stadi di sviluppo della prole. Questo rifugio può divenire una costruzione di dimensioni imponenti rispetto alla taglia degli insetti che ospita, come avviene nei termitai o può essere molto più modesto, come le galle prodotte dagli afidi galligeni. Questi rifugi inizialmente possono rappresentare dei nidi pedotrofici, cioè destinati allo sviluppo delle larve, realizzati in maniera isolata, ma in fasi successive dell&#8217;evoluzione della socialità i nidi possono associarsi, perché vengono costruiti in particolari luoghi come cavità dei tronchi, anfratti di pareti rocciose, gallerie sotterranee, etc., che offrono le migliori condizioni di protezione. In questi siti i diversi individui adulti presenti possono iniziare a collaborare nella difesa dai predatori e dai parassiti, che sono richiamati più fortemente dalla presenza di più nidi prossimi tra loro. Parallelamente gli adulti possono iniziare a cooperare nella cura delle larve e nella costruzione dei nidi. Ma in questa fase la collaborazione si determina soprattutto se gli individui sono imparentati in qualche modo tra loro, infatti, la vera spinta alla socialità risiede soprattutto nel forte grado di condivisione del patrimonio genetico che sussiste tra i componenti del gruppo. In altre parole in società abbastanza complesse come quella delle api, le operaie collaborano con la regina, a costo di grandi rinunce, perché questa è inizialmente una loro sorella e successivamente, con il succedersi delle generazioni, la loro madre. In questo modo esse collaborano al successo ed alla diffusione del loro stesso patrimonio genetico pur senza riprodursi. Secondo quest’ottica, sostenuta per la prima volta da W.D. Hamilton nel 1964, l&#8217;altruismo estremo delle caste di operai e di soldati che costituiscono la risorsa fondamentale delle società degli insetti, si può spiegare solamente con l&#8217;elevato grado di parentela genetica che sussiste tra questi individui e quelli appartenenti alla casta delle regine o delle coppie reali che assicurano la riproduzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa situazione, sebbene declinata in modo differente, si ritrova nei vari gruppi di insetti che hanno raggiunto l&#8217;eusocialità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Foto-n.-21.jpg"><img class="size-medium wp-image-5578 alignright" title="Foto n. 2  Vespe cartonaie appartenenti al genere Polistes sul loro nido, formano piccole società di durata annuale. (Ph. N. Olivieri)." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Foto-n.-21-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le termiti rappresentano per vari aspetti  esempi straordinari di organizzazione sociale, le loro colonie possono comprendere anche 10 milioni di individui, i termitai che costruiscono possono spingersi a 7 m di altezza dal suolo, le coppie reali nelle specie più evolute possono raggiungere i 100 anni di longevità. Questi insetti appartengono comunque ad un gruppo piuttosto primitivo, probabilmente si sono evolute a partire da specie di blatte lignicole, simili a quelle appartenenti al genere <em>Cryptocercus</em> che ancora costituiscono piccole colonie all&#8217;interno dei tronchi nelle foreste dell&#8217;America settentrionale e dell&#8217;Asia orientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le termiti, come le blatte, non hanno mai sviluppato buone capacità di volo, la loro morfologia presenta molti caratteri arcaici e sono rimaste sostanzialmente legate alle zone tropicali. Tuttavia la relativa semplicità di questi insetti, considerati singolarmente, non impedisce che le loro complesse aggregazioni sociali assurgano al livello di incredibili superorganismi, capaci di modificare profondamente persino il paesaggio dei loro ambienti di vita.  Oggi tutte le termiti sono insetti eusociali, la loro società può comprendere una casta di operai, maschi e femmine, una casta di soldati, maschi e femmine, una coppia reale primaria (un re ed una regina), deputata alla riproduzione, ed una casta di riproduttori di sostituzione (re e regine secondari o terziari) che possono sostituire il re o la regina primari qualora si rendesse necessario. A queste si possono aggiungere altre infracaste o sottocaste, come quella degli pseudoergati, individui ancora immaturi o neanidi, che svolgono comunque un ruolo attivo nell&#8217;ambito della comunità.  Tutte le 2000 specie di termiti sono organismi diploidi, cioè tutti gli individui che formano la colonia hanno un corredo cromosomico nel quale sono presenti due copie di ogni cromosoma, una di origine paterna ed una di origine materna. Questo fa sì che gli individui di una colonia, figli della stessa coppia reale, condividano tra loro in media il 50 % dei geni, tuttavia per effetto di un complesso sistema di feromoni che regolano la consistenza delle caste all&#8217;interno della colonia, lo sviluppo delle larve (neanidi) può seguire direzioni diverse secondo le esigenze del momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli Imenotteri eusociali, cioè nelle api, nelle vespe e nelle formiche vige invece l&#8217;aplodiploidia, cioè nella comunità coesistono individui diploidi ed aploidi, questi ultimi caratterizzati da un</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Foto-n.-3-11.jpg"><img class="size-medium wp-image-5580 alignleft" title="Foto n.3 Il complesso nido costruito dai calabroni (Vespa crabro), le più grandi vespe europee. " src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Foto-n.-3-11-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">numero di cromosomi dimezzato. Le femmine sono diploidi e si originano a partire da uova fecondate o anfigoniche, mentre i maschi sono aploidi e sono generati da uova non fecondate per partenogenesi arrenotoca.  Il sesso degli individui è determinato quindi dall’eventuale fecondazione o non fecondazione delle uova deposte dalla regina. In questi insetti l&#8217;accoppiamento delle regine avviene prima della fondazione della colonia, in genere in occasione del cosiddetto volo nuziale, durante il quale può avvenire anche l&#8217;incontro con maschi non imparentati, provenienti da altre colonie.</p>
<p style="text-align: justify;">La regina in seguito conserva nel proprio addome  i gameti maschili ed è in grado di decidere, in base alla situazione della colonia, di produrre uova fecondate che daranno origine ad operaie o ad altre regine o uova non fecondate, dalle quali deriveranno individui maschi. L&#8217;aplodiploidia di questi insetti determina anche il grado di parentela dei componenti della colonia. In una colonia di Imenotteri eusociali  nella quale la regina si sia accoppiata con un solo maschio le operaie, se  figlie della stessa regina, condividono in media tra loro il 75 %  del patrimonio genetico, poiché il padre, aploide, ha fornite a tutte lo stesso contributo in termini di geni. Con la madre diploide esse condividono invece il 50 %  dei geni. Se la regina è invece una loro sorella, come accade nelle colonie di nuova fondazione, le operaie condividono ancora con essa in media il 75 % dei geni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il forte grado di parentela che intercorre tra le operaie e tra la regina e queste ultime può quindi spiegare il loro altruismo che si manifesta nella dedizione alla cura delle larve, della regina ed in generale della colonia.  La casta delle operaie  tramite il suo spiccato nepotismo, cioè l&#8217;altruismo rivolto verso individui strettamente imparentati, consegue indirettamente il successo e la diffusione del proprio patrimonio genetico. I maschi, aploidi, presentano un minore grado di parentela con le operaie, avendo in comune con esse solamente il 25 %  del genotipo, questo, secondo Hamilton, potrebbe spiegare la loro scarsa dedizione al benessere della colonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella società delle api domestiche (Apis mellifera) questo quadro tende a complicarsi perché le regine si accoppiano con più maschi prima della fondazione della colonia, pertanto il rapporto di parentela genetica tra le operaie dovrebbe risultare più variegato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se l&#8217;assetto genetico degli individui appartenenti alle varie caste presenta molte analogie nell&#8217;ambito degli Imenotteri eusociali, rimane comunque vero che l&#8217;aplodiploidia è presente anche tra gli Imenotteri non sociali, perciò essa non può essere comunque considerata una condizione né sufficiente né necessaria ai fini  dell&#8217;evoluzione dell&#8217;eusocialità, perché le termiti, come si è visto in precedenza sono diploidi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Foto-n.-4-11.jpg"><img class="size-medium wp-image-5581 alignright" title="Foto n. 4  Formiche  appartenenti alla casta delle regine durante il volo nuziale. (Ph. N.Olivieri)." src="http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2011/11/Foto-n.-4-11-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;evoluzione di un&#8217;organizzazione eusociale si è tradotta in un enorme vantaggio ecologico per i gruppi di insetti che l&#8217;hanno conseguita. Benché le specie eusociali  nell&#8217;ambito di tutto il mondo entomologico rappresentino solamente il 2 %, la loro biomassa complessiva rappresenta il 75 % di tutta la biomassa degli insetti. Questo dato trova un chiaro riscontro anche nei nostri ambienti, dove risulta facilissimo osservare formiche, vespe, api, e bombi, mentre le altre specie di insetti presentano in genere densità molto meno elevate. Molto più difficile risulta osservare le termiti nella nostra regione, non perché non facciano parte della nostra fauna, ma perché si tratta di insetti molto elusivi, che rimangono solitamente al di sotto della superficie de suolo o all&#8217;interno dei tronchi e dei manufatti di legno, provocando per questo anche cospicui danni. Le termiti sono presenti nella provincia di Teramo con due specie,  <em>Reticulitermes lucifugus</em> Rossi e <em>Calotermes flavicollis</em> Fabricius, entrambe dannose a travi, mobili, infissi e tetti di legno, oltre che ai tronchi degli alberi ed ai libri. Esse attaccano i manufatti di legno svuotandoli dall&#8217;interno e lasciandone intatta la superficie, perché, come le blatte, non amano la luce e la loro dieta si basa quasi esclusivamente su prodotti cellulosici che riescono a digerire grazie a microrganismi simbionti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le formiche presentano invece una strettissima affinità con le vespe, derivano infatti da vespe solitarie che hanno perso le ali, che si conservano solamente negli individui destinati a compiere i voli nuziali. Esse si suddividono in circa 12000 specie, particolarmente diffuse nelle zone tropicali, che hanno raggiunto straordinari e svariati adattamenti, come la capacità di coltivare funghi, di allevare afidi e cocciniglie, di realizzare zattere, di nuotare, di respirare in maniera anaerobica sotto la superficie dell&#8217;acqua, di saltare e di sfruttare come schiavi individui appartenenti ad altre specie (formiche dulotiche). Tra gli insetti eusociali esse hanno subito la maggiore diversificazione adattativa ed hanno stabilito rapporti di simbiosi mutualistica con molti altri organismi, animali e vegetali, ai quali assicurano la protezione dai predatori o dagli erbivori o la dispersione dei semi.</p>
<p style="text-align: justify;">Come le vespe, da cui derivano, le formiche hanno in genere larve carnivore, per questo molte specie sono accanite predatrici di altri insetti e talvolta persino di piccoli vertebrati, per questo possono svolgere un ruolo utile negli agroecosistemi. Tuttavia gli adulti a somiglianza delle vespe spesso sono attratti da sostanze zuccherine, tali preferenze alimentari spesso le spingono a danneggiare i raccolti di frutta. Molte specie, come quelle appartenenti al genere <em>Messor</em>, ricercano anche gli zuccheri complessi, come l&#8217;amido contenuto nei semi dei cereali, che raccolgono in grandi quantitativi sottraendoli alle coltivazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre gli Imenotteri Vespidi  e Formicidi  generalmente hanno larve caratterizzate ancora da dieta zoofaga, gli Imenotteri Apidi per lo più si sono completamente svincolati dagli alimenti di origine animale. Le api ed i bombi hanno sostituito le proteine di origine animale con quelle contenute nel polline dei fiori, che raccolgono attivamente ed accumulano per alimentare le larve.</p>
<p style="text-align: justify;">Il polline è costituito dai granuli pollinici (microspore contenenti il microgametofito immaturo),   che funzionalmente rappresentano dei veri propri organismi, contiene quindi elevate percentuali di proteine ed aminoacidi. Anche il nettare dei fiori contiene aminoacidi e le api sono in grado di scegliere i fiori il cui nettare possiede un maggiore contenuto aminoacidico e risulta quindi più nutritivo.  Le larve dell&#8217;ape domestica hanno aspetto vermiforme e vengono nutrite con la cosiddetta pappa reale, con polline  e con miele. Le larve destinate a diventare regine si sviluppano in celle speciali, le celle reali, e vengono nutrite esclusivamente con la cosiddetta pappa reale che viene secreta dalle ghiandole ipofaringee e sottomandibolari delle api operaie nutrici che abbiano un&#8217;età compresa tra i 5 ed i 14 giorni. La pappa reale è una soluzione acida (pH compreso tra valori di 3,7 e 5) ricca di proteine ed aminoacidi essenziali liberi che possono rappresentare oltre il 45 % del peso secco. Essa contiene anche glucidi, lipidi, vitamine ed oligoelementi. In particolare è molto ricca di vitamina B5 o acido pantotenico. Dopo la metamorfosi e l&#8217;emersione dalla cella reale, che si verifica dopo 15-17 giorni dopo la deposizione dell&#8217;uovo, le api regine vengono ancora nutrite con pappa reale dalle operaie per tutto il resto della loro vita.  Lo sviluppo fino allo stadio di pupa delle larve destinate a diventare regine, nutrite esclusivamente con pappa reale, dura cinque giorni e mezzo. Le larve destinate a divenire operaie o fuchi (gli individui maschi aploidi) sono nutrite con pappa reale solo durante i primi tre giorni di vita, successivamente la loro dieta è costituita da polline ed in misura leggermente minore da miele mescolati ad acqua. Con questa alimentazione lo sviluppo di tali larve dura circa 7 giorni (6 giorni e mezzo per i fuchi). Le api operaie nutrici nel periodo durante il quale producono la pappa reale seguono una dieta ricca di polline. Da questo alimento, che rappresenta la principale fonte di proteine per le api, derivano le proteine e gli aminoacidi essenziali contenuti nella pappa reale.  Nella società delle api le operaie rappresentano un caso straordinario di polietismo, cioè di un polimorfismo del comportamento legato all&#8217;età. Esse infatti durante la loro vita, che nella stagione calda dura in media 30 &#8211; 40 giorni  svolgono in sequenza tutti compiti che sono necessari alla vita della comunità.   Le api operaie più giovani si occupano durante i primi tre giorni di vita della pulizia delle celle e del loro rivestimento con la propoli, sostanza resinosa dotata di potere battericida che le api traggono dalle gemme delle piante. In seguito svolgono il ruolo di nutrici, dapprima fornendo acqua, polline e miele alle larve più mature, quindi, allorché si sviluppano le ghiandole ipofaringee e sottomandibolari che producono la pappa reale, si dedicano alla nutrizione delle larve più giovani, della regina e delle larve destinate a diventare regine. Successivamente quando si attivano le ghiandole ceripare le api operaie si occupano della costruzione e della riparazione dei favi. In seguito sono impegnate nel ricevere il polline ed il nettare trasportato dalle bottinatrici, per poi dedicarsi alla difesa dell&#8217;alveare (api guardiane) ed alla ventilazione (api ventilatrici). Solo dopo il  ventunesimo giorno vita le operaie iniziano a svolgere il ruolo di bottinatrici che poi continueranno a svolgere fino alla conclusione della loro esistenza.  Le api  operaie che nascono in autunno hanno invece una speranza di vita molto superiore, perché godono della pausa di attività che caratterizza la stagione fredda e possono vivere anche per sei mesi. Un polietismo  comportamentale analogo a quello delle operaie dell&#8217;ape domestica si osserva nelle popolazioni di formiche appartenenti a specie primitive, anche qui le operaie più giovani rimangono nel nido e svolgono la funzione di nutrici, mentre quelle più anziane assumono il ruolo di bottinatrici. Nelle specie di formiche più evolute questi ruoli sono ricoperti invece stabilmente da differenti classi di operaie specializzate. Le api operaie bottinatrici che viaggiano all&#8217;esterno dell&#8217;apiario rappresentano quindi la frazione più anziana della compagine delle operaie di un alveare. Tuttavia in condizioni di necessità, quando la colonia è malnutrita, anche api operaie più giovani divengono bottinatrici, questo cambiamento di ruolo sembra sia regolato dalla concentrazione di una proteina che agisce nel cervello dell&#8217;ape. Durante questa fase della loro esistenza le api  si spostano abitualmente in volo negli spazi esterni all&#8217;arnia, mentre in precedenza avevano trascorso la loro vita sempre negli spazi interni.  Per imparare ad orientarsi nei primi periodi di questa nuova attività le bottinatrici più giovani compiono comunque voli di ricognizione di breve durata. Dall&#8217;ambiente esterno le api prelevano  nettare, polline, melata, soluzioni zuccherine prodotte da frutti, propoli, resine e acqua. In genere le bottinatrici si specializzano nella raccolta di una di queste sostanze. Durante il volo possono raggiungere la velocità di venti chilometri orari e tendono a seguire delle piste aeree predefinite situate a quote superiori a 10 m dal suolo. Queste piste aeree vengono riconosciute in base a riferimenti spaziali ben precisi, come alberi, piccoli  rilievi, costruzioni, etc. e consentono di raggiungere nell&#8217;intervallo di tempo più breve le località di foraggiamento, situate in genere sempre  negli stessi siti, dove si verificano le fioriture più importanti. Lungo queste piste aeree, percorse quotidianamente da un gran numero di esemplari, le api mostrano un maggiore aggressività, simile a quella che manifestano nei pressi del favo. Questo comportamento, che può sfuggire all&#8217;osservatore umano, ha lo scopo di scoraggiare i predatori alati, gli uccelli in particolare, che imparano presto la dislocazione di queste vie preferenziali di transito. Tra questi predatori vi è il gruccione (Merops apiaster), un uccello di origine tropicale dotato di lungo becco e di livrea variopinta, che si è specializzato nella cattura di api, vespe e grandi insetti. Il gruccione, da sempre presente nelle zone mediterranee, negli ultimi anni ha conosciuto un considerevole ampliamento verso nord del proprio areale di diffusione. In Abruzzo, dove in passato era una specie molto rara, ora è invece piuttosto frequente, soprattutto nelle zone costiere e collinari, laddove vi siano scarpate arenacee o argillose, che rappresentano i siti di nidificazione preferiti da questa specie. Le api bottinatrici possono raccogliere durante gli stessi viaggi sia il nettare sia il polline prodotti dai fiori, tuttavia vi sono comunque api che si specializzano nella raccolta del polline. Il nettare è una soluzione particolarmente ricca di glucidi, prodotta da peculiari strutture, dette nettarii, situati all&#8217;interno dei fiori o su altri organi dei vegetali. Il nettare viene secreto principalmente per attrarre e ricompensare gli organismi pronubi che attuano l&#8217;impollinazione entomofila od ornitofila delle piante. Le piante che hanno impollinazione ornitofila, cioè attuata da uccelli, come i colibrì, presentano una produzione particolarmente elevata di nettare e posseggono solitamente corolla di colore rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;apparato boccale dell&#8217;ape è definito succhiatore-lambente ed è caratterizzato dalla presenza di una ligula (linguetta) formata dalla fusione delle due glosse, appendici pari pertinenti al labbro inferiore.</p>
<p style="text-align: justify;">La ligula, che nelle varie sottospecie di ape domestica può avere una lunghezza che varia da 5,5 a 7 mm, consente di raggiungere il nettare situato all&#8217;interno di fiori caratterizzati da tubo corollino profondo o morfologie particolari, come accade nelle Leguminose o Fabacee. La ligula insieme ad altre appendici pari dell&#8217;apparto boccale, come le galee ed i palpi labiali, può costituire una sorta di tubo o proboscide, in grado di aspirare i liquidi grazie ad un’azione di risucchio attuata dalla faringe dell&#8217;animale. La ligula degli Apidi ha consentito a questi insetti di specializzarsi nell&#8217;alimentazione a base di nettare e di abbandonare la dieta mista che presentano invece le vespe. Queste ultime posseggono una ligula molto più corta e non sono in grado di raggiungere il nettare dei fiori dotati di corolla profonda, in compenso posseggono mandibole molto forti con le quali possono intaccare la buccia dei frutti maturi per accedere alla polpa zuccherina o sminuzzare il corpo di altri insetti. L&#8217;ape domestica non è invece responsabile di danni ai frutteti poiché è fornita di mandibole più deboli che non riescono a perforare l&#8217;epidermide dei frutti, anche se comunque le api sono attratte dai frutti già danneggiati dalle vespe o dagli uccelli. Il nettare aspirato tramite la ligula si mescola alla saliva nella faringe dell&#8217;ape e viene poi immagazzinato nell&#8217;ingluvie o borsa melaria, dove per l&#8217;azione degli enzimi contenuti nella saliva (diastasi, saccarasi, etc.)  inizia a trasformarsi in miele. Questo processo prosegue successivamente dopo il ritorno all&#8217;alveare con il trasferimento del contenuto della borsa melaria ad altre operaie (trofallassi), che a loro volta lo immagazzinano in apposite celle e lo ventilano. In questo modo viene persa buona parte dell&#8217;acqua per evaporazione ed i glucidi, che finiscono per rappresentare alla fine  l&#8217;80 %  del  miele, sono rappresentati essenzialmente dai monosaccaridi glucosio e fruttosio.</p>
<p style="text-align: justify;">La raccolta del polline è un processo molto più complesso, al quale concorrono le tre paia di zampe dell&#8217;ape che sono munite per questo di speciali strutture. Sui tarsi di tutte le zampe vi sono gruppi di setole rigide, denominati spazzole, che raccolgono il polline che si deposita sulle varie parti corpo dell&#8217;animale durante le visite ai fiori, mentre nella parte inferiore delle tibie del terzo paio di zampe è presente una fila di spine che prende il nome di pettine. La veloce interazione delle spazzole e dei pettini delle zampe del terzo paio ed il movimento dell&#8217;articolazione tibio-tarsale, definita anche pinza del polline,  fa sì che il polline si accumuli in due depressioni delle tibie di queste zampe, denominate cestelle del polline o corbicule. In esse il carico, ben visibile,  viene sostenuto da un grosso pelo che lo attraversa. Nella ricerca del polline le api visitano anche i fiori impollinati dal vento, che non secernono nettare e non hanno colori vivaci, ma rilasciano grandi quantità di granuli pollinici. Tra questi fiori  figurano quelli dei salici (Sali spp.) e del mais (Zea mais). La visione dei colori, che riveste un ruolo fondamentale nell&#8217;individuazione dei fiori melliferi da parte   delle api domestiche, è stata studiata in maniera accurata da Karl von Frish (1886 &#8211; 1982), zoologo austriaco che dal 1910 si è occupato in maniera continuativa del comportamento delle api domestiche, studiandone il linguaggio e le percezioni sensoriali fino a mettere in luce quelle insospettate modalità di trasmissione delle informazioni che gli hanno valso, nel 1973, il premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina, insieme agli etologi Konrad Lorenz e Nikolaas Tinbergen.</p>
<p style="text-align: justify;">Tramite un’accurata serie di esperimenti basati sulla somministrazione alle api bottinatrici di acqua zuccherata in piccoli recipienti posti su carta di diverso colore che venivano variamente spostati,  von Frish ha evidenziato che le api distinguono bene i colori giallo, verde &#8211; bluastro, azzurro, nero, bianco ed ultravioletto, colore quest&#8217;ultimo non percepito dall&#8217;occhio umano. Le api non vedono invece il rosso, mentre il verde della vegetazione appare loro come un’uniforme tinta grigio-giallastra nella quale risaltano in maniera ottimale le tinte dei fiori. Come si è detto in precedenza i fiori di colore rosso sono visitati essenzialmente dagli uccelli e sono frequenti soprattutto nelle aree geografiche che, come le Americhe, ospitano gruppi importanti di uccelli mellifagi impollinatori. In Europa i fiori dalla corolla rossa sono molto scarsi, alcuni di essi, come i papaveri dei campi, hanno petali che riflettono anche l&#8217;ultravioletto, per cui alle api, che non di rado li visitano, appaiono in realtà di colore molto più scuro, forse bluastro. Nella ricerca dei fiori le api utilizzano essenzialmente la vista, che nonostante gli occhi composti, raggiunge una minore precisione di quella umana; solo nell&#8217;ambito delle brevi distanze esse si orientano utilizzando i profumi emessi dalle piante. Quando un&#8217;ape bottinatrice ha individuato una pianta dalla fioritura particolarmente ricca di nettare durante le visite tende ad orientarsi solamente verso il colore ed il profumo di quella specie, tralasciando gli altri fiori eventualmente presenti. Sui fiori già visitati le api lasciano una traccia odorosa sgradevole che evita altri sopralluoghi nel breve periodo. Gli studi di von Frisch hanno messo in luce anche la capacità dell&#8217;ape domestica di discriminare la forma delle corolle dei fiori, esse infatti sono in grado di distinguere facilmente le corolle di forma sfrangiata da quelle di forma arrotondata, dotate di petali dai bordi interi.  La ricerca delle nuove fonti di alimentari viene fatta da una categoria di operaie definite esploratrici, che pattugliano il territorio alla ricerca di  fioriture.  Quando una delle  esploratrici ha  individuato una nuova risorsa sfruttabile  deve comunicarne alle compagne bottinatrici la posizione, in modo da consentire loro di utilizzarla tempestivamente. La scoperta della modalità con la quale viene comunicata questa posizione rappresenta  una delle pagine più importanti della Biologia moderna. La paternità di questa scoperta è sempre di Karl von Frisch, che osservò che l&#8217;ape esploratrice al suo ritorno nell&#8217;alveare esegue una specie di danza circolare muovendosi in maniera rapida sulla superficie del favo.  Questa danza circolare attira l&#8217;attenzione delle compagne che, nonostante la scarsità di luce presente all&#8217;interno dell&#8217;arnia, si appressano all&#8217;esploratrice che segue la danza circolare mutando di continuo il senso della rotazione. Le altre api tendono a seguire il percorso della danza circolare e percepiscono l&#8217;odore dei fiori che impregnano il corpo della compagna. In seguito l&#8217;ape esploratrice rigurgita del miele per rafforzare il messaggio ed esegue la stessa danza su altri punti del favo. Le altre bottinatrici memorizzano l&#8217;odore della nuova fonte di cibo e gradualmente fuoriescono per cercare nei pressi dell&#8217;arnia la fioritura individuata. Questo tipo di danza, definito danza circolare, indica che il punto di raccolta del nettare si trova ad una distanza non superiore ai 50 &#8211; 100 metri. Se invece il sito individuato dista di più, l&#8217;ape esploratrice esegue all&#8217;interno dell&#8217;arnia una danza piuttosto diversa,  descrive due semicerchi simmetrici (una sorta di &#8220;otto&#8221; schiacciato) separati da un tratto di percorso rettilineo che può avere una diversa inclinazione a seconda dei casi. Mentre percorre il tratto rettilineo l&#8217;ape agita pendolarmente l&#8217;estremità caudale dell&#8217;addome da destra verso sinistra e viceversa (scodinzola). Se la distanza del luogo ove si trova la fioritura si aggira intorno ai 100 m questa danza viene eseguita velocemente, se invece la distanza è superiore, la danza si svolge in maniera tanto più lenta quanto più il sito è lontano, ma in questo caso l&#8217;ape agita l&#8217;addome in maniera sempre più rapida. Così se la località scoperta dista 5 chilometri l&#8217;ape percorrerà il tratto rettilineo del suo tragitto di danza solo 2,2 volte in 15 secondi, se la distanza è invece di 1 chilometro il tratto rettilineo sarà percorso 4,6 volte in 15 secondi. Questi movimenti si accompagnano ad un particolare e tipico ronzio che sottolinea il ritmo della danza in un ambiente che è sostanzialmente oscuro Con questa danza, definita danza scodinzolante o danza dell&#8217;addome (Schwänzeltanz da von Frish) l&#8217;ape esploratrice non comunica solamente la distanza della località di raccolta del nettare, ma anche la sua direzione. Per fare questo essa utilizza come  riferimento la posizione del sole, la cui direzione rispetto all&#8217;alveare è indicata da un’ideale linea verticale nell&#8217;ambito dello schema del percorso di danza. Quindi, se il tratto rettilineo di questo percorso ad otto schiacciato viene percorso verso l&#8217;alto, significa che la fonte alimentare scoperta si trova nella direzione del sole, se invece viene percorso verso il basso vuol dire che essa è posizionata in direzione opposta rispetto ala sole. Se il tratto rettilineo forma un angolo di 30° a sinistra rispetto alla verticale ciò indica che il sito è ubicato 30° a sinistra rispetto alla posizione del sole, se invece il tratto rettilineo forma un angolo di 120° a destra vuol dire il luogo è spostato di 120° a destra rispetto alla posizione del sole. L&#8217;ape riesce a valutare la distanza della fonte alimentare con una certa precisione in base al consumo energetico che comporta il volo di andata e di ritorno, mentre riesce a tradurre un angolo orizzontale, come quello della direzione del luogo di raccolta rispetto al sole, in un angolo verticale, come quello che segue durante la danza, grazie alla sua percezione della direzione della forza di gravità, che avviene grazie a recettori che sono situati in corrispondenza delle giunzioni tra la testa ed il torace e tra il torace e l&#8217;addome.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri esperimenti sulla comunicazione tra le api domestiche condotti più di recente da Adrian Wenner sono giunti invece alla conclusione che, nonostante  la danza, il ruolo principale nella comunicazione dei luoghi che offrono fonti alimentari è data dalla scia odorosa lasciata dall&#8217;ape. Queste ultime conclusioni appaiono comunque ancora controverse, ma senza dubbio il corpo dell&#8217;ape è costituito in modo tale che si presta in maniera straordinaria ad assorbire gli odori dal mondo che lo circonda. I principali canali di comunicazione all&#8217;interno della società delle api seguono la via olfattiva e tra le sostanze che mediano queste comunicazioni un ruolo fondamentale lo giocano i feromoni, sostanze chimiche naturali che rilasciate da un individuo determinano una reazione a livello di comportamento in altri membri della colonia. I feromoni all&#8217;interno dell&#8217;alveare rappresentano una sorta di linguaggio specifico che regola i rapporti tra le varie caste della colonia e tra gli individui appartenenti alle diverse caste. La regina produce ad esempio un feromone mandibolare che segnala costantemente la sua presenza e condiziona alcuni comportamenti delle operaie, anche le larve e le operaie emettono a loro volta feromoni che inducono particolari reazioni comportamentali e fisiologiche come lo sviluppo delle ghiandole che producono la pappa reale destinata all&#8217;alimentazione delle larve. Proprio la presenza di questi efficientissimi sistemi di comunicazione e condizionamento contribuisce in maniera  sostanziale  a mantenere la coesione tra gli individui all&#8217;interno dei raggruppamenti di insetti sociali, facendone degli straordinari superorganismi i cui componenti sono completamente interdipendenti da tutti i punti di vista. Un modello di socialità completamente diverso  e molto più flessibile si è sviluppato invece tra i vertebrati superiori, dove le forme di associazione tendono a formarsi soprattutto sulla base del vincolo della conoscenza personale.</p>
<p style="text-align: right;"><em> Nicola Olivieri</em></p>
<p><strong> </strong></p>
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