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Cerqueto InForma

Storia, cultura e vita di un paese

Pellegrini di stelle

Il santo del Gran SassoAvrò avuto una decina di anni quando andai al santuario di San gabriele per la prima volta a piedi e sicuramente passammo per i Canili, perché davanti agli occhi ho “Collo Longo”, un sasso forgiato dal gelo e dalla bufere dei rigidi inverni abruzzesi, a forma di collo sottile, con sopra una testa, che si incontra sulla strada, dopo Cusciano. Ci si adunava all’ora stabilita, quasi sempre le 3 di notte, davanti alla chiesetta di San Rocco. Fatto il segno della Croce, si ci avviava e si cominciava a cantare a  “Li Plaje” (una bella zona pianeggiante, dove, in occasione del Presepe vivente, si radunano ancora oggi i personaggi dell’Oriente).

“…Evviva San Gabriele
Il nostro protettore
Che, con ardente amore,
Andiamo a visitar.
 
Viva l’Addolorata, la madre del Signore,
che questo eletto fiore, prescelse e ci donò.
Tu splendi come il sole, oh Santo del Sorriso
Luce del Paradiso diffondi in ogni cuor.
Dall’urna tua radiosa, fuga la notte oscura
Non sente più paura chi leva gli occhi a Te.
Vinci col tuo sorriso l’odio e i rancori,
I lacci d’ogni male spezza col tuo poter.
Quale neve del Gran Sasso, sei Tu, visione bianca.
L’alma non è più stanca d’attendere e sperar.
Distendi la tua mano sopra la nostra vita
E rendici gradita la via verso il ciel.”

Dopo il canto si recitava il Santo Rosario e dove la strada lo permetteva si ricominciava a cantare con il chiarore lunare nelle notti d’Agosto, col cielo limpido e stellato e il paesaggio fiabesco e speranzoso come i nostri cuori. L’aria pura e gradevolmente fresca dava ossigeno e forza ai nostri piedi, che dovevano districarsi fra sassi, torrentelli, dirupi, terreni coperti di ortiche e di spine. Pungevano anche le stoppie tagliate da poco. L’acqua chiara nelle polle sorgive brillava all’oro dell’alba e ristorava il nostro stomaco digiuno. Il cammino era lungo e non facile e si cercava di fare delle soste per rifocillare il corpo con le scarpelle ed il caffè riposti nel “saccaponë” (una sacca capiente di stoffa molto resistente che si poteva appendere come uno zaino dietro la schiena e permetteva quindi di avere le mani libere). A mano a mano che la notte lasciava il posto all’aurora si godeva di tutto lo spettacolo del sorgere del sole, che filtrava prima timido tra gli alberi e poi sfolgorante. Si incontravano tanti bei paesi dell’antica valle siciliana e gruppetti di case, circondate da campi verdi e da vigne piene di grappoli, non ancora maturi, qualche contadino portava le sue pecore al pascolo e qualche macchina ci sfiorava quando eravamo costretti a fare tratti di strada asfaltata. Quando si passava sull’antico ponte romano, nei pressi di Tossicia, si ricordava con un Requiem una povera ragazza dei dintorni, che si era buttata dal ponte per una delusione d’amore. Passato il ponte si prendeva l’ultimo tratto di strada impervio e subito dopo si scorgeva il santuario in lontananza. La lunga camminata con i canti e le preghiere non aveva fiaccato le nostre risorse vitali ed indossate le scarpe nuove, la veletta e la maglia per coprire le braccia, si entrava da San Gabriele. Dentro la Basilica si respirava un’aria di pace. Il lume delle candele e la luce del Sole, che penetrava attraverso i vetri istoriati, aiutava la mente a pregare. La Basilica era sempre stracolma di pellegrini ma l’atmosfera era tale che ognuno assaporava l’intima gioia di essere solo con il Santo, per potergli esprimere tutti i pensieri, le angosce e le speranze del proprio cuore. Poi si ascoltava la Santa Messa, si visitavano i luoghi dove il Santo aveva vissuto gli ultimi due anni e, dopo aver acquistato qualche ricordo, ci sedevamo nelle panchine messe a disposizione per i pellegrini, per mangiare quello che era rimasto oppure si comprava un panino con la mortadella, una vera e rara prelibatezza per noi, prima di prepararci per il ritorno. Dopo un ultimo sguardo al Santuario e un saluto al Santo con le parole di un canto (San Gabriele bello, noi mo’ ce n’andiamo. Na grazia ti chiediamo di non ci abbandonar), prendevamo il pullman per Montorio e un altro per raggiungere San Giacomo fino alla salita. La stanchezza cominciava a farsi sentire verso le Vigne, anche perché i piedi nei “paponi” consumati erano proprio indolenziti. Ma con la buona volontà si superava la fatica e la compagnia si scioglieva dove diverse ore prima si era riunita nella certezza che San Gabriele non ci avrebbe mai fatto mancare la sua divina protezione.

Rema Di Matteo