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Storia, cultura e vita di un paese

Storie di cardatori – La disfida tra Cìcch’tàunë e la poetessa

Tra i tanti lanari ancora in vita durante gli anni della mia infanzia, ho un vago ricordo anche di Rocco Di Matteo, a quell’epoca ormai un anziano che camminava curvo, un po’ come il personaggio di Zì Dima nella novella “la giara” di Pirandello.

Si era curvato, oltre che per i lavori faticosi svolti sia nei campi che da scardalana, anche per il fatto che da bambino era stato vittima di una caduta mentre attraversava il fiumiciattolo di Rio Gamiero, nelle zona di De Contro. Lo spostamento di alcune vertebre gli aveva procurato la distorsione della spina dorsale: una volta non si aveva la possibilità di ricorrere sempre dal medico o in ospedale, e spesso le forti contusioni, ma anche le fratture, venivano curate per proprio conto e così, quando si guariva, difficilmente le ossa rimanevano senza malformazioni. Per questo Rocco era curvo sia verso il davanti che lateralmente e ciò gli conferiva un aspetto esteriore molto particolare.

Ho voluto ricordare questo perché Rocco Di Matteo, insieme ai suoi contemporanei come Francesco Leonardi, Francesco Mastrodascio, Egidio Leonardi e molti altri, era stato, come detto, scardalana soprattutto nei paesi della Marche e ancora adesso, nell’età della vecchiaia, cantava spesso le canzoni che aveva imparato in quei luoghi. Così mi ricordo che in contrada Canili, dove si recava spesso a lavorare a cavallo del suo somaro, all’ora di pranzo, quando insieme ci si avvicinava alla fontana per consumare il pasto, intonava di continuo i motivi marchigiani come “lu giuvanott che pija mujera” o anche “la pernice arroste e la fasciana” che ancora oggi ogni tanto cantiamo nel nostro paese. La loro origine è però marchigiana.

Anche Francesco Leonardi (Cìcch’tàunë) era un “cantante” esperto. Raccontavano i suoi  compagni di lavoro che il più delle volte, nei paesi dove si recava a cardare la lana, si improvvisava cantore di serenate, con numerosi versetti inventati all’occorrenza.

Un giorno, in un paese di cui non ricordo il nome, i locali gli organizzarono una disfida con una simpatica signora del posto che loro chiamavano “la poetessa” per la sua capacità innata di inventarsi versi in rima. Così tutto il paese si riunì, in un giorno di festa, ad assistere a questo singolare confronto: una “stornellata” a “botta e risposta” tra Cìcch’tàunë e la poetessa. In tutte le stornellate tra sfidanti non esisteva, naturalmente un argomento definito: il primo che iniziava partiva con un argomento al quale lo sfidante doveva attenersi rispondendo in rima.

Quando cominciò, la poetessa mise subito in guardia Cìcch’tàunë intonando “So cantatë pë li muntë e pë li pianë, në më pò frecà nu scardalanë”, ma Cìcch’tàunë rispose subito “Come la treulë (spola) fa lu filë e tessë, pozzë frecà pure la poetessë”.  Continuò la poetessa: “Abruzzese, che a le Marche vai, perchè n’aspetti li compagni tuoi, che a le Marche accompagnato vai!” , rispose Cìcch’tàunë: “Marchiscianella mia, marchiscianola, se tu mi chiedi amor, ti do lu corë”. Seguì la risposta: “E lu mio amore së na itë a Foggia à l’arpurtate li rosë di maggë, al che: “E lu mie amore se na itë a metë, à ‘rpurtate li taralluccë ‘nzuccaratë”. E ancora: “E lu mio amore si chiama si chiama, non lo ricordo lu nome che aveva, lui si chiama lu fiore e io la rama,”, e Cìcch’tàunë :  “Io mi chiamo Francischë e tu Francesca,  i beve a lu bicchierë e tu a lu fiaschë, i sòno la funtanë e tu l’acqua freschë” e così via.

Il botta e risposta continuò per quasi due ore! Ad un certo punto la poetessa, forse stanca, non riuscì a rispondere in rima ad uno stornello dello sfidante, facendo passare il tempo consentito dalle regole entro il quale bisognava trovare la risposta. Allora Cìcch’tàunë intonò un secondo stornello in rima con l’ultimo che decretava la vittoria! La “poetessa”, che era molto sportiva e come detto simpatica, per concludere intonò “So cantatë pe li munë e pe li pianë e mi so fatte frecà da nu scardalanë”. La vittoria del lanaro naturalmente non fu ricompensata da denaro, ma solo dall’orgoglio personale e da qualche bicchiere di vino e poi di nuovo a cardare la lana. Questa passione per il canto Cìcch’tàunë la trasmise a suo figlio Aladino che, negli anni ’70 spesso si univa ai mazzemarielli per intonare stornelli o per cantare canzoni dell’epoca.

Vincenzo Pisciaroli